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Come Fortnite ha cambiato il gioco. E i giocatori. E il discorso sul gioco

Ho un figlio gamer. Per un breve periodo è stato anche youtuber, ma quell’avventura non è andata avanti. I giochi invece sì.

Come madre di un ragazzo che gioca, ho attraversato tutti gli stadi: il divertimento (“guarda che buffo quando gioca con la Wii!”), l’orgoglio (“ammazza, è bravo! Vince tornei a Skylander  e con Minecraft  fa delle cose fighissime!”), il timore (“perde tempo, si distrae, questi giochi sono troppo violenti”), la risolutezza educativa (“basta, la Play si stacca”).

Poi ho iniziato a vedere cose che prima non consideravo. E ho chiesto a mio figlio una consulenza per capire, nel capitolo #èperlavoro, qualcosa di più del gioco del momento, Fortnite. Sì, lo so, c’è Apex Legends  pronto a scalzarlo, ma aspettiamo un attimo, ché il grosso del lavoro, comunque vada, l’ha fatto Fortnite.

 

Due parole su Fortnite


Fortnite è un videogioco del 2017 sviluppato da Epic Games e People Can Fly. Proprio come le serie TV, i suoi continui aggiornamenti si chiamano stagioni (ora siamo alla 8) e introducono cambiamenti alla mappa di gioco, nuove skin, nuove funzioni e nuove armi. In media una stagione dura intorno alle 10 settimane.

A oggi conta circa 200 milioni di giocatori. A giugno 2018 erano 125 milioni e a gennaio 50. Fortnite ha già incassato oltre due miliardi di dollari dall’estate 2017, grazie alla vendita di skin, oggetti e Pass Battaglia (dati Eurogamer).

Esistono due versioni del gioco, una a pagamento e una gratuita (con acquisti in-app). La prima, Salva il mondo, è ambientata in un futuro distopico, nel quale gli umani superstiti lottano per la sopravvivenza e per salvare quello che resta del mondo. È però il format gratuito, Battle Royale, quello che ha reso Fornite un fenomeno. Si gioca come singoli, coppie o a piccole squadre. Gli utenti sono catapultati su un’isola dove si tiene la “battaglia reale”: 100 giocatori si affrontano fino a quando non ne resta solo uno, in una mappa che si restringe progressivamente per costringere all’azione. La trama sembra violenta, ma tutto è alleggerito da personaggi bizzarri e una grafica da cartone animato. Non si vede mai sangue.

 

Dove e come ha sbancato

Oltre che un gioco, Fortnite è uno spettacolo: è il gioco con maggiore pubblico su YouTube e Twitch, la piattaforma di Amazon dedicata a videogame ed e-sport. Molto forte il legame con il mondo dello sport: Lance Stephenson degli Indiana Pacers, in Nba, è sceso in campo con delle scarpe personalizzate Fortnite; Josh Hart dei Lakers ha confessato di aver giocato anche dieci ore filate prima di un match contro Cleveland. Ma non solo: il campione del mondo di calcio Antoine Griezmann, francese in forza all’Atletico Madrid, festeggia i gol con uno dei balletti di Fortnite

e Marc Marquez ha fatto lo stesso in sella alla sua Honda, dopo la vittoria di Jerez.

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Tra gli altri eventi degni di nota, il concerto del DJ Marshmello,

in diretta lo scorso febbraio, al quale hanno partecipato, dal vivo, 10,7 milioni di giocatori, per l’occasione privati delle armi e dotati di skin festaiole (il precedente è in Mindcraft con Coachella).

 

Ne parla anche la TV

Se non che, è chiaro che tanto successo non poteva passare inosservato. E così qualche tempo fa ho trovato mio figlio parecchio infastidito da alcuni video su Fortnite. Il primo è realizzato per Striscia la Notizia da Marco Camisani Calzolari, che affronta il tema come una grande domanda: è vero che Fortnite è pericoloso? In perfetto stile Striscia, si direbbe, anche se poi il cuore del servizio non è altrettanto catastrofista.

Il secondo è davvero un capolavoro di giornalismo a tesi e la tesi è: i videogiochi sono il Male e Fortnite che è il videogioco più giocato al momento è il Male del Male. Per TG2 Italia.

Ho visto i video, ho letto i commenti a entrambi i video e naturalmente ai video di commento ai video (eh, non si finisce mai) e mi sono fatta un’idea. Che ho chiesto comunque a mio figlio di spiegarmi bene, soprattutto nei passaggi più tecnici, dove se non sei giocatore non capisci.

D. Tutti contro uno. È il primo punto evidenziato dai servizi ed è visto come un problema. Perché?

R. Fortnite è un gioco Battle Royale, ci sono un sacco di giochi con un meccanismo simile. Fortnite però è stato rivoluzionario per i balletti e per il fatto che si può costruire. I giochi BR funzionano così: si parte in 100 giocatori su un’isola e l’ultimo che rimane in vita vince, ma attenzione, oltre a essere da solo esistono altre due modalità, duo (2 giocatori) oppure squadre (4 giocatori). Quindi non è detto che ci si ritrovi soli.

D. I genitori però sono preoccupati.

R. Già, i commenti dei genitori. Vediamo: “troppo violento” mah. Grafica cartoonesca, zero sangue o ferite di qualsiasi genere. I giochi violenti sono altri, per esempio Call of Duty o qualsiasi altro fps [First Person Shooter, Sparatutto in prima persona, ndr]. “Li attira troppo”: non potete farci niente, se gli piace gli piace, cosa significa li attira troppo? “Oggi doveva uscire con me per un gelato e ha preferito restare a casa a giocare CON I SUOI AMICI” allora: 1. Magari gli fa schifo il gelato; 2. Preferisce stare con i suoi amici e basta.
Parlano anche del ballo looser che ok, non si dovrebbe fare nella vita reale ma in un gioco perché no? Se tu sei, magari, alla stessa altezza di un altro giocatore e lo batti ci può stare, se sei scarso e riesci a battere un giocatore molto più forte di te ti dà soddisfazione sbattergli in faccia una bella L.

D. Si parla anche di soldi.

R. Fortnite è un free to play, quindi è gratis e i ragazzi possono acquistarlo senza nessun problema dallo store di qualsiasi piattaforma (anche io l’ho scaricato senza chiedere il permesso). Il servizio attribuisce ai genitori la colpa del fatto che i figli lo abbiano comprato, non ha senso.

D. Ma per vincere bisogna comprare delle cose…

R. No. Fortnite non è un pay to win. Nel gioco esiste un negozio che si aggiorna ogni giorno, ma le uniche cose che si possono comprare nel negozio sono personaggi, mimetiche per le armi, picconi, deltaplani e balletti. Non è possibile “acquistare delle tecnologie più avanzate per fare meglio la guerra”, come si dice nel servizio (questo sarebbe pay to win) ed è facile capire che comprare queste cose non permette di fare niente in più degli altri giocatori.

D. Poi si parla dei pericoli.

R. Su adescamento e cyberbullismo. Le squadre sono da massimo 4 giocatori. Se qualcuno arriva dopo che il team è formato, può restare nel gruppo in cui si stanno parlando gli altri ma non può giocare con loro finché non se ne va uno. In alternativa un giocatore della squadra può andare a giocare con quello rimasto da solo. L’essere ucciso sempre dallo stesso gruppo di ragazzi è impossibile per il semplice fatto che un gruppo si può scontrare contro lo stesso gruppo dopo quasi 10 partite grazie al matchmaking della epic che non permette di far incontrare due giocatori della stessa partita più di due volte consecutive.

D. E l’isolamento?

R. Questo è veramente il massimo… Gli hikikomori. Qual è il filo logico tra gli hikikomori e Fortnite? Gli hikikomori sono ragazzi che si rinchiudono in casa e escono raramente per paura di essere giudicati o presi in giro per il loro corpo o per qualche abitudine bizzarra. Non capisco davvero cosa c’entri Fortnite con loro, tutto qui.

A complicare ulteriormente le cose arriva Google Stadia, ma questa è un’altra storia.

Il tavolo è cambiato, cambiamo anche il discorso

Minecraft è stato il primo a fare il mezzo miracolo: il gioco è diventato in quel caso piattaforma  finalizzata all’apprendimento. Quindi una delle versioni del gioco ha cambiato il suo senso ed è andata a trovare una collocazione in un contesto diverso, conservando il suo linguaggio.

Fortnite ha fatto una cosa diversa. Pur rimanendo un gioco senza altra finalità oltre a quella di giocare, appunto (quindi non modificando il suo senso), ha cambiato il modo di essere gioco, portandosi dentro degli elementi aggiuntivi: lo spettacolo e la socialità. Streaming e differita, comunicazione diretta tra i giocatori e racconto delle partite su tante piattaforme diverse, entertainment e social network. Ora, un gioco che è tutte queste cose insieme è ancora solo un videogame? A me ricorda molto di più certi MMORPG (Massive(ly) Multiplayer Online Role-Playing Game, i giochi di ruolo come Dungeons & Dragons) in versione, diciamo così, nazional-popolare. Non tanto e non solo per quello che ci si fa dentro, ma anche per il modo con cui ci si agisce. Oppure un social network “puro”. O meglio, entrambe le cose, insieme.

Se muta l’oggetto, a maggior ragione muta il discorso attorno a esso. Nei media mainstream, nei media online, tenuto da chi ci gioca, da chi guarda e basta, da chi segue chi guarda, da chi ne ha paura, eccetera.
I territori di questo discorso sono diversi. Innanzitutto ci sono i media “tradizionali” (Striscia, il TG2, ma in generale tutto quello che passa attraverso TV generalista e radio, anche) che applicano i loro codici, attuando un metadiscorso sui videogame che è più o meno sempre lo stesso: i videogames sono dannosi, distraggono, isolano, creano dipendenza, riducono l’attenzione, e così via. Diciamo che è più o meno il discorso che applicano all’Internet tutta, ma con l’aggravante dei danni a carico dei bambini – quegli stessi per difendere i quali si prendono a mazzate i prof. Il discorso dei media mischia i livelli di pertinenza, passa dal micro (la regola del gioco, per esempio, che viene storpiata per diventare funzionale alla tesi terroristica) al macro (la dipendenza, sempre per esempio, tirata in mezzo un po’ a sproposito nonostante il parere degli esperti invitati) senza soluzione di continuità e senza rendersi conto, appunto, che si tratta di cose che non stanno insieme se non all’interno di un servizio giornalistico finalizzato a fare audience. (Ndr: un’analisi interessante e approfondita della difficile relazione tra il mondo dei media e il mondo digitale si trova in Oltre il rumore di Antonio Pavolini. Uno sguardo critico e appuntito che ci fa pensare, unire i puntini, trovare chiavi di volta).

Poi i genitori, appunto, le famiglie. Ora, come si dice, “io non sono il target”. Eppure le fasi di scoramento le ho attraversate anch’io, e quindi la PS4 l’ho sequestrata anch’io al pargolo in certi momenti. Però, ecco. Nei miei incontri con i genitori nelle scuole ho conosciuto famiglie che, a dispetto dei criteri sociodemo che mi avrebbero raccontato tutt’altro, erano totalmente ignare della vita parallela dei loro figli nel mondo digitale. Genitori che sostengono che il digitale sia virtuale, che è la cosa veramente più antica e falsa e subdola che si possa dire. Che le famiglie siano preoccupate ci sta. Ma non ci entrano dentro, non cercano di capire. Quindi forse non sono preoccupate abbastanza? Il metadiscorso dei genitori è: i ragazzi devono giocare perché lo fanno tutti, ma con delle regole fissate da me e a condizione che i giochi non siano quello che la TV ci racconta che sono. E comunque se la scelta è tra un gelato con me e giocare, deve vincere il gelato. Per fortuna c’è anche la buona notizia: c’è un 67% di genitori che gioca con i figli ai videogames (fonte: Aesvi).

Infine ci sono i gamer: consapevoli, perfettamente in grado di distinguere i livelli di questo metadiscorso e di rispondere in modo pertinente, facendo del loro spazio sociale – che sia il gioco stesso o Whatsapp o YouTube – uno spazio di esercizio dello spirito critico. Rispondono punto per punto, a volte un po’ sgrammaticati ma pertinenti, alle obiezioni di tutte le dimensioni. Argomentano e spiegano, se siamo disposti ad ascoltarli. Non sono ragazzini che difendono un loro territorio, sono persone competenti in un campo e se si sentono attaccati rispondono. Senza isterismi, al massimo con qualche parolaccia e qualche errore di ortografia. In questo momento mi sembrano i più maturi rispetto all’argomento.

Come considerazione finale, riporto queste parole di Matteo Lancini,  psicologo e psicoterapeuta della fondazione milanese Minotauro e docente alla Bicocca che si occupa da sempre di temi legati al mondo dell’adolescenza e dei giovani adulti, che dice: “È certo che il gioco spontaneo è molto meno diffuso rispetto a qualche decennio fa, quando c’erano i cortili e le guerre si facevano con le fionde, le cerbottane e le mani nei cortili. Oggi il mondo adulto ha deciso di chiudere questi cortili a causa di paure non sempre fondate: il ‘sovranismo psichico’ fotografato dall’ultimo rapporto del Censis, che parla di un Paese arrabbiato che vede fuori da sé pericoli e capri espiatori non fa che confermare questa tendenza. Se scarseggiano i modelli identificativi reali, i videogiochi rispondono anche a questa esigenza di relazionarsi con gli altri e con il proprio corpo, anche se in modo virtuale”.

Questo mondo è qui per rimanere ed evolversi. Credo basti questo.

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Semiotica, digital e mutanti

Il giorno di San Valentino su Instagram è stato pubblicato questo post.

Raccapricciante, ma non è questo il punto. Il punto è che dietro un post su Instagram ci sono dei comunicatori. Per la precisione, alcune delle figure che si riconoscono all’interno del fitto elenco dei mestieri del digitale. 42 per Assolombarda, addirittura 180 per il sito confrontastipendio.it (ma questo DB non è accessibile).

È partito da questa considerazione il mio intervento nella giornata di studi “Il Digital Marketing tra semiotica, scienze sociali e comunicazione. Nuovi strumenti e nuove linee di ricerca” promosso dal Dipartimento di Comunicazione ed Economia dell’Università di Modena e Reggio Emilia qualche giorno fa, a cura della splendida Cinzia Bianchi.

Una giornata fitta e ricca di spunti, che meriterebbe di certo un seguito perché le riflessioni emerse potrebbero dare tanto sia al mondo dell’università, sia a quello della comunicazione “sul campo”.

Il mio contributo riguardava soprattutto gli aspetti legati alla formazione delle persone che, dopo gli studi, andranno a ricoprire uno dei 180 ruoli censiti. Queste persone provengono dai percorsi più vari: umanistico, scientifico, tecnologico, artistico, eccetera. E spesso, dopo, faranno mestieri che con questi percorsi non hanno molto a che fare.

Il fatto è che le discipline – accademiche e non – dalle quali nasciamo come professionisti diventano, nel tempo, dei punti di vista, dei frame, degli strumenti col supporto dei quali si sviluppano le professionalità specifiche. Per questo un filosofo può essere un bravissimo sviluppatore, un biologo diventare un imprenditore di successo e così via. Ogni disciplina di provenienza si adatta e si somma a tutte le altre cose che nel tempo si imparano e si usano.

La semiotica per me non ha fatto eccezione. Pur essendo, in termini razionali, un percorso per il quale la comunicazione era il naturale sbocco, io, che mi sono laureata un sacco di tempo fa, mi sono resa conto subito che i miei colleghi e i miei clienti non mi potevano capire, se la raccontavo così come l’avevo imparata. Per i miei interlocutori “semiotica” era qualcosa di oscuro, un divertissement per intellettuali. È così ancora oggi, a dirla tutta. E così ho iniziato a modellare un metodo, a rendere la semiotica irriconoscibile per loro ma funzionale per me. Lavoro ancora così: la semiotica è il mio punto di vista, non serve che altri lo sappiano. Il risultato di questa attività è una disciplina del tutto eterodossa, ma è un percorso consapevole.

 

 

Alla luce di tutto questo, mi sono fatta una domanda: quanto è importante che chi esce dall’Università sappia “fare” uno dei mestieri di quel lungo e affascinante elenco? Non molto, credo. Non molto perché nel momento in cui queste persone saranno uscite dall’Università questi mestieri si saranno moltiplicati. Non molto perché ognuna delle organizzazioni in cui poi si troveranno a lavorare dà un’interpretazione diversa dei vari mestieri. Non molto, perché spesso questi mestieri si basano su technicality che cambiano da un giorno all’altro. Insegnarli, pretendere che chi esce dall’Università sia in grado di farli subito, è impossibile. Il nostro ruolo può essere quello di creare i presupposti perché le persone possano farli, questi mestieri. E dunque dare loro un metodo e i principi con i quali potranno sopravvivere in un ambiente di lavoro.

Ho chiamato queste persone Mutanti. Sono quelli che escono studenti e si trasformano in professionisti. Quelli che ho avuto il privilegio di vedere in diretta mentre affrontavano questo passaggio, quelli che entravano come studenti nel Master che dirigevo e uscivano per venire a sedersi alla scrivania di fianco alla mia, in agenzia.

 

 

Accompagnare i Mutanti significa tre cose – nelle quali la semiotica può venirci in aiuto:

  1. Insegnare loro a imparare: fare in modo che abbiano un metodo, che sappiano porre domande, che abbiano gli strumenti per cercare le risposte, che sappiano dove cercare. Che siano curiosi, umili e strutturati quanto basta per far fronte alla valanga di informazioni da cui saranno investiti. Se in questa funzione ci faremo aiutare dalla semiotica, sapremo accompagnarli a distinguere il cosa dal come, a darsi un quadro di riferimento in cui operare. E poi farci quello che ci pare.
  2. Insegnare loro a saper stare: al mondo, al lavoro, con gli altri. Con dei pari, dei capi e dei senior. È un sapere trasversale, questo, un insieme di soft skill e capacità di decodifica che lavora in profondità e che è il più difficile da raggiungere. Anzi, in alcuni casi non si raggiunge mai. E qui la semiotica serve a decodificare il contesto, comprenderne le regole. E infrangerle, se si vuole o se è necessario.
  3. Insegnare loro che la comunicazione è una cosa importante. La comunicazione crea, modifica, amplifica opinioni: agisce in modo concreto sulla vita delle persone. Il digitale amplifica tutto, perché le persone lì parlano. È come una sessione di “due minuti di odio” permanente. Il fatto è che di là dai muri delle nostre agenzie ci sono persone, non target, non utenti, non personas. Con desideri, bisogni, sclere. E nonostante l’esperienza quotidiana, il digital marketing ha un approccio completamente razionale. Perciò i percorsi sono lineari, i comportamenti (immaginati) pavloviani. E invece la comunicazione è una cosa talmente seria che, al di là di chi la crea, è capace di creare sommosse per una gaffe tutto sommato innocua e un grande successo di pubblico per un brutto film. È una cosa talmente seria che a un certo punto ha sostituito la politica. La semiotica serve a capire le persone. Non i target. Non gli utenti. Non le personas.

Più o meno è quello che ho raccontato io.

Quello che mi sono portata a casa, invece, è una gran quantità di stimoli. Con alcuni temi ricorrenti: l’incontro tra discipline, la complementarietà tra approccio quantitativo e qualitativo, l’enorme utilità di una contaminazione più costante tra accademia e aziende.

E una gran voglia di tornare a respirare quell’aria.

 

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L’intervista degli studenti del Master in Social Media and Digital PR IED

Una delle (innumerevoli) cose che vengono chieste agli studenti del Master in Social Media and Digital PR (per gli amici Master Digital) dello IED è la cura dei canali social del corso. Perciò si crea una strategia social e un piano editoriale.

Quest’anno si è deciso di dare spazio a studenti e docenti, con format definiti dagli stessi studenti: foto con una quote per ciascuno dei ragazzi, una mini intervista in tre domande per i prof.

Ecco la mia intervista.

Domanda 1: Qual è l’insegnamento più importante che vorresti che gli studenti portassero con sé alla fine di questo master?

Questo Master è stato pensato come una gigantesca cassetta degli attrezzi che metta in condizione gli studenti di diventare validi professionisti del digitale. E a ben pensarci, non solo digitale, ché più andiamo avanti più le valenze “esclusive” della parola digitale, sia come sostantivo che come aggettivo, diventano superflue. Preferisco pensare ai ragazzi come a dei futuri professionisti della comunicazione, ecco.

Io ho parlato più come coordinatrice che come docente. E in questo ruolo considero come mia prima responsabilità il fatto che questi studenti possano lavorare da subito e bene.

 

Domanda 2: Hai una persona di riferimento che ispira maggiormente il tuo modo di lavorare? Chi è?

C’era solo l’imbarazzo della scelta, naturalmente. Ho avuto insegnanti meravigliosi, soprattutto all’Università. Conosco persone con le quali ogni occasione di chiacchiera diventa un’opportunità di imparare qualcosa. Ho dei mentori, anche, spesso ignari del ruolo che ho attribuito loro. Ma ho scelto tre persone che reputo imperdibili, adesso: Simon Sinek, Huib van Bockel, Chris Anderson.

 

Domanda 3: Quale aspetto del mondo digital sospetti o desideri che si sviluppi in futuro?

Qui il sospetto e il desiderio si fanno la guerra.

Sospetto fortemente che la tendenza sia quella di trattare il pubblico sempre più con condiscendenza. Loro si bevono tutto? Noi diamo loro più bollicine. Qualcosa del genere. Salvo poi fare i fuochi artificiali ogni tanto, con una campagna veramente wow – o equipollenti.

Alla base il ragionamento non fa una grinza, lo ammetto: noi dobbiamo – aiutare le aziende a – vendere. Perché mai dovremmo assumerci anche la responsabilità di educare laggente?

Senza avere la presunzione di educare nessuno, mi sento di dire in tutta tranquillità che questo approccio mi fa vomitare. I nostri clienti, le aziende che noi dobbiamo aiutare a vendere, hanno un vantaggio indubbio rispetto al loro pubblico: il potere di essere ascoltate. Contribuendo così a costruire/diffondere/rafforzare modelli culturali. Ma la condiscendenza non è mai la madre di modelli desiderabili. C’è dentro la mamma paranoica per i-nemici-dell’igiene, il pannolino per-lui-e-per-lei, il contest fatti-il-selfie-col-prodotto. C’è la paura di tutto quanto non è entertainment puro, con i limiti che vengono dalla paura di essere troppo sopra le righe, peraltro. C’è la corsa a influencer strapagati vai a capire perché, con buona pace di chi ti dice che sono bravi, eh, non è mica facile farsi tutto questo seguito.

Quindi, per tornare alla domanda. Temo che la tendenza sia trattare le persone con sempre meno rispetto. Desidero fortemente che qualcuno se ne accorga e renda la comunicazione un mestiere degno almeno quanto quello di pianista di bordello.

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La ricerca su Snapchat dei masteristi in Social Media and Digital PR IED [orgoglio di prof]

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Il mio impegno principale, l’anno scorso, è stato il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED. Tanto lavoro (ma proprio tanto) ma anche tante soddisfazioni. Ho visto entrare dei ragazzi e ho visto uscire dei professionisti: non credo si possa chiedere di più.

E naturalmente ho insistito molto perché la loro impostazione mentale fosse il più rigorosa possibile. “Social” è una parola vuota, se dietro non c’è un obiettivo aziendale, un obiettivo di marketing, una strategia di comunicazione. È una parola vuota se non sappiamo che, aggiornando una pagina Facebook o pubblicando uno scatto su Instagram, stiamo facendo comunicazione: stiamo cioè attivando un processo che prevede un emittente, il quale elabora un messaggio, che passerà attraverso un canale, che sarà disturbato da un rumore, giungerà a un destinatario e questi dovrà decodificare quello che riceve in base alla lingua che parla, all’esperienza e alla cultura che possiede, all’attenzione che è disposto a porre. In altre parole, social è una parola vuota tutte le volte che la usiamo come se stessimo condividendo le foto delle nostre vacanze, anche se stiamo gestendo la pagina di un brand.

Non solo. Per occuparsi di social bisognerà entrare in relazione con una serie di altre figure professionali e di discipline: che bisogna conoscere anche se non diventeranno il nostro mestiere.

Come strategist, la mia formazione nasce dalla ricerca. È un percorso che a me è venuto naturale, perché a un certo punto, come ricercatrice, vivevo quella che ho chiamato, col tempo, la “sindrome del ricercatore”: vedere grandi costruzioni concettuali ma non poterne seguire la realizzazione. Ma naturalmente non ho mai smesso di fare ricerca, né perdo mai l’occasione di mostrare quanto sia fondamentale per chi lavora nella comunicazione.

Perciò, quando con il Master di quest’anno abbiamo affrontato il secondo progetto, abbiamo deciso che era necessario avere qualche informazione in più. L’azienda era Ceres, la richiesta era la creazione di una strategia social che comprendesse un nuovo strumento, Snapchat. Ma su Snapchat avevamo solo dati quantitativi, mentre ci interessava sapere anche come le persone utilizzano Snapchat, perché (e perché no), chi seguono: insomma, informazioni utili a costruire una strategia.

I ragazzi hanno perciò creato una survey alla quale hanno risposto circa mille persone, dalla quale emergono molti spunti interessanti che riguardano l’uso di Snapchat – e anche il suo non uso.

Dal punto di vista dell’uso, sappiamo adesso che quando Snapchat non è usata è perché non la si conosce (è così per il 35% del campione interrogato) oppure perché è “difficile da usare” (36%). Possiamo pensare che questa situazione sia in parte cambiata – la survey è stata realizzata tra maggio e giugno 2016 – ma che sia ancora un oggetto di nicchia è innegabile.

Chi l’ha adottata, invece, la considera prima di tutto una chat per comunicare con gli amici (45%) e molto meno come una fonte di informazione da parte di influencer (19%) e brand (10%); se però è un brand che ci parla, è importante che ci dia qualcosa di esclusivo, che altrove non possiamo trovare, come contenuti esclusivi e anteprime. Il che apre il sempre attuale capitolo sulla rilevanza dei contenuti condivisi dalle aziende e sulla reale influenza esercitata, appunto, dagli influencer.

Questi solo degli assaggi. L’infografica è questa, ed è stata realizzata dagli studenti del Master in Socia Media and Digital PR 2015/16: Alessandro Marchesi, Alessandro Riva, Alex Valenti, Camilla Carrarini, Cristina Alessi, Francesca Casale, Giada Angelica Morgillo, Giulia Bestetti, Laura Bettelli, Morena Mazzoli, Sara Marchioni, Simona Belluccio. La realizzazione grafica è di Antonio Disilvestro e Laura Scapin.

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Quando base vuol dire base

 

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Nell’ultimo anno mi sono dedicata molto alla formazione.  Si è trattato di formazione di base finalizzata a creare familiarità con gli strumenti social per persone che in alcuni casi, oltre a non avere alcuna presenza online, non avevano mai visto Facebook (per dirne una) o non avevano idea di che cosa fossero le parole precedute da un cancelletto che spesso appaiono in sovrimpressione durante i programmi televisivi. In alcuni casi, non sempre.

Persone molto diverse tra loro, peraltro: impiegati di una catena di grande distribuzione che devono ricollocarsi, genitori di preadolescenti in angoscia per bambini esposti al cyberbullismo e dio solo sa a quale altra malvagità umana, promotori finanziari, lavoratori del terzo settore, persone in mobilità o in cassa integrazione alla ricerca di un’opportunità, neolaureati. E così via.

La formazione di base su questi argomenti, però, mi ha messo di fronte ad una realtà che un po’ mi ha spiazzata: base vuol dire proprio base. L’ABC. Mediamente dato per scontato in tutto quello che si produce sul tema, dai libri ai blog, ai gruppi LinkedIn e chi più ne ha più ne metta.

So che a questo punto ci sarà la solita osservazione: “è l’Italia”, pensandola magari già divisa in aree Nielsen. E invece no. La prima cosa che ho imparato è che i fattori geografici non sono rilevanti. Mi sono sentita fare le stesse domande a Padova e a Napoli, a Vicenza e a Palermo, a Roma e a Milano. E sapete cosa? Mi sono convinta che la vera discriminante è nelle persone. Quelli che con questa roba ci vivono e quelli che la usano solo per organizzare le cene di classe, quelli scettici e quelli convinti, quelli che si sentono troppo vecchi e quelli entusiasti solo perché sono giovani. E siccome, appunto, da nord a sud alle isole il panorama è identico, non ho visto fattori che possano influenzare questo stato di cose al di fuori dei confini nazionali.

Intendiamoci: non è un lamento per questo stato di cose. Al contrario, è una presa di coscienza di responsabilità. Che implica diverse cose.

1.Le cose che scriviamo in rete rimangono in rete. Quindi, detta con alcuni miei illustri colleghi tra i più illuminati, noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo. Se vogliamo fare cultura – oltre che offrire cassette degli attrezzi – dobbiamo andare fuori, dove le persone non sono come noi. Dove le persone fanno cose bellissime, talmente belle che credono che in rete sarebbe tutto “virtuale” e quindi non gli interessa. Le cassette degli attrezzi verranno dopo;

2. A volte mi è stato riportato di altri corsi, precedenti al mio ma simili per promessa, che ricalcavano sostanzialmente quanto di solito è oggetto, appunto, di trattazione nei blog, nei libri, eccetera eccetera. Con risultati nulli. Ecco, questo è frustrante sia per chi insegna che per chi dovrebbe imparare. Quindi, come formatori, impariamo a metterci nei panni di chi non sa niente, ma proprio niente, della cosa di cui stiamo parlando;

3. Prima di avvicinarci ai contenuti, dobbiamo capire le persone che abbiamo davanti. Chi sono, che cosa fanno, quali sono le loro ansie, le loro convinzioni, i loro pregiudizi. Valutiamo il loro dichiarato rispetto a quello che già sanno, perché non sempre la loro percezione è corretta. Perdiamo anche tanto tempo nella comprensione delle loro aspettative nei nostri confronti: può essere quello che fa la differenza tra una formazione che lascia qualcosa e una formazione che si vivrà, a posteriori, come una perdita di tempo;

La rete è una grande opportunità

Capire le ansie delle persone che ci stanno davanti è il primo passo per una formazione di valore.

4. Partire dalle basi vuol dire partire dalla comprensione del contesto. Dal cosa prima che dal come. Significa spiegare che la rete non è un mondo virtuale, ma uno spazio in cui le persone, tutte le persone, fanno delle cose. Che la tua timeline è il frutto delle persone che ci metti dentro, non un covo di vipere che vuole farsi i fatti tuoi. Che Facebook non si inventa niente, riporta solo quello che tu gli hai detto di riportare. Che la privacy non è un concetto astratto e che può essere difesa. E così via;

Internet non è un media

Inizio spesso da questa slide. Così ho modo di parlare del contesto cancellando prima i pregiudizi.

5. Dopo il contesto, ci sono le parole. Spiegare le parole è fondamentale. Darsi un vocabolario comune è la condizione di base per capire quello che poi diremo. Sembra scontato ma non lo è: timeline, hashtag, network, profilo, account, sono solo suoni più o meno familiari, già sentiti, ma mai associati a dei significati. Quindi esplicitiamo il significato di ogni parola che usiamo;

Hashtag

Anche se pensiamo che l’hashtag sia un oggetto familiare, la maggior parte delle persone non ha idea di cosa sia. E io non posso spiegarglielo in questo modo.

6. Altra cosa importantissima sono le ragioni. Perché dovrei aprire una pagina Facebook per la mia attività? Perché dovrei avere un profilo LinkedIn? Perché non mi basta un gruppo Wathsapp per parlare con i miei clienti? Ecco, se riusciamo a trasferire in modo chiaro tutti i perché, saremo a metà dell’opera, e i per come verranno praticamente da soli;

7. Infine, la precisione. Non possiamo usare indifferentemente le parole newsfeed, timeline, bacheca; oppure pagina, fanpage, profilo: le persone non capiranno, penseranno che ci riferiamo a cose diverse e andranno in confusione. Scontato? Mica tanto. Quando mi sono resa conto che la maggior parte delle persone “di livello intermedio” facevano confusione tra un profilo e una pagina Facebook ho iniziato a scrivere ogni volta alla lavagna una tabella elencando le differenze tra le due cose. Avrei fatto meglio a fare direttamente una slide? No, perché così, parola dopo parola, mi seguivano meglio. Poi magari un giorno mi deciderò a farla, però, la slide, se no ogni volta viene fuori una tabella diversa – per la differenza tra gruppi e pagine l’ho fatta, per dire, ma in quel caso il pubblico era “avanzato”.

Profilo vs Pagina

Una tabella che ogni volta è diversa, per avere il tempo di illustrare le parole e i concetti uno per uno.

Un po’ meno di sacro fuoco, un po’ più di capacità di calarsi nei panni degli altri. Di persone che fino a quel momento hanno fatto a meno di internet e hanno vissuto comunque benissimo. Di persone che non hanno la più pallida idea di chi siamo noi e di cosa facciamo per vivere – e quando glielo spieghiamo ci guardano come per dire: e lavorare no? E ci guardano come noi guarderemmo un bimbominkia, ma senza sapere che esiste la parola bimbominkia.

bimbominkia

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Master in Social Media and Digital PR, ci siamo quasi!

img_coverEssere la coordinatrice del Master in Social Media and Digital PR dello IED è sicuramente la mia avventura più importante di quest’anno. In partenza a fine novembre, ho avuto la possibilità di pensarlo dall’inizio alla fine, scegliendomi le persone, definendo il taglio, selezionando ogni cosa in base all’obiettivo più importante di tutti: fare in modo che le persone che lo frequentano trovino lavoro. in tempi ragionevoli, possibilmente.

Per quanto mi riguarda, il mondo del digitale – non solo il Social e non solo le Digital PR: del resto non si parlerà solo di questo durante il Master – non è il futuro, è il presente. Un presente che senz’altro si misura con metri diversi: per mia zia un SMS può essere un problema (ma Skype no), per molte delle persone che ho avuto in aula negli ultimi due anni le paroline precedute da un cancelletto durante le trasmissioni televisive non hanno alcun senso, per i socialscettici “Facebook ti ruba l’identità”, per Nicholas Negroponte presto impareremo l’inglese ingoiando una pillola (lui non sa con quanta impazienza sto aspettando quel giorno!). Tutti plausibili, questi metri, anche solo perché esistenti. E noi dobbiamo tenerli presenti tutti.

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Perciò si guarderà avanti, molto avanti, durante il Master. Andando spesso fuori a vedere chi sono le persone vere che vanno al mercato, partecipano agli eventi e prendono i mezzi pubblici, tutto insieme e tutti i giorni. Parlando con le aziende, imparando la differenza che c’è tra il guardare una cosa da fuori e starci dentro. Confrontandoci con professionisti diversi, tutti fantastici ma con idee spesso agli opposti: perché il mondo là fuori è così. Di tutte queste cose ho parlato anche qui, quando mi è stato chiesto di raccontare la mia visione del Master.

Io mi occuperò di due cose che mi stanno molto a cuore: le teorie della comunicazione, tema che, mi rendo conto, magari non è dei più attrattivi, ma è assolutamente fondamentale (il perché lo spiego qui) e di strategia digitale (no, non nel senso del libro :-)).

Il programma del Master è disponibile qui: si può anche scaricare una brochure, se siete amanti della carta. Come si vedrà, le materie sono tante, perché tante sono le cose che serve sapere quando si va a lavorare in questo ambito.

Abbiamo anche una pagina Facebook, in cui parliamo di argomenti attinenti il digitale e ricordiamo gli eventi (quanti sono!) in IED.

OpenDay Master

Per un assaggio delle cose bellissime che faremo al Master in Social Media and Digital PR, giovedì ci sarà l’ultimo open day. Un pomeriggio dedicato ai Master e alla Formazione Continua, che si chiuderà in bellezza con un incontro con alcune YouTubeStar e un DJ Set. Se vi pare poco!

 

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#Luminol

#Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali. Mafe De Baggis

#Luminol. Tracce di realtà rivelate dai media digitali. Mafe De Baggis

Madonna quanto mi è piaciuto questo libro.

È che dopo tanto tempo leggo finalmente un libro che (nasce da e) serve a pensare, non a fare. Che crea uno scenario politico, non professionale. Che guarda fuori dalla finestra, non nello specchio. Grazie Mafe.

educazione civica

Uscire dalla dimensione tecnologica ed entrare in quella sociale: perché quello che succede “a” Internet succede a tutti noi, in realtà. E non capiremo davvero finché non saremo consapevoli di ciò. (Certo, una fatica che lèvati. Vuoi mettere inserire un’ora di laboratorio informatico e via andare?).

leggi del progresso scientifico

Poi c’è questa cosa del guardarsi indietro per capire – che poi sarebbe il vero motivo per cui a scuola ci fanno studiare la storia, peccato che non riescano quasi mai a passarci questa informazione. Guardare quando le dinamiche social c’erano sì ma venivano gestite diversamente, e soprattutto erano diverse le persone che ci si mettevano dentro. Poi le persone cambiano, gli strumenti si evolvono e siamo tentati di dare la colpa alla democrazia per l’orribile sensazione che proviamo di realtà che ci sfugge dalle mani. Ma ovviamente non è mica colpa di Twitter.

mediazione

E anche il retrogusto di metadiscorso che c’è sempre ogni volta che si parla di questi temi – per la distanza tra chi ci vive e chi guarda da fuori. Il paradosso di parlare di rete in rete e finire col non raggiungere mai chi parla di rete fuori dalla rete, e il “le ragazzine si uccidono per colpa di Facebook/Whatsapp/Ask/Laqualsiasi”, che mi ha fatto pensare che #Luminol è un libro da stampare di carta e mettere in libreria e nelle biblioteche delle scuole (per gli insegnanti, mica per i ragazzi). Perché non possiamo pensare che tutti comprendano e applichino, se è il caso, l’onestà intellettuale di McLuhan, che “usava i media per leggere la realtà, mica per giudicare i media” (cit).

positivismo riduzionista

L’equilibrio tra apocalittici e integrati è un altro bel punto, se affrontato con un uso sapiente di Luminol. Che poi io sono apocalittica per qualcuno e integrata per altri, dipende dai punti di vista, e il bello è che tutti sono così, solo che non sempre lo sanno. Torniamo in un certo senso all’inizio: la chiave sarebbe un’adeguata educazione civica, che contempli la capacità di leggere i punti di vista prima di sparare alla cieca. E, possibilmente, l’obbligo di studio della rete (per chi, troppo poco giovane, non ha avuto l’opportunità di vedere un mondo che ci è nato con).

un poco di rete

Perciò tant’è, si fa quel che si può, è l’invito e l’augurio del libro. Al meglio possibile, ma una scuola brutta è pur sempre meglio di niente scuola. Che questo sia anche un invito all’impegno individuale è chiaro: fa parte del gioco e il gioco è che, ahimè, non si può più mica tanto giocare. Ché c’abbiamo un paese da rimettere dritto, e la rete sì, potrebbe essere un’opportunità per chi ha voglia (e testa, e buone gambe, anche).

bit, lavoro e realismo

Vola alto come sempre, Mafe. Che bello.

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