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Un’intervista su Strategia Digitale

Questa volta è Guida Digitale che fa a me e a Roberto Venturini un sacco di domande sul nostro libro.

Al solito, ogni volta possiamo aggiungere un pezzetto in più: perché le cose cambiano in fretta, perché certe intuizioni si sono precisate con il tempo, perché infine anche noi abbiamo avuto modo di riflettere e di approfondire alcuni aspetti che fino ad ora ci erano sembrati non particolarmente rilevanti.

Come sempre è stato un piacere, perciò grazie a Giulio Gaudiano e Sara Veltri di Guida Digitale. E a Roberto che ha fatto anche il publiredazionale 🙂

Ecco qui l’intervista:

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Inciampata nel brand al Meet Magento

L’anno scorso ero stata presente solo in spirito, ma quest’anno non me lo sono lasciato scappare, il Meet Magento. E ho fatto un’ipotesi un po’ bizzarra, che l’e-commerce sia un super-touchpoint. Uno spazio, insomma, nel quale si può inciampare nel brand a vario titolo, non necessariamente perché dobbiamo comprare qualcosa. Se questo è vero, forse vale la pena di pensare all’e-commerce come a uno spazio un po’ più pieno di vita di quello che vediamo di solito. Alcuni di questi fortunati li ho trovati, altri ce ne sono sicuramente e sarà bello trovarli.

Nel frattempo ecco le slide.

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Al Mashable Social Media Day di Milano, 9 cose da sapere prima di mettere mano a una strategia digitale

Confesso che, se parlare in pubblico non mi turba (più) moltissimo, il format dell’ignite invece mi da un’ansia che lèvati. Perché l’idea di non avere il controllo del momento, la possibilità di dilungarmi se lo ritengo necessario, quella, al contrario, di saltare allegramente una slide, quest’idea, ecco, non mi mette a mio agio. L’ignite, per chi non lo sapesse, è una modalità di presentazione molto rigida: 5 minuti a disposizione, 20 slide temporizzate, 15 secondi a slide. Quindi niente spazio all’improvvisazione.

E invece il Mashable Social Media Day di Milano, organizzato dallo IED, è fatto proprio così. E la postazione degli speaker ci impediva di guardare le slide da monitor, avendo lo schermo alle spalle.

La crudeltà dell'ignite

La mia presentazione era a due voci, naturalmente, poiché ho diviso il microfono con Roberto Venturini.

Abbiamo parlato di quello che viene prima di iniziare a scrivere una strategia digitale, delle cose da tenere presente, delle idee preconcette di cui liberarci. Insomma, una sorta di introduzione alla strategia digitale, cose da sapere indipendentemente dal fatto di leggere o no il libro.

Sull’evento vi segnalo lo Storify di ad Mingle Italia e quello di Enrico Giubertoni, che raccontano in modo molto completo la serata.

Le nostre slide, invece, sono queste. Buona lettura!

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Al Meet Magento. In contumacia.

Mesi fa la mia amica Emanuela mi ha mostrato un’email che l’aveva lasciata senza parole. Il testo dell’email era questo:

Ciao Emanuela
Nella lounge del nostro ufficio, accanto ai massicci divani in pelle su cui sediamo con aria estremamente seria, si trova il nostro amato grammofono e, alla sua destra, il nostro schermo news ticker da 70 pollici, che ci ha appena segnalato l’arrivo del tuo ordine in altissima risoluzione HD. Abbiamo visualizzato il tuo ordine e brindiamo alla tua ottima scelta.

Ora, dopo aver finito di sorseggiare un Dry Martini sulle note di «Papa’s got a brand new bag», ci metteremo subito all’opera per predisporre la spedizione.

Non appena tutti i documenti saranno pronti e il tuo prodotto sarà spedito a Milano, ti ricontatteremo via e-mail.

Nel frattempo, ti ringraziamo con i nostri più distinti saluti.

La tua redazione auto-reply di Zurigo

Tempi di consegna (giorni feriali, dal lunedì al venerdì):
Svizzera: 1-3 giorni
Germania: 4-5 giorni
Grecia: 10-14 giorni
Europa: 4-7 giorni
US & Canada: 3-7 giorni
Giappone: 3-7 giorni
Russia: 14-20 giorni
Resto del mondo: 4-10 giorni

Sotto, la foto della borsa acquistata dalla mia amica

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e un allegato, il video del brano di James Brown


Fantastica!

Ho chiesto a Emanuela di girarmela, e, sorpresa, un paio di giorni dopo me ne ha mandata anche un’altra, stesso mittente, che diceva:

Ce l’abbiamo fatta: il tradizionale rituale d’imballaggio di due ore si è felicemente concluso e in pochi istanti provvederemo a consegnare il pacchetto bello e pronto al corriere di nostra fiducia.

Quest’ultimo, oltremodo orgoglioso di prendere parte a questa esperienza, accorrerà fino a te attraverso l’insorgenza del freddo dell’inverno per poterti consegnare personalmente il tuo nuovo, prezioso acquisto.

Seppur di rado, capita che l’eccitazione e l’affanno rendano il corriere un po’ introverso e incapace di manifestare appieno la sua insita cordialità. In tal caso, ti preghiamo di perdonarlo e di rompere il ghiaccio preferibilmente con una pacca sulla spalla, un piccolo abbraccio o un bacio sulla guancia – te ne sarà grato e, chissà, magari finirete addirittura per festeggiare insieme il glorioso arrivo della tua borsa.

Se la pazienza non è la tua forza è possibile controllare lo stato della tua spedizione con il numero di tracking 1xxxxxxxx in questo link: http://www.xxx.com

Ancora grazie per il tuo acquisto e cordiali saluti da Zurigo
Il FREITAG Online Team

P.S.: abbiamo la colonna sonora perfetta per festeggiare alla grande la consegna della tua borsa:http://www.youtube.com/watch?v=Zv85y08aA2w

Questa volta solo un allegato, il video dei The Turtles.

La raccomandazione di Emanuela era stata di farne buon uso, e l’occasione si è presentata il mese scorso, quando sono stata invitata, insieme a Roberto Venturini, come speaker al Meet Magento, l’evento annuale in cui per due giorni si parla di ecommerce.

Usando le email di Emanuela abbiamo parlato di ecommerce ma soprattutto di come l’ecommerce costituisca una parte della strategia digitale più ampia. Cioè, io ne ho parlato in contumacia, poiché non ho potuto essere presente, con grande dispiacere, all’evento, per cui ne ha parlato Roberto.

Ed ecco le slide. Enjoy!

P.S. Si è capito che le email erano di Freitag, vero?

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Gli stereotipi di genere e la responsabilità della comunicazione d’impresa

I diritti che crescono - Unicef e Mamme Acrobate

Gli incontri sui diritti dei bambini promossi da Unicef e organizzati da Mamme Acrobate

Sabato scorso sono stata invitata da Mamme Acrobate a portare la mia testimonianza in un interessante incontro dal titolo Cose da femmine, cose da maschi: educare alla diversità contro gli stereotipi di genere. Era il terzo di cinque momenti di riflessione organizzati in collaborazione con Unicef sui diritti dei bambini, e ho aderito con entusiasmo. Il tema, del resto, mi è molto caro, non solo come mamma ma anche come professionista, essendo io una convinta sostenitrice della responsabilità della comunicazione delle aziende nella creazione (e mantenimento) della cultura.

Non è la prima volta che ne parlo. Commentando la vicenda che ha visto coinvolto Guido Barilla in un’infelice uscita circa l’opportunità di mostrare famiglie gay nella pubblicità, dicevo che

[…] un vero comunicatore dovrebbe sapere che la comunicazione ha una grandissima responsabilità nella creazione e nel mantenimento del sentire di un Paese, della sua cultura e delle sue categorie di pensiero. E questo vale sempre, anche quando parliamo di donne, di bambini, di gay.

Quella di sabato è stata l’occasione per tornare sull’argomento proprio con una delle categorie più penalizzate da questo atteggiamento di irresponsabilità, le mamme – e, di conseguenza, i bambini.

Come mamma mi preoccupo di dare a mio figlio un’educazione lontana dagli stereotipi di genere. Cosa che non mi riesce molto difficile, dal momento che in famiglia questi stereotipi non esistono, per cui quello che passa è che mamma e papà fanno le stesse cose, hanno la stessa dignità, sono diversi nel loro ruolo affettivo ma non in quello pratico, dei comportamenti. La diversità di genere deve essere una ricchezza, non una penalizzazione.

Mio figlio però vive nel mondo. E nel mondo ci sono molte cose: la scuola, gli amici, la televisione (che la si guardi o no in casa non rileva, la tv entra nelle nostre vite anche se non siamo in grado di usare un telecomando), la pubblicità. E che cosa succede? Che le maestre sono tutte donne (il 98% delle insegnanti fino alla scuola primaria sono donne, poi questa percentuale cala man mano che il livello della scuola si alza – anche questo è un dato sul quale riflettere), che molte mamme sono casalinghe (in Lombardia il 50% delle donne lascia il lavoro alla seconda maternità), che la televisione e la pubblicità ci propongono sempre gli stessi stereotipi di genere (da gennaio a maggio 2013 il 98% dei bambini dai 4 ai 14 anni ha guardato la tv per 3 ore e 24 minuti al giorno, dato Istat).

Teniamo da parte, solo per questa volta, le donne da esposizione, quelle seminude e usate solo come piacevoli accessori d’arredo, provocanti e fortemente sessualizzate. Concentriamoci sulle altre, quelle donne che più o meno dovrebbero somigliare alla maggioranza delle donne reali. Ho scelto spot “normali”, non di quelli che hanno suscitato polemiche,e li ho scelti apposta.

Avete mai fatto caso che le mamme in pubblicità sono sempre in ambienti chiusi, per lo più in casa, mentre i padri sono fuori o stanno per uscire?

E avete fatto caso che quando una donna “normale” si trova fuori casa – in ascensore, in ufficio, per strada – di solito è una che ha qualche problema, un malanno, un disagio, come minimo il ciclo (la qual cosa la spinge a volte a compiere scelte bizzarre, tipo vivere in una stazione spaziale che è anche un gineceo, evidentemente off limits per gli uomini).

L’ambiente chiuso porta a volte alla follia (arrivando così a unire la mamma schiava alla povera crista piena di acciacchi), cosicché in alcuni casi troviamo mamme che, un po’ alla Don Chisciotte, conducono lotte senza quartiere – e senza speranza – contro “i nemici dell’igiene”.

Questi i modelli che ci propone la pubblicità. La quale ritiene di non potersi assumere responsabilità culturali, poiché, dice, si limita a seguire e riproporre i modelli esistenti – in fondo il “target” è spesso identificato con uno stereotipo, quindi ovvio che sarà quello ad essere usato.

Beh, io non sono d’accordo. La cultura è fatta di tutto quello che ci circonda: i libri che leggiamo, i film che guardiamo, la scuola che frequentiamo, la religione, la musica, la città – intesa proprio come urbanistica, struttura fisica -, il quartiere, e anche, a maggior ragione, la comunicazione alla quale siamo esposti. Dalla cultura nella quale cresciamo dipende il futuro che riusciamo ad immaginarci. E noi quale futuro facciamo immaginare ai nostri figli?

I prossimi incontri:

IV incontro – 17 maggio 2014
Imparare a Imparare: la scuola amica dei bambini
Chiara Zanetti – specialista educazione ai diritti UNICEF Italia
Errica Maggio – ideatrice di Compidù e professional counselor
Chiara Menozzi – professional counselor Skills
Elena Salomoni – fondatrice MammeInRadio.it

V incontro – 24 maggio 2014
Partecipo anche io! Prevenire e contrastare il bullismo
Nicola Iannacone – psicologo, Asl Città di Milano
Barbara Laura Alaimo – pedagogista, Straordinariamentenormale.it
Jolanda Restano – Fondatrice Filastrocche.it e Blogmamma.it

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Insegnare Facebook ai genitori per aiutare i figli. Com’è andata

Tempo fa avevo parlato del mio miniprogetto per avvicinare i genitori ai social, iniziando da Facebook. Anche se ci ho messo un po’, alla fine l’ho fatto. Un dopocena con una decina di persone, a casa mia. Tutto molto informale, mi interessava soprattutto capire se il tema poteva interessare e quale fosse il taglio giusto.

Mi sono fatta aiutare da qualche slide, ma solo per avere una guida, perché il succo del discorso si è svolto navigando.

Le persone che ho invitato erano di provenienze diverse – dal punto di vista dell’abitudine ai social: una coppia di esperti, una coppia di contrari-fino-alla-morte, una di possibilisti, una di “noi Facebook ce l’abbiamo ma un sacco di cose non ci sono chiare”. E poi io e il marito, naturalmente, e ben tre ragazzini di 10-11 anni per chiarirci i dubbi che man mano venivano fuori.

La chiacchierata è durata un paio di ore e ha spaziato molto: dal perché un povero genitore che non gliene potrebbe fregare meno deve stare su Facebook a perdere tempo, alle regole di galateo (le abbiamo chiamate proprio così) dei social ma anche dell’email. Ma la cosa che mi stava più a cuore di tutto era far passare l’idea che i social non sono una realtà parallela e virtuale, che le reti sociali che creiamo attraverso questi strumenti sono reali quando quelle dei nostri amici, delle persone che incontriamo davanti alla scuole, dei colleghi. E questa cosa naturalmente è la più difficile da accettare.

I feedback sono arrivati dopo qualche giorno. Uno, a sorpresa, via WhatsApp, in cui mi si faceva notare come l’allievo avesse superato il maestro 🙂

E poi un’osservazione più o meno comune, che si può semplificare così: “Anche se a me non interessa e anzi non mi piace, questo mondo è il mondo in cui vivrà mio figlio. Quindi non posso ignorarlo”.

Ecco, è più o meno quello che volevo. Missione compiuta.

Le slide sono qua:

Devo ringraziare molte persone per queste due ore che sono state, in realtà, a lungo meditate. Ma siccome so già che qualcuno lo dimenticherei, i ringraziamenti li farò personalmente – via Facebook, insomma.

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Insegnare Facebook ai genitori per aiutare i figli

Il mio volontariato di quest'anno è insegnare Internet ai genitori

Il mio volontariato di quest’anno

Mio figlio ha 10 anni e considera il wifi una cosa che viene al mondo insieme alle case. Per giocare, principalmente, ma anche per guardare video e studiare – sì, studiare, l’unico modo che conosce per studiare geografia, per dire, è farsi prima un giro su Google Earth giusto per capire di cosa si sta parlando. Tra i suoi giochi preferiti c’è Clash of Clans: in sintesi, ti crei il tuo villaggio, aderisci ad un clan o ne crei uno, addestri le truppe e dai battaglia agli altri villaggi/clan.

Clash of Clans

Clash of Clans

Questo gioco ha una chat, anzi due, una interna al clan e una generale. Le regole per entrare nel clan – e di conseguenza nella chat interna – sono fissate dal capoclan. In un momento di euforia, il capoclan ha concesso l’ingresso nel clan in modo molto disinvolto, cosa che ha seminato il panico tra i genitori dei membri, che si sono sentiti raccontare dai figli che c’era “uno di 29 anni”. L’allarme è rientrato velocemente, prendendo due o tre provvedimenti (tra i quali non la disinstallazione del gioco, che ad alcuni pareva la cosa più saggia da fare).

Questo panico mi ha spinto ad accelerare un progetto che stavo coccolando da tempo, senza mai decidermi: insegnare Internet ai genitori, per rendere più sereni loro e più sicuri i loro figli. Certo che “insegnare Internet” è un bell’obiettivo, e allora bisogna procedere per passi. E infatti, dopo qualche indagine, ho deciso che inizierò raccontando Facebook. Il motivo tra un attimo, prima di tutto un’osservazione.

I nativi digitali non sono più bravi dei loro genitori, sono semplicemente più abili nell’accesso allo strumentario digitale – perché ci sono nati insieme: ma è manualità molto più che ragionamento. Perciò da una parte abbiamo bambini/ragazzi che usano strumenti e piattaforme con grande disinvoltura e che sviluppano un tipo di socialità ad hoc per questi; dall’altra parte abbiamo genitori che, se non hanno familiarità con questo ambito, rispondono con reazioni opposte: o hanno paura dei social e li vietano – impedendo così ai ragazzi di approfittare delle grandi opportunità che i canali offrono loro – o si disinteressano completamente alle attività dei figli. È chiaro che entrambe le cose sono prive di senso.

Se però facciamo in modo che anche i genitori comprendano, allora potranno accompagnare i loro figli in questo mondo brutto e cattivo, stando tutti molto più sereni. Un primo tentativo in questo senso l’ho fatto alcuni anni fa insieme a Nesquik e ai mitici Guglielmo e Edoardo. Ecco il primo dei cinque video:

Gli altri sono nel sito Sai come me lo immagino.

Ok, ma perché Facebook?

In realtà Facebook, soprattutto tra le nuove generazioni, è in ribasso. I giovani preferiscono piattaforme più agili e nate sul mobile, come Instagram o Whatsapp. Oppure, se sentono il bisogno di uno spazio di espressione e non di sola relazione, l’ideale è Tumblr, più leggero di un blog ma più «profondo» di una chat.

Il motivo principale per cui i più giovani abbandonano Facebook è che lì ci sono i genitori. Facciamocene una ragione. Però per noi rimane importante sapere come funziona questo strumento, perché è quello che ancora rappresenta il paradigma della socialità in rete. Molte persone sono entrare per la prima volta in internet intorno al 2008 per andare su Facebook, per esempio. Facebook è un complesso di strumenti e di principi relazionali che valgono per tutti gli altri ambienti, perciò imparando questo poi sarà molto più semplice capire il resto del mondo. E magari ci si divertirà anche.

Ho chiesto suggerimenti su Facebook e ne è venuta fuori una interessante discussione che trovate qui.

(Poi, dopo il primo giro con i genitori, vi farò sapere come è andata, ma se avete idee, suggerimenti, esperienze e quant’altro non siate timidi, fatemi sapere!).

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Questione di format

Da un po’ di tempo mi sto occupando, per lavoro, di YouTube. Mondo per me pressoché ignoto finora, se non per sporadiche visite a singoli video segnalati su altri social che frequento con più assiduità (in realtà non amo il video in generale, perché mi costringe a dedicare tutta la mia attenzione, se pure per una manciata di minuti, ad una cosa sola, senza poter nel frattempo scrivere una mail, visitare un sito di informazione, al limite anche giocare. Problema mio). Perciò ho dovuto imparare da zero, e anche velocemente.

Frequentare youtubers nel loro territorio mi ha offerto vari spunti di riflessione, primo fra tutti il fatto che gli youtubers non sono semplici performer, più o meno in gamba nel loro settore e più o meno specializzati. Il loro valore principale, in realtà, è quello di essere creatori di format.

Significa che i vari Clio Make Up, Willwoosh, Zoro, hanno ricavato il successo che gli conosciamo per il modo in cui hanno costruito il loro stile di creare video, con una certa regia, una particolare fotografia, dei testi che li distinguono, una durata dei video più o meno standard, e così via. Questo sia che si tratti di performer, ossia di personaggi che recitano un copione basato su episodi inventati, sia che si tratti di tutor, gente che insegna a fare delle cose ad altra gente. In un certo senso, proprio come i blogger sono editori, loro sono case di produzione.

Faccenda impegnativa, questa. Perché implica una difficoltà grossa nel momento in cui volessero uscire dalla rete. I tre che ho nominato sopra ce l’hanno fatta, ma hanno dovuto attraversare vari step, il primo dei quali è un’accoglienza non entusiastica. Fa eccezione Zoro, perché, si ci pensiamo, ha preso parte ad una trasmissione televisiva (Parla con me della Dandini) proprio nel ruolo di blogger: un format ha accolto il suo format, senza modificare niente e anzi sottolineando la sua natura originaria (poi la presenza di Diego Bianchi in tv si è evoluta, ma quasi un’ulteriore conferma: al momento in cui va in onda Gazebo, sono passati anni dalle sue prime apparizioni televisive).

Il fatto è che se prendete uno youtubers e lo sbattete in tv, assegnandogli uno spazio pensato da altri, lo snaturate. Perché questo significherà:

  • Perdere il loro pubblico di riferimento e andare alla conquista di un pubblico molto diverso (non è come radio e tv: chi sta sul web ha una relazione molto intensa con le persone che lo seguono, e non è affatto banale entrare in un ambiente in cui Mario, Agnese, Franco, non potranno dare un feedback a quello che lo youtuber proporrà loro);
  • Perdere la loro autonomia nella gestione dei tempi e degli spazi: i tempi televisivi sono diversi da quelli del web, e spesso incompatibili, proprio come incompatibile è una cameretta nella quale creare video con attrezzature basic è diverso da uno studio televisivo;
  • Perdere il loro ruolo onnipotente rispetto alla loro produzione, perché ci saranno degli autori (altri) che li inseriranno in un qualche contenitore, e qualche volta saranno costretti a recitare un ruolo. Che magari gli appartiene, magari no.

Da queste considerazioni ci siamo poi spinti oltre, alla ricerca di quello che abbiamo chiamato l’algoritmo del successo degli youtubers. Velleitario, pensavamo, ma alla fine qualcosa di interessante è saltato fuori. Dallo studio fatto è nata la presentazione che Duepuntozero Research ha fatto all’Assirm durante l’ultimo convegno, che è questa.

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Tanti tipi di freelance. Molti dei quali al FreelanceCamp

Come sempre ai camp c’è molto da imparare. Se poi si fa vista mare, ancora meglio.

Della due giorni di Marina Romea, il FreelanceCamp 2013, me ne sono fatto solo uno, il sabato, e pazienza, ma sono riuscita a fare il mio speech. Speech che è nato diversamente da come è andato a finire, come spesso accade. Avevo in mente una cosa, e per iniziare ho fatto una veloce ricerca sui social a proposito dei freelance. Il discorso dei e sui freelance mi ha incuriosito al punto che è diventato il mio argomento.

Ne è venuto fuori questo.

Per sapere cosa è successo al FreelanceCamp, sul sito ci sono tutti gli aggiornamenti.

Un grazie (che non è di circostanza) ad Alessandra Farabegoli, Miriam Bertoli e Gianluca Diegoli, che hanno fatto miracoli nell’organizzazione dell’evento e sono stati splendidi padroni di casa 🙂

Buona lettura!

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Generazione 2.0, l’acqua e lo stile

Nel 2008 Don Tapscott pubblica il libro “Grown Up Digital: How the Net Generation Is Changing Your World”, un’analisi della Net Generation. I nati dal 77 al 97 vengono passati al setaccio dall’economista canadese, alla ricerca delle loro abitudini e delle cose che li distinguono dalle generazioni precedenti, in tutto il mondo. Tranne che in Italia.

Questa omissione fa scattare la curiosità di Duepuntozero Research, che decide di occuparsi di riempire il vuoto. Nasce così la ricerca “Generazione 2.0. Made in Italy”.

Pesci 

“Com’è l’acqua oggi?” Chiede un vecchio pesce a due pesci giovani. I due si guardano e, una volta allontanato il pesce agé, si chiedono “ma che cos’è l’acqua?”.

Il fatto è che mentre la generazione X e quella dei baby boomers hanno vissuto il passaggio tra media analogici e internet, i nati dal 1977 al 1997 (che oggi hanno dai 18 ai 30 anni, un sottoinsieme della fascia analizzata da Tapscott) sono atterrati in un mondo già digitale: non hanno mai sentito il rumore del modem, non usano l’espressione “collegarsi a internet”, non usano la parola virtuale.
Non hanno idea di cosa sia l’acqua, insomma, visto che ci sono immersi dalla nascita.

Connessi

Che cosa significa essere sempre connessi? Anche in questo caso la domanda è mal posta. In realtà non c’è distinzione, per questa generazione, tra on e off line, perché vivere con la rete è la sua quotidianità. Ciò ha almeno due conseguenze sul comportamento:

  1. Le relazioni sono uguali: le amicizie provenienti da Facebook sono uguali a quelle del “mondo rotondo”.
  2. Le aspettative sono uguali: in termini di comportamenti, si aspettano nel “mondo rotondo” la stessa etichetta che vige in rete.

Stilosi

Questo paradigma, qui ridotto all’osso, nella ricerca viene identificato con un acronimo: S.T.I.L.E.:

  • Socialità
  • Trasparenza
  • Immediatezza
  • Libertà
  • Esperienza

Interessanti, nel libro, le applicazioni del paradigma a diversi contesti concreti, come la scuola, le istituzioni, le marche.

Ed ecco sia la presentazione che il libro

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