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Un po’ di fatti miei, tanto per cambiare.

L’ultima volta che ho aggiornato il mio profilo LinkedIn non ho disattivato le notifiche, e ho ricevuto un sacco di messaggi di congratulazioni – o di sconcerto, quasi in ugual misura – da parte della mia rete. A qualcuno ho risposto in forma estesa, altri li ho ringraziati e basta.

La notizia, in sintesi, è che per una quota sostanziosa del mio tempo collaboro con un’agenzia. Lo sconcerto veniva da chi mi ha sentito ripetere più volte che “in agenzia, mai più!”. Però c’è agenzia e agenzia. Questa è piccola (anche se sta crescendo), ma soprattutto ha dentro un team veramente straordinario. Io sono la più vecchia, una specie di zia, con il titolo di Head of Strategy e molta voglia di portare dentro quello che ho imparato e di imparare da chi potrebbe essere mio nipote (ehm, qualcuno anche figlio, per dirla tutta).

L’agenzia si chiama KIWI (scritto così, tutto maiuscolo), ha fatto un sacco di cose belle e altre ne sta – ne stiamo – facendo. Per chi avesse curiosità di conoscerci, visto che ci siamo appena rifatti il look, sappiate che il 27 il 10 novembre ci sarà l’inaugurazione della nuova sede, quindi vi aspetto.

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Lavorare in un’agenzia ha un grande vantaggio: ti costringe a sporcarti le mani tutti i giorni. Praticamente un bagno di realtà che da freelance uno rischia di dimenticarsi, concentrato com’è su una quotidianità scandita da obiettivi e produttività che non devono scontrarsi con tante altre teste che vanno, almeno sulla carta, nella stessa direzione, anche se seguendo percorsi diversi. Quindi KIWI per me è anche un serbatoio di “vita vera”, relazioni (mamma mia quanto mi mancava andare a pranzo con i colleghi!), osservazione del mondo anche attraverso gli occhi di altre persone. E un lavoro fuori casa, un’organizzazione più rigorosa, un confronto continuo.

Tutte cose che servono un sacco per svolgere meglio le altre attività, che ovviamente non ho abbandonato.

Prima di queste attività è il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED (anche qui tutto maiuscolo. A un certo punto mi firmerò GIULIANA). Stiamo lavorando alacremente al nuovo anno accademico, in partenza il 24 novembre. L’anno scorso ho avuto moltissime soddisfazioni da questa esperienza: una squadra di docenti spettacolare, studenti fantastici che sono entrati ragazzi e sono usciti professionisti, bei progetti realizzati, una varietà praticamente infinita di cose provate. La novità di quest’anno è che sono affiancata da un co-coordinatore, nientepopodimenoche Marco Massarotto. Che presto mi bannerà, temo. Se invece resisterà allo stalking al quale lo sto sottoponendo, anche stavolta sarà bellissimo.

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L’agenzia e lo IED non hanno fermato le mie attività di formazione e consulenza, che esercito come sempre, magari con meno intensità ma non con meno passione. Attività che, oltre a quelle regolarmente retribuite, comprendono il volontariato nelle scuole medie, a parlare a ragazzi, genitori e docenti di educazione al digitale. Ce n’è un bisogno disperato, le scuole non hanno soldi, quindi si fa quel che si può, ognuno per quello che sa. Io so fare questo.

E infine c’è il libro. L’ho presentato, attraverso una bella intervista, al PF Expo di Roma lo scorso 29 settembre. Una trasferta velocissima ma molto interessante nel favoloso mondo dell’economia e della finanza. Ecco il video dell’intervista.

Il 25 ottobre, invece, terrò un workshop allo SMAU di Milano, in cui parlerò principalmente di quello che serve sapere e fare prima di imbarcarsi in una strategia digitale. Se passate di là venite a farmi ciao.

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A lezione di Marche

Questo post non è esattamente di lavoro. Parla delle mie vacanze, anzi, di alcune cose che ho pensato a proposito delle Marche, dove sono stata in vacanza. Cose che magari non sembra ma hanno a che fare con il mio lavoro.

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E ovviamente ho ricevuto un sacco di consigli. Grazie a questo post, inoltre, ho trovato una casa in cui passare le mie 3-settimane-3 di ferie.

La premessa fondamentale è che le Marche sono una regione meravigliosa. Bello il paesaggio, bellissime le città e i borghi, simpatica la gente… da farmi chiedere perché non ci sono andata prima.

Perciò, ad uso dei posteri, ho pensato di mettere giù un po’ di indicazioni. Perché le Marche si devono imparare, anche 😉

1. Le guide e le informazioni
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Ho comprato due guide, la Lonely Planet e quella del Touring. Quella del Touring l’ho presa perché era l’unica che parlasse solo delle Marche, l’altra perché, alla fine dei conti, era parecchio più smart.

La Touring va bene per le informazioni: notizie storiche, documentazione sulle opere d’arte, per lo più. Ottima per capire il contesto, ma più utile se si studia a casa che quando sei sul posto.

La Lonely invece è proprio da portarsi dietro. Non ti puoi aspettare molto approfondimento, ma per gli itinerari, i suggerimenti, le cose da fare e da vedere, è più stimolante e pratica.

La vera differenza però la fa l’Ufficio del Turismo. In quello di Porto San Giorgio, dove sono stata, ho trovato una persona estremamente disponibile, che mi ha dato così tante informazioni e materiali che ho preso quelle per la sola prima settimana. Perché l’altra cosa da sapere è che, oltre ai luoghi da vedere, le Marche sono iperattive dal punto di vista degli eventi e delle iniziative.

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2. Educazione civica
E qui iniziano le lezioni vere e proprie. La prima cosa che noti è che il livello di educazione dei cittadini è molto alto. Per esempio nel supermercato trovi questo cartello:

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Ma, per qualcosa che hai, qualcosa devi dare. E allora ecco l’esame di Marchigiano 1: la raccolta differenziata.

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Ci sono 7 tipi di raccolta diversa (indifferenziato, carta, plastica, vetro, umido, alluminio, pannolini), che già ti mettono un po’ in difficoltà sugli spazi, diciamo. Poi c’è il calendario. Ogni giorno puoi mettere fuori un tipo di rifiuto diverso (la raccolta è porta a porta, si possono mettere fuori i sacchi dalle 21 del giorno prima alle 5 del giorno in cui avviene la raccolta di quel tipo di rifiuto), ad eccezione del vetro e dell’alluminio, che vanno conferiti nei cassonetti appositi.

Ovviamente io non ho trovato ‘sti benedetti cassonetti, quindi il vetro, come anche tutti i sacchi di rifiuti diversi da quello del giorno in cui sono partita, sono rimasti bellamente nella casa che avevo preso. Con molta vergogna da parte mia, ma diciamo che se ho passato l’esame per la parte istituzionale (anche grazie alle dritte della nostra amica Monica, che lì c’è nata e quindi non si fa intimidire), ho cannato pesantemente sulla parte monografica.

Una conseguenza di questa, come dire?, attenzione al rifiuto urbano è che ci sono pochissimi cestini per i rifiuti per strada. Se ti bevi una Coca, per dire, poi ti tiri dietro la lattina vuota e la butti via a casa, nell’apposito sacchetto.

Insomma, molto bello ma un po’ complesso da gestire, se non ci vivi.

3. La segnaletica
Sono stata molto indecisa su come intitolare questo paragrafo. Un’alternativa sarebbe stata “l’iconografica”, ma magari risultava scoraggiante. Eppure.

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Ecco, a me questi cartelli mettono un’ansia che signora mia, anche se sono laureata, ho un master e ho pure scritto un libro che non è esattamente chick lit. Credo che Sheldon Cooper apprezzerebbe molto, perché descrivono la realtà esattamente come dovrebbe essere, come sarebbe giusto che fosse. E magari lui, se solo sapesse guidare, forse riuscirebbe anche a parcheggiare così. Ma i comuni mortali no, loro parcheggiano a muzzo, rendendo vani questi tentativi di ordine.

Un altro esempio di segnaletica ad effetto ma magari un filo complicata è quella di Recanati. Recanati è un borgo bellissimo. Così bello che quando ci sei dentro ti chiedi che cosa avesse Leopardi da lamentarsi tanto. E appunto Leopardi è protagonista assoluto delle passeggiate. Non sono c’è un’intera strada tappezzata di brani delle sue poesie

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(che, in perfetto stile marchigiano, non sono titolate, così il gioco è riconoscere la poesia da cui è tratto il brano), ma la segnaletica turistica comprende anche i luoghi delle sue poesie. In pratica:

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Il codice colore, una volta capito, è un vantaggio, aiuta. Prima no, fa simpatia e basta. Ma avete notato, fra le indicazioni azzurre, il simbolo dell’infinito? Fichissimo, trovo. Complicato, alquanto. Per esempio non ho capito a quale poesia si riferisce la ruota – ignoranza mia, eh. Il passero invece no, facilissimo, se hai capito la differenza tra le indicazioni. Se no pensi che è una postazione di birdwatching, tipo.

Insomma, ecco, che non vi venga in mente di andare impreparati 😉

4. L’informazione

I quotidiani che spopolano sono Il Messaggero e Il Resto del Carlino.

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(per la cronaca, la festa è stata rovinata dal furto di salsicce e arrosticini).

Ma se volete davvero un’esperienza superiore non potete non leggere Il Corriere Adriatico.

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La cronaca ovviamente è la parte più sviluppata, ed è bellissima.

Conclusioni

Durante la settimana di Ferragosto le spiagge erano piene (curiosità linguistica: gli stabilimenti balneari si chiamano chalet, come quelli di montagna :)), tanto che l’impressione era che non ci sarebbe stato spazio per più persone. La settimana successiva sono arrivati i milanesi: lo capivi da come parlavano e da quello che dicevano. Capivi anche quali tra di loro erano milanesi tornati a casa e quali amici di chi tornava a casa.

Il fatto di aver visto tanto turismo interno mi ha fatto chiedere dove fossero tutti gli altri, quelli che vanno in Toscana, per esempio. Un territorio così bello se lo potrebbe permettere (ok, il mare è l’Adriatico, e se non sei sulla Riviera del Conero è come stare in Romagna, va bene). Forse non vuole, semplicemente.

E allora ho pensato a tutti gli altri posti d’Italia che meriterebbero, certo, ma che non entrano nella nostra top ten delle destinazioni di vacanza. Su questa cosa ci sto ancora pensando, magari qualcuno tra di voi ha un’idea…

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