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La ricerca su Snapchat dei masteristi in Social Media and Digital PR IED [orgoglio di prof]

snapchat

Il mio impegno principale, l’anno scorso, è stato il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED. Tanto lavoro (ma proprio tanto) ma anche tante soddisfazioni. Ho visto entrare dei ragazzi e ho visto uscire dei professionisti: non credo si possa chiedere di più.

E naturalmente ho insistito molto perché la loro impostazione mentale fosse il più rigorosa possibile. “Social” è una parola vuota, se dietro non c’è un obiettivo aziendale, un obiettivo di marketing, una strategia di comunicazione. È una parola vuota se non sappiamo che, aggiornando una pagina Facebook o pubblicando uno scatto su Instagram, stiamo facendo comunicazione: stiamo cioè attivando un processo che prevede un emittente, il quale elabora un messaggio, che passerà attraverso un canale, che sarà disturbato da un rumore, giungerà a un destinatario e questi dovrà decodificare quello che riceve in base alla lingua che parla, all’esperienza e alla cultura che possiede, all’attenzione che è disposto a porre. In altre parole, social è una parola vuota tutte le volte che la usiamo come se stessimo condividendo le foto delle nostre vacanze, anche se stiamo gestendo la pagina di un brand.

Non solo. Per occuparsi di social bisognerà entrare in relazione con una serie di altre figure professionali e di discipline: che bisogna conoscere anche se non diventeranno il nostro mestiere.

Come strategist, la mia formazione nasce dalla ricerca. È un percorso che a me è venuto naturale, perché a un certo punto, come ricercatrice, vivevo quella che ho chiamato, col tempo, la “sindrome del ricercatore”: vedere grandi costruzioni concettuali ma non poterne seguire la realizzazione. Ma naturalmente non ho mai smesso di fare ricerca, né perdo mai l’occasione di mostrare quanto sia fondamentale per chi lavora nella comunicazione.

Perciò, quando con il Master di quest’anno abbiamo affrontato il secondo progetto, abbiamo deciso che era necessario avere qualche informazione in più. L’azienda era Ceres, la richiesta era la creazione di una strategia social che comprendesse un nuovo strumento, Snapchat. Ma su Snapchat avevamo solo dati quantitativi, mentre ci interessava sapere anche come le persone utilizzano Snapchat, perché (e perché no), chi seguono: insomma, informazioni utili a costruire una strategia.

I ragazzi hanno perciò creato una survey alla quale hanno risposto circa mille persone, dalla quale emergono molti spunti interessanti che riguardano l’uso di Snapchat – e anche il suo non uso.

Dal punto di vista dell’uso, sappiamo adesso che quando Snapchat non è usata è perché non la si conosce (è così per il 35% del campione interrogato) oppure perché è “difficile da usare” (36%). Possiamo pensare che questa situazione sia in parte cambiata – la survey è stata realizzata tra maggio e giugno 2016 – ma che sia ancora un oggetto di nicchia è innegabile.

Chi l’ha adottata, invece, la considera prima di tutto una chat per comunicare con gli amici (45%) e molto meno come una fonte di informazione da parte di influencer (19%) e brand (10%); se però è un brand che ci parla, è importante che ci dia qualcosa di esclusivo, che altrove non possiamo trovare, come contenuti esclusivi e anteprime. Il che apre il sempre attuale capitolo sulla rilevanza dei contenuti condivisi dalle aziende e sulla reale influenza esercitata, appunto, dagli influencer.

Questi solo degli assaggi. L’infografica è questa, ed è stata realizzata dagli studenti del Master in Socia Media and Digital PR 2015/16: Alessandro Marchesi, Alessandro Riva, Alex Valenti, Camilla Carrarini, Cristina Alessi, Francesca Casale, Giada Angelica Morgillo, Giulia Bestetti, Laura Bettelli, Morena Mazzoli, Sara Marchioni, Simona Belluccio. La realizzazione grafica è di Antonio Disilvestro e Laura Scapin.

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#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

Da alcuni anni lavoro spesso con “ragazzi” tra i venti e i trent’anni: la maggior parte di loro è laureata, alcuni hanno già avuto esperienze lavorative, tutti sono con me per imparare delle cose. E l’inizio è stato parecchio traumatico: non ci capivamo proprio. Cioè: io credevo che loro non capissero me. Non condividevamo un linguaggio, un territorio, un approccio. Mi guardavano come se fossi stata una marziana e io mi arrabbiavo. Poi le cose sono cambiate, anzi, sono cambiata io. Oggi condividiamo linguaggio, territori, approccio. Che sono, più o meno, quelli descritti in questo #Generazione 2.0. Chi sono, cosa vogliono, come dialogare con loro, di Federico Capeci.

Avevo seguito con interesse questo argomento quando era ancora la presentazione di una ricerca, a maggior ragione l’ho ripreso adesso che è un libro. Ricco, come libro, perché offre, oltre a, appunto, i risultati di anni di ricerche, anche una serie di esempi e di strumenti utilissimi per chi con i Gener 2.0 (come li chiama Federico) ci lavora – perché sono colleghi o perché sono target: in fondo non cambia niente, perché è cambiato tutto.

Mi sono segnata un sacco di cose che mi piacerebbe approfondire sui contenuti del libro, le metto “in ordine di apparizione”, che poi una gerarchia saranno loro a trovarsela da sole.

1. L’idea che la libera circolazione delle opinioni sia un collante fortissimo indipendentemente dal fatto che le opinioni siano le medesime

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

2. L’analisi storica di questa generazione, figlia “di padri disorientati, in balia del crollo di fiducia verso le istituzioni, la politica, l’economia tecnologica occidentale”

generazione

una generazione che non ha niente in comune con la precedente

3. La percezione della privacy, che per noi diventa quasi un’ossessione mentre per loro è solo una serie di norme da accettare – il più delle volte senza leggerle – per poter poi cavalcare liberamente nelle praterie dei social

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

4. Le dimensioni spaziale e temporale e il modo di definirle attraverso il linguaggio: “lontano” non è lontano nello spazio, ma può essere semplicemente un file molto pesante

come cambia il significato delle parole

come cambia il significato delle parole

5. Le modalità di fruizione dei contenuti – l’analisi vs la sintesi, gli atomi vs i bit, e così via

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

Per ogni passaggio cruciale, ovviamente, tanti esempi concreti ci danno la possibilità di comprendere in modo tangibile quello che il libro ci sta dicendo. Infine, mi sono piaciute moltissimo le check list per le voci dello S.T.I.L.E (Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza), che costituiscono uno strumento molto pratico e di sicura utilità.

Se lavorate con/per/contro chi ha dai 18 ai 30 anni questo libro può aiutarvi sicuramente. Soprattutto se pensate di sapere tutto di costoro 😉

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Phygital e retail. Capitolo 5, con cosa deve fare i conti il retail

(I capitoli precedenti si trovano qui).

Dopo questa lunga carrellata su come cambia il retail quando incontra il phygital, cerchiamo di tirare le fila e comprendere che cosa questo comporti sul piano pratico. Le tecnologie digitali hanno sconvolto l’inamovibile universo del retail tradizionale. Il processo di selezione e di acquisto di prodotti e servizi, fin qui sostanzialmente lineare, si confronta con una dimensione aggiuntiva, quella costituita dalla possibilità di sovrapporre al piano fisico il “di più” reso accessibile dal digitale. Dimensione che non incide solo in astratto su questi processi, ma che concretamente modifica il nostro comportamento: banalmente, tempo e spazio non sono più variabili determinanti per il nostro shopping, poiché possiamo tranquillamente scegliere e decidere da casa – e poi recarci nel punto vendita o farci raggiungere da quello che abbiamo deciso di acquistare.

(Da notare che questi comportamenti non sono relegati all’acquisto di prodotti particolari, ad esempio quelli più costosi – il caso da cui sono partita, l’acquisto del mio computer, rientrava in parte in questa categoria -, ma sono anzi completamente trasversali. Un esempio è il settore beauty. Secondo un sondaggio condotto nel marzo 2012 da AT Kearney, le persone hanno speso online dal 33 al 45% del loro budget per il beauty. Quindi negozi fisici e ecommerce si trovano in un rapporto di equilibrio, la gente acquista in entrambi e non ci sono più grandi differenze di volumi, come qualche anno fa).

Il report di Retail Systems Research (RSR), intitolato The Great Leveler: eCommerce’s Next Move, ci parla di come sia cruciale che gli sforzi del marketing vadano in una direzione fortemente orientata alla multicanalità, in modo da raggiungere i clienti in qualunque touchpoint essi si trovino. I retailer sono schiacciati tra la strada tracciata da Amazon, che li obbliga a ripensare la loro presenza digitale, e i clienti stessi, la cui influenza è molto più marcata di quanto non fosse solo pochi anni fa.

La più grande difficoltà, in fondo, è proprio la comprensione del consumatore: anzi, di colui che solo ieri era solo un consumatore e oggi è un individuo dal pensiero complesso. Per i retailer, dunque, la possibilità di cogliere nuove opportunità non significa solo accogliere ed integrare nuovi strumenti tecnologici: significa soprattutto capire le persone. Che non è più, solo, comprendere il comportamento dei propri clienti.

Le domande che bisogna porsi, oggi, sono diverse e spesso complesse. Dove vanno le persone per scoprire e raccogliere informazioni sui prodotti? Che ruolo svolgono nel loro processo decisionale la ricerca, i contenuti, i commenti, le recensioni? Quanto pesa la facilità di accesso a questi contenuti? Ma soprattutto: come fa un retailer a crearsi un quadro completo del comportamento del consumatore, considerate le interazioni tra i diversi touchpoint?

Andrea Boaretto, Head of Marketing Projects della School of Management Politecnico di Milano, mette al primo posto nella lista delle cose da fare la necessità di un approccio strategico al phygital da parte del retail. Approccio strategico che parte dalla definizione degli obiettivi. “Vendere” non è più una buona formulazione. Meglio precisare:
• Aumento dell’engagement
• Catturare l’attenzione del cliente e invogliarlo ad entrare nel punto vendita
• Rendere l’esperienza d’acquisto più divertente
• Migliorare l’orientamento dei clienti nel negozio
• Fornire informazioni contestualizzate sui prodotti
• Aumentare il numero delle visite dei clienti
• Rendere l’offerta più chiara

E così via.

Perché il punto vendita è solo la punta dell’iceberg, come illustra Antonio Bosio, Head of Product & Solutions di Samsung Electronics Italia:

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Insomma, i giochi sono ancora tutti da fare.

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Phygital e retail. Capitolo 4, il digital in-store

Prima puntata: introduzione

Seconda puntata: Wearable Computer e stampanti 3D

Terza puntata: storie dal retail

La tecnologia mobile ha rivoluzionato la shopping experience anche all’interno del punto vendita e in questo senso il tablet ha dimostrato di essere lo strumento più promettente. L’utilizzo del tablet in-store ha l’enorme vantaggio di unire l’esperienza sensoriale dello shopping con il bisogno dei consumatori di più informazioni e di diverse modalità di transazione. Questa tecnologia inizia ad essere sperimentata da alcuni retailer, ma sappiamo che può fare molto di più. Vediamo alcune possibili applicazioni di questa tecnologia, sapendo che siamo solo all’inizio.

I chioschi tablet.

La dimensione del tablet consente di offrire chioschi in-store più economici ed eleganti, che danno un’esperienza diversa dai chioschi tradizionali. L’esperienza offerta dal chiosco-tablet è in generale molto più ricca e interattiva, poiché permette al cliente di ottenere un vantaggio reale. Per esempio, l’ottimizzazione dei tempi dello shopping, attraverso la selezione di prodotti e percorsi; oppure attraverso l’offerta di una “corsia senza fine”, che dà loro la possibilità di acquistare online i prodotti che non sono disponibili in negozio. È il caso dei negozi connessi Prénatal, dove è possibile collegarsi all’e-shop e effettuare gli acquisti di quello che non è immediatamente disponibile in negozio. Il ritorno in termini economici può non essere, in questo caso, particolarmente rilevante, ma rispetto al servizio quello che succede è che un negozio di piccole dimensioni riesce ad offrire l’assortimento di una grande superficie.

Prenatal

Lo shop online Prénatal, al quale si accede anche dai negozi fisici.

Facendo un passo ulteriore su questa strada, i chioschi-tablet possono essere utilizzati per interagire con i clienti in modi diversi: i rivenditori possono offrire shopping guidato, contenuti video e audio, la possibilità di interagire con i social network o di sottoscrivere una newsletter, accedere a contenuti di valore come storie sul prodotto e sondaggi – il tutto mentre il brand rimane in contatto con loro.

A tendere, attraverso i tablet in-store saranno disponibili anche le funzionalità di pagamento, consentendo ai chioschi tablet di diventare a tutti gli effetti dei punti vendita mobili.

L’ottimizzazione del clienteling.

L’utilizzo del tablet consente di migliorare la strategia di clienteling del retailer, poiché permette di fornire servizi

Lo shop online di House of Fraser.

Lo shop online di House of Fraser.

personalizzati. Sfruttando i dati del profilo del cliente (le preferenze, la cronologia degli acquisti e così via), il negozio può consigliare prodotti o pacchetti di prodotti e servizi ad hoc. Ad esempio, un negozio di abbigliamento potrebbe proporre capsule collection tagliate su misura per una certa cliente, basandosi sulle preferenze espresse nel tempo, visualizzare il look proposto e chiudere la transazione, definendo anche le modalità di consegna (a casa o in negozio), offrendo magari una promozione aggiuntiva ed esclusiva per gli acquisti successivi.

Tutto il processo può essere automatizzato: una volta introdotto il nome del cliente, il sistema si occuperà di costruire l’offerta migliore. Un esempio di questo approccio è quello di House of Fraser, secondo più grande retailer del Regno Unito. House of Fraser ha sviluppato un programma di ordine on-line con ritiro in negozio che prevede, per chi arriva sul punto vendita, uno spazio in cui i clienti vengono accolti dalle venditrici che preparano i loro ordini per il pick up. Nel frattempo, i clienti possono utilizzare gli iPad per continuare a navigare, fare acquisti o lasciarsi guidare dai venditori lungo un’esperienza di shopping personalizzata.

Il digital signage.

Digital signage con i tablet negli Apple Store.

Digital signage con i tablet negli Apple Store.

La pratica del digital signage (l’utilizzo di segnaletica digitale sia all’interno che all’esterno del negozio), ormai molto comune, può essere modificata significativamente dall’uso dei tablet. In particolare, il tablet consente di modificare con facilità il messaggio, arrivando a creare messaggi particolari per ciascun cliente. Un’applicazione di questo principio si può trovare nei negozi della Apple, dove tutta la segnaletica cartacea è stata sostituita da tablet. I clienti possono interagire con i tablet per un servizio personalizzato, per esempio nella segnalazione di un problema puntuale per il quale chiedono assistenza al personale di vendita.

Gestione del personale nel punto vendita.

Una buona gestione del personale, soprattutto nelle grandi superfici, è cruciale per ottenere buoni risultati. Sempre nei negozi Apple, lo store manager ha un iPad con il quale comunica con i venditori, ciascuno dei quali dotato di iPod Touch.

Formazione in-store del personale.

Un buon training presuppone la creazione e la diffusione di materiale formativo. Il tablet è uno strumento molto potente per rendere facilmente accessibile questo materiale: dalla riproduzione di video didattici alle applicazioni più avanzate – come l’utilizzo della realtà aumentata – le possibilità di utilizzo del tablet sono praticamente infinite.

Un buon esempio di tablet marketing è la campagna “Next Generation P&G in-store marketing”, un progetto molto ampio realizzato da P&G nelle Filippine. L’azienda ha dato vita ad una soluzione tecnologica integrata finalizzata a mettere in condizione il personale in-store di offrire ai clienti informazioni sui prodotti, promozioni in tempo reale, couponing, e anche giochi. Oltre all’applicazione generica se ne sono previste di specifiche per ciascun marchio, strumenti per il database building e l’analisi delle vendite, un sistema di asset management per monitorare tutti i tablet distribuiti. Da segnalare le applicazioni create ad hoc per i diversi brand: per Pantene è stato realizzato un “Damage Meter Test” in grado di effettuare un’analisi del capello istantanea e consigliare al cliente il prodotto più adeguato alle sue esigenze; per Olay un analizzatore della pelle; per i prodotti per la cura della casa delle app da usare a domicilio, sempre collegate con i prodotti.

In pratica, il personale di vendita è diventato ambassador del brand e i tablet sono diventati hub per i marchi.

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Phygital e retail. Capitolo 2, le applicazioni più avanzate

La prima puntata è qui.

Il digital nel guardaroba
Se volessimo tracciare dei confini allo stato dell’arte del phygital dovremmo fissare due punti: i Google Glass e le stampanti 3D. Oggetti pensati per lavorare in completa convergenza tra mondo fisico e mondo digitale.

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Per i Google Glass esiste anche una categoria di riferimento, quella dei wearable computer, computer da indossare. Cosa siano i Google Glass è cosa nota: “occhiali intelligenti” sviluppati da Google che, tramite la proiezione di uno schermo e i comandi vocali, permettono di effettuare operazioni normalmente svolte dagli smartphone, come inviare e ricevere telefonate, messaggi, scattare fotografie, registrare video, condividere nei social network, richiedere indicazioni stradali, cercare informazioni in Google e molto altro.

Google non è il solo ad aver pensato a degli occhiali-computer, tanto che da una ricerca di ABI Research emerge che la diffusione dei wearable computer sarà al 2018 di 485 milioni di pezzi, tra smart watch e glass.

Da segnalare, tra gli altri glass in lavorazione, i GlassUp, progettati da tre italiani, Francesco Giartosio, Gianluigi Tregnaghi e Andrea Tellarin. In vendita a 299 € da febbraio 2014, si connettono a un cellulare via bluetooth, e i testi appaiono direttamente nella lente (invece che in un apposito visore come i Google Glass). Il progetto GlassUp è stato sviluppato in crowdsourcing attraverso Indiegogo.

In uscita a gennaio 2014 gli Space Glasses, che giocano su realtà aumentata, 3D, immagine olografica. Finanziati anche questi in crowdsourcing, attraverso Kickstarter, costeranno 667 € e saranno disponibili sul sito.

Nella categoria dei wearable computer possiamo inserire senz’altro gli smart watches, gli orologi che portano al polso tutte le funzioni degli smartphone, ai quali si connettono in generale via bluetooth. Ma il vero salto è costituito dal Nike Fuelband SE e

Nike Fuelband SE

Nike Fuelband SE

relative app. Si tratta di un misuratore dell’attività fisica giunto ormai alla seconda edizione (SE): un braccialetto che permette di misurare il livello di attività fisica quotidiana, i passi percorsi e le calorie consumate. È anche un orologio, una caratteristica che gli ha dato un deciso vantaggio sui concorrenti. Dotato di un ricevitore Bluetooth 4.0 integrato, resta sempre connesso con lo Smartphone. Le sessioni di attività (per tutti gli sport) possono essere localizzate e condivise. Da segnalare il registratore dei suoni del sonno. Infine, il braccialetto intelligente consente di creare gruppi di amici a cui lanciare delle sfide, per incoraggiarsi a vicenda o raggiungere obiettivi comuni.

Ora, che c’entra tutto questo con il retail? C’entra molto. E la chiave si chiama app.

I Google Glass sono in grado di leggere qualsiasi informazione testuale o per immagini che possa essere inserita in un prodotto. Da qui a “vedere” direttamente dallo scaffale l’origine del prodotto e la sua filiera di produzione e distribuzione, il passo è breve. Alla fine, il marketing potrebbe diventare storytelling del prodotto: il prodotto potrebbe raccontare una storia (la sua storia? Anche, ma non solo) attraverso testi, foto, video.

Ma non solo. Nella mia storia di apertura, in cui parlavo della ricerca di un computer, dovevo prendere il mio smartphone e fare una ricerca per confrontare i prezzi. Ma se avessi un’app che legge il codice a barre, riconosce il prodotto e mi fa il confronto direttamente sulle mie lenti, dicendomi anche dove posso trovare lo stesso computer a meno, la cosa sarebbe anche più veloce (e più discreta, ché fare una ricerca su uno smartphone con un venditore di fianco può creare, in alcuni, un certo imbarazzo).

E per la verità alcune app che fanno questo lavoro esistono già. Una si chiama Chrystal Shopper e funziona in questo modo: fa una foto al codice a barre, cerca il prodotto online, confronta i prezzi e mostra le recensioni presenti su Amazon su quel prodotto. Che poi, ovvio, si può ordinare direttamente, sempre su Amazon.

Un’altra app ancora più divertente si chiama Fancy. Un po’ social network, un po’ rivista, un po’ sistema di bookmarking e blog iconografico, questa simpatica app si basa sul riconoscimento dell’immagine per trovare il negozio online che vende il prodotto che stiamo guardando – magari indossato da qualcuno nel centro commerciale in cui stiamo facendo shopping, anche se uno shopping che non ci farà tornare a casa pieni di pacchetti.

Fancy Glassware from Fancy on Vimeo.

A tendere, i Google Glass diventeranno anche uno strumento di pagamento elettronico. E anche questo c’entra con il retail.

Un ebook interessante sul tema, pubblicato da poco da L’Espresso, è Okay Glass di Alessandro Gilioli con la prefazione di Giuseppe Granieri, disponibile su Amazon.

Gli oggetti DIY

Sempre su questo crinale di confine, nel favoloso mondo del phygital c’è un altro strumento destinato a modificare la nostra visione del mondo e del lavoro: le stampanti 3D.

Di per sé non sono oggetti nuovi, poiché il loro uso industriale è ormai consolidato. La vera novità sta nel fatto che con la tecnologia a nostra disposizione oggi la stampante 3D sta per entrare nelle nostre case proprio come una stampante a getto di inchiostro.

La stampante 3D fatta in casa

La stampante 3D fatta in casa

Come quelle industriali, le stampanti 3D più piccole ed economiche permettono di creare una riproduzione reale di un disegno realizzato con un software di modellazione 3D. Anziché stampare con inchiostro su carta, l’ugello estrusore della stampante deposita, strato dopo strato, il materiale per l’oggetto che si intende realizzare. I modelli, la capacità di risoluzione, i materiali usati e, ovviamente, i costi sono vari (si possono trovare, già montate, a 7-800 euro, per arrivare anche a 50.000 euro). C’è poi anche chi, come il mio amico Paolo, se ne costruisce una in casa. E la usa!

Già nel 2011 The Economist prevedeva che «La stampa 3D potrebbe avere lo stesso impatto dell’avvento delle fabbriche».

Le applicazioni ad oggi sono tante e tutte interessanti: si va dalla realizzazione di prototipi di oggetti (cosa finora molto costosa e dai

Villa Asserbo

Villa Asserbo

tempi lunghi) alla creazione di modellini per l’educazione, l’architettura, l’archeologia. In Danimarca, però, a 60 km da Copenhagen, si è esagerato: Villa Asserbo, una casa ecofriendly, è stata realizzata con una stampante 3D in quattro settimane, utilizzando 820 fogli di compensato provenienti da foreste certificate finlandesi.

Ok, suppongo che sia di là da venire il centro commerciale fatto in casa da una stampante 3D. Eppure, pensando alle possibili applicazioni di questa tecnologia al mondo commerciale non possiamo non farci venire in mente un ecommerce che, invece che prodotti fisici, ci venderà modelli da stampare direttamente a casa.

Come se fossero vaucher.

Nella prossima puntata: mai dire retail.

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Phygital e retail. Capitolo 1, introduzione

Questo post nasce da un banale errore aritmetico. Non racconto la storia perché un po’ mi vergogno. Basti sapere che dovevo scrivere un articolo per la rivista Re-retail, che come dice la parola stessa si occupa di retail (e che non linko perché non è presente in rete), lungo 7.500 caratteri e per una convergenza astrale particolare mi sono ritrovata con 15 cartelle di roba scritta, frutto di una ricerca molto più approfondita di quanto non fosse nelle intenzioni. Perciò ho pensato che potevo utilizzare qui questo materiale, essendo nel frattempo diventata un’esperta di phygital per il retail, anche se in modo del tutto involontario.
Forse una parte dei contenuti non utilizzati per la rivista diventeranno un secondo articolo. Di certo, intanto, il tutto diventa post. Diversi post. E poi si vedrà. Spero che il tema vi appassioni come ha appassionato me.

Devo cambiare computer. È una cosa che fatalmente, ogni 3-4 anni, succede. Perciò come prima cosa mi faccio un giro in internet, tra i blog di cui mi fido e negli ecommerce, per farmi un’idea di modelli e prezzi. Poi vado in un centro commerciale dove so di trovare un assortimento vasto di computer. Me li guardo, li tocco, li soppeso, mi faccio un’idea di come potrei trovarmici – visto che per 3-4 anni il computer che sto per acquistare diventerà il mio migliore amico. Guardo i prezzi. Poi tiro fuori il mio smartphone e cerco il prezzo migliore per il modello che mi ha convinto più di tutti. Quasi sempre lo trovo ad un prezzo inferiore di quello esposto davanti ai miei occhi. Posso arrivare ad ordinarlo direttamente dal negozio in cui mi trovo, in piedi di fronte ad uno scaffale zeppo di computer.

In pratica, ho trasformato il negozio in uno showroom. La cosa davvero intelligente, per il negozio in cui non ho acquistato il computer, sarebbe stata essere davvero uno showroom.

Ad un livello puramente teorico, quello ho fatto è stato applicare una strategia phygital al mio acquisto.

Il digitale ha di particolare che spesso alcuni concetti che lo riguardano esistono prima che si sia attribuito loro un nome. Poi qualcuno si pone il problema, un giorno, e nasce un trend. È il caso del phygital. Crasi di physical e digital, il termine definisce l’interazione tra il mondo fisico (analogico, fatto di atomi) e quello digitale (fatto di bit – il che non significa affatto virtuale), a partire dalle applicazioni più semplici come i QR code fino a comprendere l’internet delle cose, la realtà aumentata e così via, fino agli oggetti pensati già in una logica di convergenza tra i due mondi, come i Google Glass e le stampanti 3D. Il problema di trovare il nome, invece, se l’è posto l’agenzia di marketing Momentum Worldwide e a quando pare con questa mossa si è aggiudicata un posto nella hall of fame del marketing dei prossimi anni.

In pratica di che si tratta?
Se siete abbonati ad un servizio di bike sharing come ad esempio BikeMI di Milano, sapete già che accedendo all’app potete sapere in tempo reale dove trovare o depositare la vostra bici. In pratica, usate un canale digitale per ottenere un effetto nel mondo fisico.

L'app iBikeMI

L’app iBikeMI

Oppure. Subway-Letteratura ha proposto quest’anno dei manifesti/scaffale con le copertine dei libri e un QR code associato a ciascuna di esse. Scansionando il codice con un’app, si possono scaricare direttamente i libri.

Lo scaffale digitale di Subway Letteratura in metropolitana.

Lo scaffale digitale di Subway Letteratura in metropolitana.

Un settore che ha trovato nel phygital una strada per l’innovazione è il finanziario. Sono sempre di più le banche che propongono app in grado di fare tutto quello che fino a oggi abbiamo fatto con l’internet banking (tra queste Banca Intesa, Bpm, Che Banca!, Bancoposta). Queste iniziative ci danno un’idea di come il modo di gestire i soldi, i risparmi e, di conseguenza, gli acquisti, stia cambiando radicalmente. In Italia la base di partenza è già solida: circa 14 milioni di persone hanno un conto di internet banking attivo, e 14 milioni sono le persone che fanno shopping online. Già nel 2012 il mobile payment in Italia ha generato transazioni per 1 miliardo di Euro e ci si aspetta che per il 2016 supererà i 5 miliardi. Se ne parla ampiamente in questo interessante articolo di Roberto Ferrari, direttore generale di Che Banca!

Stiamo parlando di innovazione. Innovazione che parte, come sempre, dalle idee, visto che ormai la tecnologia può realizzare praticamente qualsiasi cosa. Anzi, l’idea di base sta proprio nell’invisibilità della tecnologia, intesa come facilità d’uso delle interfacce.

Dal fisico al digitale (e viceversa)

Ma andiamo con ordine. Il punto di partenza è l’internet delle cose, oggetti che parlano con altri oggetti per realizzare interazioni felici; in questo caso andiamo oltre, perché il phygital si realizza quando un oggetto fisico si connette ad una piattaforma digitale, diventando veicolo di informazioni finalizzate alla creazione di un’esperienza che pone al centro la persona e il suo mondo fisico.  Il che si verifica preferibilmente – e con risultati decisamente più interessanti – quando ad uno dei capi della comunicazione c’è un device mobile.

In questo senso sono esperienze che attengono al phygital le applicazioni come Tripadvisor, Airbnb, Fubles: applicazioni che nascono attorno ad un’esigenza di tipo consumer (trovare un ristorante, organizzare una vacanza, giocare a calcetto). Se ci pensiamo, sono tutte iniziative finalizzate a rendere più facile la vita, rilevanti per le persone. Forse per questo sono nate prima delle loro colleghe commerciali (ché il marketing, si sa, non è che abbia sempre le persone come principale preoccupazione). Ma appena passa un po’ di tempo, ecco che arrivano.

Per anni i marketer si sono sforzati di elaborare complicati algoritmi finalizzati a “portare le persone sul sito (o sulla pagina Facebook)”, considerando il computer come unico device utile a vendere. La svolta è arrivata però quando dalle postazioni fisse il pensiero è arrivato al mobile: le persone si muovono, vanno in giro, sono connesse anche mentre stanno viaggiando in metropolitana. Ed ecco aprirsi la strada.

In un’ottica di marketing consumer, è spettacolare l’iniziativa di T-Mobile, che nel 2011 a Barcellona ha messo in piedi un Angry Birds live, con tanto di costruzioni, fionda gigante e, naturalmente, uccellini da scagliare con rabbia. Per lanciare un vero masso le persone dovevano usare l’app che avevano sul loro smartphone. Spettacolo assicurato, grande visibilità e massiccia presenza sui social. T-Mobile ha creato in pratica un’installazione del gioco a dimensioni naturali. C’erano tutti i pezzi del gioco, uccelli che volavano, effetti sonori garantiti da una banda che suonava il tema musicale del gioco, e naturalmente maialini che esplodevano. L’idea era quella di rendere “reale” il gioco, mantenendone però la caratteristica principale, cioè i comandi via smartphone. Lo spettacolo è stato esaltante per tutti i presenti. Ma il successo vero, in termini di comunicazione, è stato garantito dal video. La scena è stata ripresa da tutte le angolazioni, compreso dall’interno degli uccelli, per avere il loro punto di vista dal lancio allo schianto. Il video, postato su Youtube, ha realizzato 5 milioni di views durante la prima settimana – oggi è a poco più di 18 milioni.

Nella prossima puntata si parlerà delle applicazioni più avanzate del phygital. Stay connected!

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Le parole dei ggiovani sul web e i tre gradi di separazione culturale

Stele di Rosetta

Non parlerò dei bimbiminkia, no. Parlerò di ragazzi che stanno per laurearsi in Scienze della Comunicazione.

La mia amica Chiara mi invita a tenere una lezione al Politecnico sui Social Media. Sarà tutta discesa, mi dico, abituata alle aziende. Lei mi dice no, occhio, non sono molto partecipativi, soprattutto durante la lezione frontale non si scoprono. Vabbè, faccio io, vediamo che succede.

Succede che effettivamente non sono di quelli che ti bombardano di domande, anche se, opportunamente stimolati, partecipano. Fino a quando pronuncio l’espressione “web 2.0” (la pronuncio, peraltro, per dire che non la amo, non ha più senso, ma il motivo non rileva). Dico “web 2.0” e vedo il vuoto negli occhi di chi fino a un attimo prima mi seguiva. Ho la sensazione di essere caduta in una sacca spazio-temporale. E chiedo: sapete che cosa significa? E loro, candidi: no.

Questo del web 2.0 è solo uno dei segnali che mi hanno portato ad una riflessione molto più ampia e, sicuramente, ancora da mettere a fuoco. Ma magari scrivere aiuta.

Questi ragazzi, ripeto, non sono bimbiminkia. Tra tre mesi, glielo auguro, andranno a fare dei colloqui nelle aziende e nelle agenzie di comunicazione. Ma si porteranno dietro la loro cultura della comunicazione digitale, che non corrisponde a quella delle aziende e delle agenzie. Ho visto perciò tre gradi di separazione tra loro e il loro futuro nella comunicazione:

1. le aziende, che dicono 2.0 e si sentono molto fighe, che chiamano internet “nuovi media”;
2. le agenzie, che dicono anche loro 2.0 ma è routine, che chiamano internet “nuovi media” ma sanno che tanto nuovi non sono, che, infine, adattano le loro parole ai loro clienti, e chissà se lo fanno per piaggeria o perché ci credono davvero;
3. una nicchia di gente che lavora sul e per il web, che l’ha visto nascere e crescere, che ne ha introiettato la storia oltre le regole e che quotidianamente ne scrive la cronaca (e dice 2.0 e nuovi media solo per farsi capire e con un crampo allo stomaco mentre lo fa).

Infine ci sono questi ragazzi, che con il web sono nati, per i quali non esiste storia, regola, cronaca, perché usano il web come noi usiamo il telefono.

Qualche post fa parlavo della ricerca di Duepuntozero (arieccolo, il 2.0) sui giovani, e pur essendo completamente d’accordo con l’assunto per cui questa generazione non considera internet come altro da sé (la parabola dei pesci e dell’acqua), non avevo mai avuto la percezione di quanto questo fosse vero fino alla scoperta del vuoto nei loro occhi. Non hanno le parole perché non hanno il fenomeno: quello che noi abbiamo scoperto sentendoci dei pionieri, attaccando il modem nel cuore della notte e sentendo quel rumore che per noi era come il teletrasporto di Star Trek. Loro non devono “andare in internet”, perché ci sono già. Loro non sanno che cosa significa web 2.0 perché sono nati dopo. Loro non parlano di nuovi media perché questi sono i soli media che conoscono. E per avvicinarsi agli altri, alle altre tre categorie di persone che lavorano con il web, dovrebbero fare un lavoro di archeologia – non di storia, non di cronaca, ma proprio scavare con la pala.

Ovviamente hanno ragione loro. Perché sono loro che verranno, non noi, non le agenzie, non le aziende, ciascuno con le sue parole. Però tra tre mesi loro andranno a fare dei colloqui di lavoro senza avere le parole per farli. E le parole sono pensiero, azione.

Credo anche che questo dovrebbe far riflettere non l’università (le sento le voci che dicono che l’università non prepara al lavoro: sciocchezze, qui si parla di modelli culturali, non di technicalities, che si possono imparare in qualunque momento), ma le agenzie e le aziende. Che non hanno ragione oggi, perché non possono parlare con (a) questi ragazzi (provate a vendergli qualcosa con le vostra parole, se ne siete capaci), e non avranno ragione domani, quando questi ragazzi saranno quello che c’è fuori, il loro “target” – e i loro colleghi.

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Generazione 2.0, l’acqua e lo stile

Nel 2008 Don Tapscott pubblica il libro “Grown Up Digital: How the Net Generation Is Changing Your World”, un’analisi della Net Generation. I nati dal 77 al 97 vengono passati al setaccio dall’economista canadese, alla ricerca delle loro abitudini e delle cose che li distinguono dalle generazioni precedenti, in tutto il mondo. Tranne che in Italia.

Questa omissione fa scattare la curiosità di Duepuntozero Research, che decide di occuparsi di riempire il vuoto. Nasce così la ricerca “Generazione 2.0. Made in Italy”.

Pesci 

“Com’è l’acqua oggi?” Chiede un vecchio pesce a due pesci giovani. I due si guardano e, una volta allontanato il pesce agé, si chiedono “ma che cos’è l’acqua?”.

Il fatto è che mentre la generazione X e quella dei baby boomers hanno vissuto il passaggio tra media analogici e internet, i nati dal 1977 al 1997 (che oggi hanno dai 18 ai 30 anni, un sottoinsieme della fascia analizzata da Tapscott) sono atterrati in un mondo già digitale: non hanno mai sentito il rumore del modem, non usano l’espressione “collegarsi a internet”, non usano la parola virtuale.
Non hanno idea di cosa sia l’acqua, insomma, visto che ci sono immersi dalla nascita.

Connessi

Che cosa significa essere sempre connessi? Anche in questo caso la domanda è mal posta. In realtà non c’è distinzione, per questa generazione, tra on e off line, perché vivere con la rete è la sua quotidianità. Ciò ha almeno due conseguenze sul comportamento:

  1. Le relazioni sono uguali: le amicizie provenienti da Facebook sono uguali a quelle del “mondo rotondo”.
  2. Le aspettative sono uguali: in termini di comportamenti, si aspettano nel “mondo rotondo” la stessa etichetta che vige in rete.

Stilosi

Questo paradigma, qui ridotto all’osso, nella ricerca viene identificato con un acronimo: S.T.I.L.E.:

  • Socialità
  • Trasparenza
  • Immediatezza
  • Libertà
  • Esperienza

Interessanti, nel libro, le applicazioni del paradigma a diversi contesti concreti, come la scuola, le istituzioni, le marche.

Ed ecco sia la presentazione che il libro

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