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L’intervista degli studenti del Master in Social Media and Digital PR IED

Una delle (innumerevoli) cose che vengono chieste agli studenti del Master in Social Media and Digital PR (per gli amici Master Digital) dello IED è la cura dei canali social del corso. Perciò si crea una strategia social e un piano editoriale.

Quest’anno si è deciso di dare spazio a studenti e docenti, con format definiti dagli stessi studenti: foto con una quote per ciascuno dei ragazzi, una mini intervista in tre domande per i prof.

Ecco la mia intervista.

Domanda 1: Qual è l’insegnamento più importante che vorresti che gli studenti portassero con sé alla fine di questo master?

Questo Master è stato pensato come una gigantesca cassetta degli attrezzi che metta in condizione gli studenti di diventare validi professionisti del digitale. E a ben pensarci, non solo digitale, ché più andiamo avanti più le valenze “esclusive” della parola digitale, sia come sostantivo che come aggettivo, diventano superflue. Preferisco pensare ai ragazzi come a dei futuri professionisti della comunicazione, ecco.

Io ho parlato più come coordinatrice che come docente. E in questo ruolo considero come mia prima responsabilità il fatto che questi studenti possano lavorare da subito e bene.

 

Domanda 2: Hai una persona di riferimento che ispira maggiormente il tuo modo di lavorare? Chi è?

C’era solo l’imbarazzo della scelta, naturalmente. Ho avuto insegnanti meravigliosi, soprattutto all’Università. Conosco persone con le quali ogni occasione di chiacchiera diventa un’opportunità di imparare qualcosa. Ho dei mentori, anche, spesso ignari del ruolo che ho attribuito loro. Ma ho scelto tre persone che reputo imperdibili, adesso: Simon Sinek, Huib van Bockel, Chris Anderson.

 

Domanda 3: Quale aspetto del mondo digital sospetti o desideri che si sviluppi in futuro?

Qui il sospetto e il desiderio si fanno la guerra.

Sospetto fortemente che la tendenza sia quella di trattare il pubblico sempre più con condiscendenza. Loro si bevono tutto? Noi diamo loro più bollicine. Qualcosa del genere. Salvo poi fare i fuochi artificiali ogni tanto, con una campagna veramente wow – o equipollenti.

Alla base il ragionamento non fa una grinza, lo ammetto: noi dobbiamo – aiutare le aziende a – vendere. Perché mai dovremmo assumerci anche la responsabilità di educare laggente?

Senza avere la presunzione di educare nessuno, mi sento di dire in tutta tranquillità che questo approccio mi fa vomitare. I nostri clienti, le aziende che noi dobbiamo aiutare a vendere, hanno un vantaggio indubbio rispetto al loro pubblico: il potere di essere ascoltate. Contribuendo così a costruire/diffondere/rafforzare modelli culturali. Ma la condiscendenza non è mai la madre di modelli desiderabili. C’è dentro la mamma paranoica per i-nemici-dell’igiene, il pannolino per-lui-e-per-lei, il contest fatti-il-selfie-col-prodotto. C’è la paura di tutto quanto non è entertainment puro, con i limiti che vengono dalla paura di essere troppo sopra le righe, peraltro. C’è la corsa a influencer strapagati vai a capire perché, con buona pace di chi ti dice che sono bravi, eh, non è mica facile farsi tutto questo seguito.

Quindi, per tornare alla domanda. Temo che la tendenza sia trattare le persone con sempre meno rispetto. Desidero fortemente che qualcuno se ne accorga e renda la comunicazione un mestiere degno almeno quanto quello di pianista di bordello.

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Un po’ di fatti miei, tanto per cambiare.

L’ultima volta che ho aggiornato il mio profilo LinkedIn non ho disattivato le notifiche, e ho ricevuto un sacco di messaggi di congratulazioni – o di sconcerto, quasi in ugual misura – da parte della mia rete. A qualcuno ho risposto in forma estesa, altri li ho ringraziati e basta.

La notizia, in sintesi, è che per una quota sostanziosa del mio tempo collaboro con un’agenzia. Lo sconcerto veniva da chi mi ha sentito ripetere più volte che “in agenzia, mai più!”. Però c’è agenzia e agenzia. Questa è piccola (anche se sta crescendo), ma soprattutto ha dentro un team veramente straordinario. Io sono la più vecchia, una specie di zia, con il titolo di Head of Strategy e molta voglia di portare dentro quello che ho imparato e di imparare da chi potrebbe essere mio nipote (ehm, qualcuno anche figlio, per dirla tutta).

L’agenzia si chiama KIWI (scritto così, tutto maiuscolo), ha fatto un sacco di cose belle e altre ne sta – ne stiamo – facendo. Per chi avesse curiosità di conoscerci, visto che ci siamo appena rifatti il look, sappiate che il 27 il 10 novembre ci sarà l’inaugurazione della nuova sede, quindi vi aspetto.

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Lavorare in un’agenzia ha un grande vantaggio: ti costringe a sporcarti le mani tutti i giorni. Praticamente un bagno di realtà che da freelance uno rischia di dimenticarsi, concentrato com’è su una quotidianità scandita da obiettivi e produttività che non devono scontrarsi con tante altre teste che vanno, almeno sulla carta, nella stessa direzione, anche se seguendo percorsi diversi. Quindi KIWI per me è anche un serbatoio di “vita vera”, relazioni (mamma mia quanto mi mancava andare a pranzo con i colleghi!), osservazione del mondo anche attraverso gli occhi di altre persone. E un lavoro fuori casa, un’organizzazione più rigorosa, un confronto continuo.

Tutte cose che servono un sacco per svolgere meglio le altre attività, che ovviamente non ho abbandonato.

Prima di queste attività è il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED (anche qui tutto maiuscolo. A un certo punto mi firmerò GIULIANA). Stiamo lavorando alacremente al nuovo anno accademico, in partenza il 24 novembre. L’anno scorso ho avuto moltissime soddisfazioni da questa esperienza: una squadra di docenti spettacolare, studenti fantastici che sono entrati ragazzi e sono usciti professionisti, bei progetti realizzati, una varietà praticamente infinita di cose provate. La novità di quest’anno è che sono affiancata da un co-coordinatore, nientepopodimenoche Marco Massarotto. Che presto mi bannerà, temo. Se invece resisterà allo stalking al quale lo sto sottoponendo, anche stavolta sarà bellissimo.

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L’agenzia e lo IED non hanno fermato le mie attività di formazione e consulenza, che esercito come sempre, magari con meno intensità ma non con meno passione. Attività che, oltre a quelle regolarmente retribuite, comprendono il volontariato nelle scuole medie, a parlare a ragazzi, genitori e docenti di educazione al digitale. Ce n’è un bisogno disperato, le scuole non hanno soldi, quindi si fa quel che si può, ognuno per quello che sa. Io so fare questo.

E infine c’è il libro. L’ho presentato, attraverso una bella intervista, al PF Expo di Roma lo scorso 29 settembre. Una trasferta velocissima ma molto interessante nel favoloso mondo dell’economia e della finanza. Ecco il video dell’intervista.

Il 25 ottobre, invece, terrò un workshop allo SMAU di Milano, in cui parlerò principalmente di quello che serve sapere e fare prima di imbarcarsi in una strategia digitale. Se passate di là venite a farmi ciao.

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La ricerca su Snapchat dei masteristi in Social Media and Digital PR IED [orgoglio di prof]

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Il mio impegno principale, l’anno scorso, è stato il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED. Tanto lavoro (ma proprio tanto) ma anche tante soddisfazioni. Ho visto entrare dei ragazzi e ho visto uscire dei professionisti: non credo si possa chiedere di più.

E naturalmente ho insistito molto perché la loro impostazione mentale fosse il più rigorosa possibile. “Social” è una parola vuota, se dietro non c’è un obiettivo aziendale, un obiettivo di marketing, una strategia di comunicazione. È una parola vuota se non sappiamo che, aggiornando una pagina Facebook o pubblicando uno scatto su Instagram, stiamo facendo comunicazione: stiamo cioè attivando un processo che prevede un emittente, il quale elabora un messaggio, che passerà attraverso un canale, che sarà disturbato da un rumore, giungerà a un destinatario e questi dovrà decodificare quello che riceve in base alla lingua che parla, all’esperienza e alla cultura che possiede, all’attenzione che è disposto a porre. In altre parole, social è una parola vuota tutte le volte che la usiamo come se stessimo condividendo le foto delle nostre vacanze, anche se stiamo gestendo la pagina di un brand.

Non solo. Per occuparsi di social bisognerà entrare in relazione con una serie di altre figure professionali e di discipline: che bisogna conoscere anche se non diventeranno il nostro mestiere.

Come strategist, la mia formazione nasce dalla ricerca. È un percorso che a me è venuto naturale, perché a un certo punto, come ricercatrice, vivevo quella che ho chiamato, col tempo, la “sindrome del ricercatore”: vedere grandi costruzioni concettuali ma non poterne seguire la realizzazione. Ma naturalmente non ho mai smesso di fare ricerca, né perdo mai l’occasione di mostrare quanto sia fondamentale per chi lavora nella comunicazione.

Perciò, quando con il Master di quest’anno abbiamo affrontato il secondo progetto, abbiamo deciso che era necessario avere qualche informazione in più. L’azienda era Ceres, la richiesta era la creazione di una strategia social che comprendesse un nuovo strumento, Snapchat. Ma su Snapchat avevamo solo dati quantitativi, mentre ci interessava sapere anche come le persone utilizzano Snapchat, perché (e perché no), chi seguono: insomma, informazioni utili a costruire una strategia.

I ragazzi hanno perciò creato una survey alla quale hanno risposto circa mille persone, dalla quale emergono molti spunti interessanti che riguardano l’uso di Snapchat – e anche il suo non uso.

Dal punto di vista dell’uso, sappiamo adesso che quando Snapchat non è usata è perché non la si conosce (è così per il 35% del campione interrogato) oppure perché è “difficile da usare” (36%). Possiamo pensare che questa situazione sia in parte cambiata – la survey è stata realizzata tra maggio e giugno 2016 – ma che sia ancora un oggetto di nicchia è innegabile.

Chi l’ha adottata, invece, la considera prima di tutto una chat per comunicare con gli amici (45%) e molto meno come una fonte di informazione da parte di influencer (19%) e brand (10%); se però è un brand che ci parla, è importante che ci dia qualcosa di esclusivo, che altrove non possiamo trovare, come contenuti esclusivi e anteprime. Il che apre il sempre attuale capitolo sulla rilevanza dei contenuti condivisi dalle aziende e sulla reale influenza esercitata, appunto, dagli influencer.

Questi solo degli assaggi. L’infografica è questa, ed è stata realizzata dagli studenti del Master in Socia Media and Digital PR 2015/16: Alessandro Marchesi, Alessandro Riva, Alex Valenti, Camilla Carrarini, Cristina Alessi, Francesca Casale, Giada Angelica Morgillo, Giulia Bestetti, Laura Bettelli, Morena Mazzoli, Sara Marchioni, Simona Belluccio. La realizzazione grafica è di Antonio Disilvestro e Laura Scapin.

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