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La ricerca su Snapchat dei masteristi in Social Media and Digital PR IED [orgoglio di prof]

snapchat

Il mio impegno principale, l’anno scorso, è stato il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED. Tanto lavoro (ma proprio tanto) ma anche tante soddisfazioni. Ho visto entrare dei ragazzi e ho visto uscire dei professionisti: non credo si possa chiedere di più.

E naturalmente ho insistito molto perché la loro impostazione mentale fosse il più rigorosa possibile. “Social” è una parola vuota, se dietro non c’è un obiettivo aziendale, un obiettivo di marketing, una strategia di comunicazione. È una parola vuota se non sappiamo che, aggiornando una pagina Facebook o pubblicando uno scatto su Instagram, stiamo facendo comunicazione: stiamo cioè attivando un processo che prevede un emittente, il quale elabora un messaggio, che passerà attraverso un canale, che sarà disturbato da un rumore, giungerà a un destinatario e questi dovrà decodificare quello che riceve in base alla lingua che parla, all’esperienza e alla cultura che possiede, all’attenzione che è disposto a porre. In altre parole, social è una parola vuota tutte le volte che la usiamo come se stessimo condividendo le foto delle nostre vacanze, anche se stiamo gestendo la pagina di un brand.

Non solo. Per occuparsi di social bisognerà entrare in relazione con una serie di altre figure professionali e di discipline: che bisogna conoscere anche se non diventeranno il nostro mestiere.

Come strategist, la mia formazione nasce dalla ricerca. È un percorso che a me è venuto naturale, perché a un certo punto, come ricercatrice, vivevo quella che ho chiamato, col tempo, la “sindrome del ricercatore”: vedere grandi costruzioni concettuali ma non poterne seguire la realizzazione. Ma naturalmente non ho mai smesso di fare ricerca, né perdo mai l’occasione di mostrare quanto sia fondamentale per chi lavora nella comunicazione.

Perciò, quando con il Master di quest’anno abbiamo affrontato il secondo progetto, abbiamo deciso che era necessario avere qualche informazione in più. L’azienda era Ceres, la richiesta era la creazione di una strategia social che comprendesse un nuovo strumento, Snapchat. Ma su Snapchat avevamo solo dati quantitativi, mentre ci interessava sapere anche come le persone utilizzano Snapchat, perché (e perché no), chi seguono: insomma, informazioni utili a costruire una strategia.

I ragazzi hanno perciò creato una survey alla quale hanno risposto circa mille persone, dalla quale emergono molti spunti interessanti che riguardano l’uso di Snapchat – e anche il suo non uso.

Dal punto di vista dell’uso, sappiamo adesso che quando Snapchat non è usata è perché non la si conosce (è così per il 35% del campione interrogato) oppure perché è “difficile da usare” (36%). Possiamo pensare che questa situazione sia in parte cambiata – la survey è stata realizzata tra maggio e giugno 2016 – ma che sia ancora un oggetto di nicchia è innegabile.

Chi l’ha adottata, invece, la considera prima di tutto una chat per comunicare con gli amici (45%) e molto meno come una fonte di informazione da parte di influencer (19%) e brand (10%); se però è un brand che ci parla, è importante che ci dia qualcosa di esclusivo, che altrove non possiamo trovare, come contenuti esclusivi e anteprime. Il che apre il sempre attuale capitolo sulla rilevanza dei contenuti condivisi dalle aziende e sulla reale influenza esercitata, appunto, dagli influencer.

Questi solo degli assaggi. L’infografica è questa, ed è stata realizzata dagli studenti del Master in Socia Media and Digital PR 2015/16: Alessandro Marchesi, Alessandro Riva, Alex Valenti, Camilla Carrarini, Cristina Alessi, Francesca Casale, Giada Angelica Morgillo, Giulia Bestetti, Laura Bettelli, Morena Mazzoli, Sara Marchioni, Simona Belluccio. La realizzazione grafica è di Antonio Disilvestro e Laura Scapin.

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Quando diciamo Real Estate…

Il 18 febbraio scorso si è tenuto a Milano un convegno dedicato al Marketing del Real Estate. Il settore immobiliare, a dispetto delle mie attività professionali abituali, ogni tanto torna nella mia vita. Attraverso articoli per riviste cartacee, per lo più, ogni volta tarati verso un pubblico che non ha ancora trovato una sua strada per comunicare in modo digitale.

Il Marketing nel Real Estate

Il Marketing nel Real Estate, Milano, 18 febbraio 2016

Sono stata interpellata per fare un intervento dedicato appunto al digitale, in termini quasi di istruzioni per l’uso. Io non sono molto brava nel trasmettere cose del tipo “10 strategie digitali infallibili per vendere i 500 appartamenti che ti sono rimasti sul groppone a 9.000 € al metro” e così ho preferito dare un taglio che spiegasse soprattutto il perché e alcune regole di base – è inutile, io rimarrò per sempre legata alla base – per tentare delle sortite fuori dalle brochure.

Ritratto di relatore con stampelle

Sì, avevo le stampelle. Ma così mi hanno coccolato tutti 🙂

Il settore, in realtà, si è evoluto moltissimo negli ultimi due anni. Ho seguito relazioni estremamente interessanti in cui si è parlato di cliente al centro, di strategie originali, di big data. Confesso che più volte avrei voluto intervenire per porre la mia candidatura come consulente. Poi ho pensato che non fosse il momento. Neanche fisicamente, ero un po’ impedita, diciamo.

Io invece ho parlato delle cose che si possono fare attraverso il digitale, di che cosa significhi essere rilevanti, di che cosa significhi e come mettersi in ascolto. Perché l’ascolto, così centrale nelle attività di chiunque voglia offrire qualcosa a qualcun altro, è la condizione necessaria per poter costruire la propria comunicazione e la propria narrazione.

Ascolto

Internet è il più grande panel del mondo, usiamolo

 

 

Ho citato Paola Faravelli senza dirglielo – ne avevo accennato ad Annamaria Anelli perché ricordavo che avevano fatto un corso insieme -: ecco, Paola, te lo dico adesso, come le racconti tu le case, nessuno.

Infine due cose su che cosa significa intraprendere un cammino nel digitale e le cose che non possiamo più fare.

Spazi digitali

La casa delle persone, non delle aziende

Ecco le slide, come sempre.

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Quando base vuol dire base

 

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Nell’ultimo anno mi sono dedicata molto alla formazione.  Si è trattato di formazione di base finalizzata a creare familiarità con gli strumenti social per persone che in alcuni casi, oltre a non avere alcuna presenza online, non avevano mai visto Facebook (per dirne una) o non avevano idea di che cosa fossero le parole precedute da un cancelletto che spesso appaiono in sovrimpressione durante i programmi televisivi. In alcuni casi, non sempre.

Persone molto diverse tra loro, peraltro: impiegati di una catena di grande distribuzione che devono ricollocarsi, genitori di preadolescenti in angoscia per bambini esposti al cyberbullismo e dio solo sa a quale altra malvagità umana, promotori finanziari, lavoratori del terzo settore, persone in mobilità o in cassa integrazione alla ricerca di un’opportunità, neolaureati. E così via.

La formazione di base su questi argomenti, però, mi ha messo di fronte ad una realtà che un po’ mi ha spiazzata: base vuol dire proprio base. L’ABC. Mediamente dato per scontato in tutto quello che si produce sul tema, dai libri ai blog, ai gruppi LinkedIn e chi più ne ha più ne metta.

So che a questo punto ci sarà la solita osservazione: “è l’Italia”, pensandola magari già divisa in aree Nielsen. E invece no. La prima cosa che ho imparato è che i fattori geografici non sono rilevanti. Mi sono sentita fare le stesse domande a Padova e a Napoli, a Vicenza e a Palermo, a Roma e a Milano. E sapete cosa? Mi sono convinta che la vera discriminante è nelle persone. Quelli che con questa roba ci vivono e quelli che la usano solo per organizzare le cene di classe, quelli scettici e quelli convinti, quelli che si sentono troppo vecchi e quelli entusiasti solo perché sono giovani. E siccome, appunto, da nord a sud alle isole il panorama è identico, non ho visto fattori che possano influenzare questo stato di cose al di fuori dei confini nazionali.

Intendiamoci: non è un lamento per questo stato di cose. Al contrario, è una presa di coscienza di responsabilità. Che implica diverse cose.

1.Le cose che scriviamo in rete rimangono in rete. Quindi, detta con alcuni miei illustri colleghi tra i più illuminati, noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo. Se vogliamo fare cultura – oltre che offrire cassette degli attrezzi – dobbiamo andare fuori, dove le persone non sono come noi. Dove le persone fanno cose bellissime, talmente belle che credono che in rete sarebbe tutto “virtuale” e quindi non gli interessa. Le cassette degli attrezzi verranno dopo;

2. A volte mi è stato riportato di altri corsi, precedenti al mio ma simili per promessa, che ricalcavano sostanzialmente quanto di solito è oggetto, appunto, di trattazione nei blog, nei libri, eccetera eccetera. Con risultati nulli. Ecco, questo è frustrante sia per chi insegna che per chi dovrebbe imparare. Quindi, come formatori, impariamo a metterci nei panni di chi non sa niente, ma proprio niente, della cosa di cui stiamo parlando;

3. Prima di avvicinarci ai contenuti, dobbiamo capire le persone che abbiamo davanti. Chi sono, che cosa fanno, quali sono le loro ansie, le loro convinzioni, i loro pregiudizi. Valutiamo il loro dichiarato rispetto a quello che già sanno, perché non sempre la loro percezione è corretta. Perdiamo anche tanto tempo nella comprensione delle loro aspettative nei nostri confronti: può essere quello che fa la differenza tra una formazione che lascia qualcosa e una formazione che si vivrà, a posteriori, come una perdita di tempo;

La rete è una grande opportunità

Capire le ansie delle persone che ci stanno davanti è il primo passo per una formazione di valore.

4. Partire dalle basi vuol dire partire dalla comprensione del contesto. Dal cosa prima che dal come. Significa spiegare che la rete non è un mondo virtuale, ma uno spazio in cui le persone, tutte le persone, fanno delle cose. Che la tua timeline è il frutto delle persone che ci metti dentro, non un covo di vipere che vuole farsi i fatti tuoi. Che Facebook non si inventa niente, riporta solo quello che tu gli hai detto di riportare. Che la privacy non è un concetto astratto e che può essere difesa. E così via;

Internet non è un media

Inizio spesso da questa slide. Così ho modo di parlare del contesto cancellando prima i pregiudizi.

5. Dopo il contesto, ci sono le parole. Spiegare le parole è fondamentale. Darsi un vocabolario comune è la condizione di base per capire quello che poi diremo. Sembra scontato ma non lo è: timeline, hashtag, network, profilo, account, sono solo suoni più o meno familiari, già sentiti, ma mai associati a dei significati. Quindi esplicitiamo il significato di ogni parola che usiamo;

Hashtag

Anche se pensiamo che l’hashtag sia un oggetto familiare, la maggior parte delle persone non ha idea di cosa sia. E io non posso spiegarglielo in questo modo.

6. Altra cosa importantissima sono le ragioni. Perché dovrei aprire una pagina Facebook per la mia attività? Perché dovrei avere un profilo LinkedIn? Perché non mi basta un gruppo Wathsapp per parlare con i miei clienti? Ecco, se riusciamo a trasferire in modo chiaro tutti i perché, saremo a metà dell’opera, e i per come verranno praticamente da soli;

7. Infine, la precisione. Non possiamo usare indifferentemente le parole newsfeed, timeline, bacheca; oppure pagina, fanpage, profilo: le persone non capiranno, penseranno che ci riferiamo a cose diverse e andranno in confusione. Scontato? Mica tanto. Quando mi sono resa conto che la maggior parte delle persone “di livello intermedio” facevano confusione tra un profilo e una pagina Facebook ho iniziato a scrivere ogni volta alla lavagna una tabella elencando le differenze tra le due cose. Avrei fatto meglio a fare direttamente una slide? No, perché così, parola dopo parola, mi seguivano meglio. Poi magari un giorno mi deciderò a farla, però, la slide, se no ogni volta viene fuori una tabella diversa – per la differenza tra gruppi e pagine l’ho fatta, per dire, ma in quel caso il pubblico era “avanzato”.

Profilo vs Pagina

Una tabella che ogni volta è diversa, per avere il tempo di illustrare le parole e i concetti uno per uno.

Un po’ meno di sacro fuoco, un po’ più di capacità di calarsi nei panni degli altri. Di persone che fino a quel momento hanno fatto a meno di internet e hanno vissuto comunque benissimo. Di persone che non hanno la più pallida idea di chi siamo noi e di cosa facciamo per vivere – e quando glielo spieghiamo ci guardano come per dire: e lavorare no? E ci guardano come noi guarderemmo un bimbominkia, ma senza sapere che esiste la parola bimbominkia.

bimbominkia

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Master in Social Media and Digital PR, ci siamo quasi!

img_coverEssere la coordinatrice del Master in Social Media and Digital PR dello IED è sicuramente la mia avventura più importante di quest’anno. In partenza a fine novembre, ho avuto la possibilità di pensarlo dall’inizio alla fine, scegliendomi le persone, definendo il taglio, selezionando ogni cosa in base all’obiettivo più importante di tutti: fare in modo che le persone che lo frequentano trovino lavoro. in tempi ragionevoli, possibilmente.

Per quanto mi riguarda, il mondo del digitale – non solo il Social e non solo le Digital PR: del resto non si parlerà solo di questo durante il Master – non è il futuro, è il presente. Un presente che senz’altro si misura con metri diversi: per mia zia un SMS può essere un problema (ma Skype no), per molte delle persone che ho avuto in aula negli ultimi due anni le paroline precedute da un cancelletto durante le trasmissioni televisive non hanno alcun senso, per i socialscettici “Facebook ti ruba l’identità”, per Nicholas Negroponte presto impareremo l’inglese ingoiando una pillola (lui non sa con quanta impazienza sto aspettando quel giorno!). Tutti plausibili, questi metri, anche solo perché esistenti. E noi dobbiamo tenerli presenti tutti.

tweet_negroponte

Perciò si guarderà avanti, molto avanti, durante il Master. Andando spesso fuori a vedere chi sono le persone vere che vanno al mercato, partecipano agli eventi e prendono i mezzi pubblici, tutto insieme e tutti i giorni. Parlando con le aziende, imparando la differenza che c’è tra il guardare una cosa da fuori e starci dentro. Confrontandoci con professionisti diversi, tutti fantastici ma con idee spesso agli opposti: perché il mondo là fuori è così. Di tutte queste cose ho parlato anche qui, quando mi è stato chiesto di raccontare la mia visione del Master.

Io mi occuperò di due cose che mi stanno molto a cuore: le teorie della comunicazione, tema che, mi rendo conto, magari non è dei più attrattivi, ma è assolutamente fondamentale (il perché lo spiego qui) e di strategia digitale (no, non nel senso del libro :-)).

Il programma del Master è disponibile qui: si può anche scaricare una brochure, se siete amanti della carta. Come si vedrà, le materie sono tante, perché tante sono le cose che serve sapere quando si va a lavorare in questo ambito.

Abbiamo anche una pagina Facebook, in cui parliamo di argomenti attinenti il digitale e ricordiamo gli eventi (quanti sono!) in IED.

OpenDay Master

Per un assaggio delle cose bellissime che faremo al Master in Social Media and Digital PR, giovedì ci sarà l’ultimo open day. Un pomeriggio dedicato ai Master e alla Formazione Continua, che si chiuderà in bellezza con un incontro con alcune YouTubeStar e un DJ Set. Se vi pare poco!

 

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#controisocial per un (sano?) esercizio di spirito critico

Leggo di Ello e mi stranisce un po’ il manifesto:

Il manifesto di Ello

“Your social network is owned by advertisers.
Every post you share, every friend you make, and every link you follow is tracked, recorded, and converted into data. Advertisers buy your data so they can show you more ads. You are the product that’s bought and sold.
We believe there is a better way. We believe in audacity. We believe in beauty, simplicity, and transparency. We believe that the people who make things and the people who use them should be in partnership.
We believe a social network can be a tool for empowerment. Not a tool to deceive, coerce, and manipulate — but a place to connect, create, and celebrate life.
You are not a product.”

Bello, eh.

Ma questa gente lavora gratis? Qual è il modello di business? Come arriveranno a soppiantare Facebook? Con i soldi di chi?

In realtà si tratta di un modello freemium: i servizi a pagamento dovrebbero garantire la sopravvivenza di questo che, se ci riuscisse, potrebbe tranquillamente essere la svolta per il modello “coltivazione di target”.

Cerco di approfondire la questione e trovo questo articolo di Pagina 99: “Tu non sei un prodotto, sostiene Ello, perché non c’è pubblicità eppure Ello già permette ai brand di aprirsi le proprie pagine, che verranno utilizzate per promuovere i propri prodotti agli utenti di Ello. “Tu non sei un prodotto”, ma se Ello avrà successo e i suoi fondatori rivenderanno la loro start-up ad un gruppo più grande, tu lo potresti diventare. “Tu non sei un prodotto”, ma il numero degli utenti di Ello è il prodotto che i suoi fondatori vanno a vendere ai venture capitalist per raccogliere soldi per sopravvivere.”

Mi rimangono dei dubbi forti, soprattutto dopo aver letto i post di @waxpancake, che in sintesi dice che questo modello freemium è un po’ debole, considerato quanto è costato Ello. Leggeteli, i post, se vi interessa l’argomento, sono un bell’esercizio di spirito critico, oltre che di argomentazione sul fenomeno del momento.

waxpancake
Allora io auguro ogni bene a Ello, che magari ci porta fuori dal pantano. Perché quando penso a Facebook (in termini di business, non di relazioni, sia chiaro) chissà perché mi viene in mente questa scena (dal minuto 2:30):

(Da notare che le coltivazioni di esseri umani del film sono la visualizzazione letterale di fenomeni più che reali come i finti profili a pagamento. Poi, in modo un po’ più metaforico, di tutti noi che entriamo persone e usciamo target).

NOTA: #controisocial è una cosa che mi sfruculia da un po’. Lungi da me sputare nel piatto in cui mangio, ma sono convinta che i social come li interpretiamo oggi – in quanto aziende, agenzie, consulenti (per lo meno tanti tra questi), e quindi, ripeto, dal punto di vista del business e non della relazione – siano in un momento di obnubilamento. Per questo il mio tentativo è quello di un esercizio di spirito critico. Quanto sano, lo scopriremo solo vivendo.

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Social media policy per chi ha una doppia vita (o del delicato equilibrio tra privato e professionale nei social)

IMG_1610Durante i miei corsi arriva sempre il momento in cui si deve parlare delle social media policy e di solito è un momento difficile. Perché immediatamente si formano i due partiti, quello dei liberisti che “trasparenza, trasparenza, trasparenza” e quello dei reazionari che “diamo il buongiorno con una tazzina di caffè e poi spariamo la nostra pubblicità”. Ovviamente nessuno dei due approcci ha senso, da cui la difficoltà del momento.

Ma se non è un’azienda a doversi dare delle regole? Se siamo noi? O meglio: nel momento in cui vogliamo/dobbiamo usare i social professionalmente, possiamo usarli anche in modo personale? In che modo?

Ho molti colleghi che hanno deciso di fare dei social un uso solo professionale. Io non ce l’ho mai fatta. In fondo il mio uso della rete è stato prima di tutto personale, perciò cancellare del tutto questa parte significherebbe per me cancellare anche la parte “solo” divertente. Era più o meno il tema di un vecchio post che credo sia ancora valido, nella sostanza, in cui si parlava di blog e di blogger.

Per i social (diversi dal blog), ho provato a mettere giù le regole che, in modo del tutto inconsapevole, mi sono data. Sapendo bene che le scuole di pensiero sono molte e curiosa di conoscere le altre.

In generale
Innanzitutto devo specificare una cosa: io sui social mi diverto. Mi piace proprio. Non tanto farmi i fatti degli altri (che secondo me è un concetto proprio sbagliato, se ci riferiamo alla condivisione della nostra esistenza. Il più delle volte quando parliamo dei fatti nostri è per uno sfogo, per cercare solidarietà o per chiedere un parere, quindi è tutto voluto e mancano i presupposti concettuali per il pettegolezzo), quanto proprio stare in ascolto di quello che succede, degli umori, dell’agenda. Delle persone, del “paese reale” – come dice la tv ma con un senso tutto diverso -, della mia città. Questi spezzoni di vite sono segni di sensibilità dei singoli tanto quanto termometri dell’animo condiviso, tracce dei fantasmi individuali e dell’immaginario collettivo. E io amo leggere i segni, seguire le tracce. Ma questo si può fare solo se la mia conversazione sui social è di tipo personale, se comprende la mia sensibilità e i miei fantasmi: la reciprocità è obbligatoria.

Quindi in rete ci metto anche i fatti miei. Comprese le opinioni politiche, religiose, eccetera eccetera. Tanto al limite mi evitano di essere coinvolta professionalmente da persone con le quali non andrei d’accordo.

E questo è il presupposto. Per il resto ho poche regole generali sulle quali però sono inflessibile. In particolare (l’ordine non è di importanza):

  1. Non pubblicare foto o video in cui compare mio figlio o altri bambini. Per estensione, neanche foto in cui sia riconoscibile la sua scuola e gli altri ambienti che frequenta. Mai, per nessun motivo e in nessun social. Credo nel valore della privacy (anche se di una persona piccola) e ovviamente non metterei mai a repentaglio la sua sicurezza rendendolo rintracciabile.
  2. Non parlare di clienti e progetti, soprattutto se in corso, a meno che il progetto stesso non lo richieda o il cliente non abbia piacere di rendere pubblica la nostra collaborazione. Intendiamoci, alla fine si sa (più o meno) con chi lavoro e cosa faccio, ma nel momento in cui i progetti partono preferisco evitare la pubblicità. Poi, dopo, se ne discute e se non ci sono problemi si condivide.
  3. Non parlare mai dei fatti degli altri, dove per altri intendo anche le persone che mi sono più vicine. Ho condiviso molti momenti difficili, ma erano quei momenti a cavallo tra privato e pubblico in cui riportavo il mio stato d’animo, mentre molti altri mi sono rimasti nella punta delle dita, anche se hanno inciso molto su di me e sulle mie attività, però avrebbero coinvolto qualcun altro e quindi meglio tacere.
  4. Non lamentarsi mai per questioni di lavoro. Nella foga della scrittura possono venir fuori indizi minimi che rendono riconoscibile il cliente per il quale sto lavorando, e sarebbe oltremodo sgradevole sia per lui che per me. Inoltre, dare dell’imbecille a un cliente è poco educato (oltre che poco professionale) e l’overload non fa figo da una decina di anni.

Gli strumenti
Gli strumenti non sono tutti uguali. Se è chiaro che LinkedIn è un oggetto solo professionale, gli altri oscillano molto tra i due mondi. Perciò ecco come uso quelli principali per stare in equilibrio (e di LinkedIn non parlo, quello è un post a parte che chissà se scriverò).

  • Facebook – è il più misto degli strumenti, essendo anche il più ecumenico. Non uso le liste (che pure ho creato) e lascio tutto lì. Ma prima di pubblicare mi accerto che il contenuto sia conforme alla “regola della nonna”: non pubblicare niente che non vorresti fosse letto da tua nonna (so che è una citazione, ma non so di chi, mea culpa). Non ho regole rigide sulle persone da aggiungere ai miei amici. Molti non li conosco direttamente, ma ne seguo il lavoro, per esempio, e tanto basta. E, in questo fritto misto globale di amici, in cui ci sono amici veri e gente mai incontrata, colleghi ed ex capi, clienti e vicini di casa, il mio linguaggio non cambia mai, sono io e basta. A rischio e pericolo di chi si avventura. Una regola alla quale tengo abbastanza è quella di partecipare alle conversazioni nella stessa misura in cui posto stati ai quali mi aspetto che gli altri rispondano (avete notato che ci sono persone che non intervengono mai, a meno che non abbiano aperto loro il thread? Ecco, a me questa cosa qua fa venire l’orticaria. Ovviamente parlo di un equilibrio complessivo, mica mi metto a contare).
  • Twitter – cerco di usarlo principalmente come strumento di curation e di opinione più seria/professionale, ma costituisce per me sempre una fortissima tentazione nel momento in cui, che so, mi metto a seguire X Factor. In questo caso derogo dalla regola generale, ma poi mi rimetto in riga. Non uso la stellina dandole lo stesso valore del like su Facebook: un tweet che entra nei miei preferiti è un tweet che rimane lì, perciò è qualcosa che “mi voglio segnare”, ricordare; il classico è il link interessante che mi andrò a leggere più tardi (poi raramente lo faccio, confesso, ma l’intenzione è sempre quella). Uso massicciamente Twitter per seguire gli eventi: anche se non si tratta di vero livetwitting, trovo utile scambiare opinioni sia con chi è presente che con chi sta seguendo da fuori – o non sta seguendo affatto ma inciampa nell’evento e lo trova interessante anche solo per il tempo di 140 caratteri.
  • Instagram – non ho un buon rapporto con le immagini, non so fare belle foto e la cosa che mi manda più in panico è farmi fotografare. Perciò non sono particolarmente prolifica su Instagram. Tranne che durante le vacanze o in situazioni particolari. Niente persone, però. E niente di professionale.
  • Pinterest – mi dispiace molto non riuscire mai a lavorare su Pinterest quanto vorrei, perché può essere uno strumento potente dal punto di vista professionale, se usato bene. Prima o poi lo farò, ma nel frattempo ho aperto una marea di board personali e solo una professionale (non è vero, ce n’è un’altra ma è chiusa, avrei dovuto metterla in piedi bene e poi renderla pubblica, rientra nel “prima o poi”), che seguo con entusiasmo che definire moderato è un eufemismo. Anche in questo caso, quindi, l’uso è quasi del tutto personale.

Naturalmente queste “regole” vanno bene per me e per le scelte che ho fatto riguardo alla condivisione dei miei contenuti. Voi che cosa ne pensate?

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Al Mashable Social Media Day di Milano, 9 cose da sapere prima di mettere mano a una strategia digitale

Confesso che, se parlare in pubblico non mi turba (più) moltissimo, il format dell’ignite invece mi da un’ansia che lèvati. Perché l’idea di non avere il controllo del momento, la possibilità di dilungarmi se lo ritengo necessario, quella, al contrario, di saltare allegramente una slide, quest’idea, ecco, non mi mette a mio agio. L’ignite, per chi non lo sapesse, è una modalità di presentazione molto rigida: 5 minuti a disposizione, 20 slide temporizzate, 15 secondi a slide. Quindi niente spazio all’improvvisazione.

E invece il Mashable Social Media Day di Milano, organizzato dallo IED, è fatto proprio così. E la postazione degli speaker ci impediva di guardare le slide da monitor, avendo lo schermo alle spalle.

La crudeltà dell'ignite

La mia presentazione era a due voci, naturalmente, poiché ho diviso il microfono con Roberto Venturini.

Abbiamo parlato di quello che viene prima di iniziare a scrivere una strategia digitale, delle cose da tenere presente, delle idee preconcette di cui liberarci. Insomma, una sorta di introduzione alla strategia digitale, cose da sapere indipendentemente dal fatto di leggere o no il libro.

Sull’evento vi segnalo lo Storify di ad Mingle Italia e quello di Enrico Giubertoni, che raccontano in modo molto completo la serata.

Le nostre slide, invece, sono queste. Buona lettura!

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Insegnare Facebook ai genitori per aiutare i figli

Il mio volontariato di quest'anno è insegnare Internet ai genitori

Il mio volontariato di quest’anno

Mio figlio ha 10 anni e considera il wifi una cosa che viene al mondo insieme alle case. Per giocare, principalmente, ma anche per guardare video e studiare – sì, studiare, l’unico modo che conosce per studiare geografia, per dire, è farsi prima un giro su Google Earth giusto per capire di cosa si sta parlando. Tra i suoi giochi preferiti c’è Clash of Clans: in sintesi, ti crei il tuo villaggio, aderisci ad un clan o ne crei uno, addestri le truppe e dai battaglia agli altri villaggi/clan.

Clash of Clans

Clash of Clans

Questo gioco ha una chat, anzi due, una interna al clan e una generale. Le regole per entrare nel clan – e di conseguenza nella chat interna – sono fissate dal capoclan. In un momento di euforia, il capoclan ha concesso l’ingresso nel clan in modo molto disinvolto, cosa che ha seminato il panico tra i genitori dei membri, che si sono sentiti raccontare dai figli che c’era “uno di 29 anni”. L’allarme è rientrato velocemente, prendendo due o tre provvedimenti (tra i quali non la disinstallazione del gioco, che ad alcuni pareva la cosa più saggia da fare).

Questo panico mi ha spinto ad accelerare un progetto che stavo coccolando da tempo, senza mai decidermi: insegnare Internet ai genitori, per rendere più sereni loro e più sicuri i loro figli. Certo che “insegnare Internet” è un bell’obiettivo, e allora bisogna procedere per passi. E infatti, dopo qualche indagine, ho deciso che inizierò raccontando Facebook. Il motivo tra un attimo, prima di tutto un’osservazione.

I nativi digitali non sono più bravi dei loro genitori, sono semplicemente più abili nell’accesso allo strumentario digitale – perché ci sono nati insieme: ma è manualità molto più che ragionamento. Perciò da una parte abbiamo bambini/ragazzi che usano strumenti e piattaforme con grande disinvoltura e che sviluppano un tipo di socialità ad hoc per questi; dall’altra parte abbiamo genitori che, se non hanno familiarità con questo ambito, rispondono con reazioni opposte: o hanno paura dei social e li vietano – impedendo così ai ragazzi di approfittare delle grandi opportunità che i canali offrono loro – o si disinteressano completamente alle attività dei figli. È chiaro che entrambe le cose sono prive di senso.

Se però facciamo in modo che anche i genitori comprendano, allora potranno accompagnare i loro figli in questo mondo brutto e cattivo, stando tutti molto più sereni. Un primo tentativo in questo senso l’ho fatto alcuni anni fa insieme a Nesquik e ai mitici Guglielmo e Edoardo. Ecco il primo dei cinque video:

Gli altri sono nel sito Sai come me lo immagino.

Ok, ma perché Facebook?

In realtà Facebook, soprattutto tra le nuove generazioni, è in ribasso. I giovani preferiscono piattaforme più agili e nate sul mobile, come Instagram o Whatsapp. Oppure, se sentono il bisogno di uno spazio di espressione e non di sola relazione, l’ideale è Tumblr, più leggero di un blog ma più «profondo» di una chat.

Il motivo principale per cui i più giovani abbandonano Facebook è che lì ci sono i genitori. Facciamocene una ragione. Però per noi rimane importante sapere come funziona questo strumento, perché è quello che ancora rappresenta il paradigma della socialità in rete. Molte persone sono entrare per la prima volta in internet intorno al 2008 per andare su Facebook, per esempio. Facebook è un complesso di strumenti e di principi relazionali che valgono per tutti gli altri ambienti, perciò imparando questo poi sarà molto più semplice capire il resto del mondo. E magari ci si divertirà anche.

Ho chiesto suggerimenti su Facebook e ne è venuta fuori una interessante discussione che trovate qui.

(Poi, dopo il primo giro con i genitori, vi farò sapere come è andata, ma se avete idee, suggerimenti, esperienze e quant’altro non siate timidi, fatemi sapere!).

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Phygital e retail. Capitolo 3, mai dire retail

La prima puntata è qui.

La seconda puntata è qui.

Il Politecnico di Milano, insieme con Nielsen, ha dato vita da anni all’Osservatorio Multicanalità, attraverso il quale monitora comportamenti e sentiment di aziende e consumatori rispetto al tema. Giuliano Noci, docente di Marketing e prorettore del Politecnico, ha spiegato che: “Ormai oltre il 50% degli italiani vive l’interazione con il sistema della marca e con le insegne in una prospettiva multicanale. Ciò significa che i meccanismi di formazione delle preferenze e del processo d’acquisto seguono regole significativamente diverse rispetto al passato. Oltre 28 milioni di italiani formano le loro opinioni utilizzando l’ambiente del web, ne sono influenzati e sono influenzatori; si muovono in questo spazio fisico/digitale in un ambiente a 360°, in cui è sempre più difficile discriminare tra il mondo digitale e il mondo fisico”.

Il report 2012 è disponibile qui, mentre il 13 febbraio 2014 saranno presentati i risultati della ricerca 2013 nel corso del Convegno Osservatorio Multicanalità.

Dunque, le persone si rendono conto della differenza di canale assai meno delle aziende. Le quali, infatti, tendono a ragionare in una logica di affiancamento di canali, mentre le persone vivono quotidianamente un’esperienza di reale integrazione.

Nulla di strano, dal momento che, a voler fare le cose per bene, portare il digitale in azienda significa intervenire pesantemente sull’organizzazione. Ma per le persone fuori dall’azienda non è così: le persone vivono i prodotti e i brand attraverso touchpoint – punti di contatto diversi per funzione, non per canale. All’azienda dunque non rimane che predisporre ambienti confortevoli fatti di strumenti e di contenuti fruibili facilmente, in cui non esista dicotomia tra on e offline.

(Se osserviamo i più giovani, i famosi e famigerati nativi digitali, ci renderemo conto che molte delle scelte che facciamo aziendalmente sono del tutto anacronistiche. Ad esempio alcuni di noi parlano ancora di nuovi media riferendosi ai media digitali, senza rendersi conto che sono passati vent’anni da quando erano davvero nuovi. O anche: i giovani sotto i 18 anni non hanno una percezione di quanto è online e quanto non lo è; non “vanno in internet” perché ci sono sempre. Ma questo è un discorso che ci porterebbe molto lontano).

Per fortuna il retail non è stato (sempre) a guardare. Insomma, qualcuno si è dato da fare.

Lo scaffale virtuale di Klikkapromo, in metropolitana

Lo scaffale virtuale di Klikkapromo, in metropolitana

Per esempio, Klikkapromo ha aperto nella metropolitana milanese, lo scorso anno, uno spazio di ricerca di prodotti a prezzi convenienti sotto forma di poster pubblicitario che rappresenta uno scaffale virtuale. Scansionando con lo smartphone il QR code del prodotto desiderato, l’applicazione fornisce l’elenco dei supermercati in zona in cui si può trovare il prodotto, al prezzo più conveniente. L’app è disponibile per tutti i sistemi operativi e, oltre al servizio di identificazione e comparazione, consente agli utenti di creare la loro lista della spesa e scoprire in quali punti vendita recarsi per tagliare fino al 50% il costo della spesa selezionata. Un bell’aiuto.

Il progetto prevede che, dopo questa fase di semplice “consulenza”, il sistema permetta di fare direttamente la spesa (presso le catene che aderiranno), facendosela consegnare a domicilio o passando a ritirarla nel punto vendita.

Una variante di questa iniziativa è Pazzi Per Le Offerte, dal nome dell’app: sempre manifesti, sempre scaffali in metropolitana, ma invece che prodotti Klikkapromo offre coupon di valore variabile a seconda del prodotto. Scansionando il Qr Code, è possibile visualizzare e scaricare il Coupon sconto digitale, che sarà spendibile sui diversi circuiti proposti da Pazzi Per Le Offerte di Klikkapromo.it.

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Lo scaffale di Homeplus nella metropolitana di Seoul.

L’innovazione di Klikkapromo nasce da una serie di esempi internazionali, primo dei quali quello di Tesco-Homeplus, in Corea. Nel 2010 la catena nata dalla joint venture tra Samsung e Tesco lancia il suo virtual store all’interno della rete metropolitana di Seoul. L’interazione con gli scaffali del supermercato – realizzati con dei pannelli retroilluminati e posizionati sulle pareti delle stazioni – si basa sulla lettura dei QR code associati agli articoli raffigurati. Scansionando con uno smartphone il codice è possibile consultare la schede dei prodotti e costruire il proprio carrello virtuale. Al termine della spesa, il consumatore processa l’ordine selezionando il luogo e l’orario di consegna.

Nel luglio del 2012 è la volta di Sorli Discau, catena di supermercati spagnola, che porta il suo scaffale digitale nella metropolitana di Barcellona. In contemporanea, Tesco porta lo stesso meccanismo all’aeroporto londinese di Gatwick, con l’obiettivo di dare la possibilità ai passeggeri di ordinare la propria spesa e vedersela recapitata al ritorno dalle vacanze.

In tutti questi casi parliamo di una scelta tutto sommato ridotta di prodotti, quelli essenziali. Il salto viene fatto da Carrefour, che nel suo cubo di 9 metri posto nelle stazioni della metropolitana di Gare du Nord a Parigi e Part Dieu a Lione propone ai passeggeri un assortimento di 301 prodotti.

Ancora una volta, però, la palma per l’originalità (sia dell’idea che della sua esecuzione) va a un’app, quella del catalogo 2014 di Ikea. Il presupposto è che anche se siamo stati bravi nel prendere le misure, immaginare come starà un divano nel nostro soggiorno è altra cosa. Nell’esperienza del brand svedese, il 14% dei clienti torna in negozio a restituire mobili che non reggono alla prova della posa in opera, a casa. Grazie alla realtà aumentata, questo problema potrebbe trovare una risoluzione: basta un’app. Tutto sommato abbastanza facile da usare: scelgo dal catalogo cartaceo il prodotto che intendo collocare nella mia stanza, accedo alla modalità AR (Augmented Reality), metto il catalogo nel posto in cui vorrei mettere il mobile, fotografo il QR code, l’app cattura l’immagine del prodotto restituendole le dimensioni reali, io piazzo il mio divano e vedo se è il caso di comprarlo. Sempre scannerizzando i codici presenti nel catalogo cartaceo, ma anche direttamente all’interno della versione digitale, è poi possibile consultare altri 50 contenuti speciali digitali, tra cui video, la storia dei prodotti e ambientazioni a 360 gradi. Ed eccola qui.

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Phygital e retail. Capitolo 2, le applicazioni più avanzate

La prima puntata è qui.

Il digital nel guardaroba
Se volessimo tracciare dei confini allo stato dell’arte del phygital dovremmo fissare due punti: i Google Glass e le stampanti 3D. Oggetti pensati per lavorare in completa convergenza tra mondo fisico e mondo digitale.

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Per i Google Glass esiste anche una categoria di riferimento, quella dei wearable computer, computer da indossare. Cosa siano i Google Glass è cosa nota: “occhiali intelligenti” sviluppati da Google che, tramite la proiezione di uno schermo e i comandi vocali, permettono di effettuare operazioni normalmente svolte dagli smartphone, come inviare e ricevere telefonate, messaggi, scattare fotografie, registrare video, condividere nei social network, richiedere indicazioni stradali, cercare informazioni in Google e molto altro.

Google non è il solo ad aver pensato a degli occhiali-computer, tanto che da una ricerca di ABI Research emerge che la diffusione dei wearable computer sarà al 2018 di 485 milioni di pezzi, tra smart watch e glass.

Da segnalare, tra gli altri glass in lavorazione, i GlassUp, progettati da tre italiani, Francesco Giartosio, Gianluigi Tregnaghi e Andrea Tellarin. In vendita a 299 € da febbraio 2014, si connettono a un cellulare via bluetooth, e i testi appaiono direttamente nella lente (invece che in un apposito visore come i Google Glass). Il progetto GlassUp è stato sviluppato in crowdsourcing attraverso Indiegogo.

In uscita a gennaio 2014 gli Space Glasses, che giocano su realtà aumentata, 3D, immagine olografica. Finanziati anche questi in crowdsourcing, attraverso Kickstarter, costeranno 667 € e saranno disponibili sul sito.

Nella categoria dei wearable computer possiamo inserire senz’altro gli smart watches, gli orologi che portano al polso tutte le funzioni degli smartphone, ai quali si connettono in generale via bluetooth. Ma il vero salto è costituito dal Nike Fuelband SE e

Nike Fuelband SE

Nike Fuelband SE

relative app. Si tratta di un misuratore dell’attività fisica giunto ormai alla seconda edizione (SE): un braccialetto che permette di misurare il livello di attività fisica quotidiana, i passi percorsi e le calorie consumate. È anche un orologio, una caratteristica che gli ha dato un deciso vantaggio sui concorrenti. Dotato di un ricevitore Bluetooth 4.0 integrato, resta sempre connesso con lo Smartphone. Le sessioni di attività (per tutti gli sport) possono essere localizzate e condivise. Da segnalare il registratore dei suoni del sonno. Infine, il braccialetto intelligente consente di creare gruppi di amici a cui lanciare delle sfide, per incoraggiarsi a vicenda o raggiungere obiettivi comuni.

Ora, che c’entra tutto questo con il retail? C’entra molto. E la chiave si chiama app.

I Google Glass sono in grado di leggere qualsiasi informazione testuale o per immagini che possa essere inserita in un prodotto. Da qui a “vedere” direttamente dallo scaffale l’origine del prodotto e la sua filiera di produzione e distribuzione, il passo è breve. Alla fine, il marketing potrebbe diventare storytelling del prodotto: il prodotto potrebbe raccontare una storia (la sua storia? Anche, ma non solo) attraverso testi, foto, video.

Ma non solo. Nella mia storia di apertura, in cui parlavo della ricerca di un computer, dovevo prendere il mio smartphone e fare una ricerca per confrontare i prezzi. Ma se avessi un’app che legge il codice a barre, riconosce il prodotto e mi fa il confronto direttamente sulle mie lenti, dicendomi anche dove posso trovare lo stesso computer a meno, la cosa sarebbe anche più veloce (e più discreta, ché fare una ricerca su uno smartphone con un venditore di fianco può creare, in alcuni, un certo imbarazzo).

E per la verità alcune app che fanno questo lavoro esistono già. Una si chiama Chrystal Shopper e funziona in questo modo: fa una foto al codice a barre, cerca il prodotto online, confronta i prezzi e mostra le recensioni presenti su Amazon su quel prodotto. Che poi, ovvio, si può ordinare direttamente, sempre su Amazon.

Un’altra app ancora più divertente si chiama Fancy. Un po’ social network, un po’ rivista, un po’ sistema di bookmarking e blog iconografico, questa simpatica app si basa sul riconoscimento dell’immagine per trovare il negozio online che vende il prodotto che stiamo guardando – magari indossato da qualcuno nel centro commerciale in cui stiamo facendo shopping, anche se uno shopping che non ci farà tornare a casa pieni di pacchetti.

Fancy Glassware from Fancy on Vimeo.

A tendere, i Google Glass diventeranno anche uno strumento di pagamento elettronico. E anche questo c’entra con il retail.

Un ebook interessante sul tema, pubblicato da poco da L’Espresso, è Okay Glass di Alessandro Gilioli con la prefazione di Giuseppe Granieri, disponibile su Amazon.

Gli oggetti DIY

Sempre su questo crinale di confine, nel favoloso mondo del phygital c’è un altro strumento destinato a modificare la nostra visione del mondo e del lavoro: le stampanti 3D.

Di per sé non sono oggetti nuovi, poiché il loro uso industriale è ormai consolidato. La vera novità sta nel fatto che con la tecnologia a nostra disposizione oggi la stampante 3D sta per entrare nelle nostre case proprio come una stampante a getto di inchiostro.

La stampante 3D fatta in casa

La stampante 3D fatta in casa

Come quelle industriali, le stampanti 3D più piccole ed economiche permettono di creare una riproduzione reale di un disegno realizzato con un software di modellazione 3D. Anziché stampare con inchiostro su carta, l’ugello estrusore della stampante deposita, strato dopo strato, il materiale per l’oggetto che si intende realizzare. I modelli, la capacità di risoluzione, i materiali usati e, ovviamente, i costi sono vari (si possono trovare, già montate, a 7-800 euro, per arrivare anche a 50.000 euro). C’è poi anche chi, come il mio amico Paolo, se ne costruisce una in casa. E la usa!

Già nel 2011 The Economist prevedeva che «La stampa 3D potrebbe avere lo stesso impatto dell’avvento delle fabbriche».

Le applicazioni ad oggi sono tante e tutte interessanti: si va dalla realizzazione di prototipi di oggetti (cosa finora molto costosa e dai

Villa Asserbo

Villa Asserbo

tempi lunghi) alla creazione di modellini per l’educazione, l’architettura, l’archeologia. In Danimarca, però, a 60 km da Copenhagen, si è esagerato: Villa Asserbo, una casa ecofriendly, è stata realizzata con una stampante 3D in quattro settimane, utilizzando 820 fogli di compensato provenienti da foreste certificate finlandesi.

Ok, suppongo che sia di là da venire il centro commerciale fatto in casa da una stampante 3D. Eppure, pensando alle possibili applicazioni di questa tecnologia al mondo commerciale non possiamo non farci venire in mente un ecommerce che, invece che prodotti fisici, ci venderà modelli da stampare direttamente a casa.

Come se fossero vaucher.

Nella prossima puntata: mai dire retail.

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