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Le parole dei ggiovani sul web e i tre gradi di separazione culturale

Stele di Rosetta

Non parlerò dei bimbiminkia, no. Parlerò di ragazzi che stanno per laurearsi in Scienze della Comunicazione.

La mia amica Chiara mi invita a tenere una lezione al Politecnico sui Social Media. Sarà tutta discesa, mi dico, abituata alle aziende. Lei mi dice no, occhio, non sono molto partecipativi, soprattutto durante la lezione frontale non si scoprono. Vabbè, faccio io, vediamo che succede.

Succede che effettivamente non sono di quelli che ti bombardano di domande, anche se, opportunamente stimolati, partecipano. Fino a quando pronuncio l’espressione “web 2.0” (la pronuncio, peraltro, per dire che non la amo, non ha più senso, ma il motivo non rileva). Dico “web 2.0” e vedo il vuoto negli occhi di chi fino a un attimo prima mi seguiva. Ho la sensazione di essere caduta in una sacca spazio-temporale. E chiedo: sapete che cosa significa? E loro, candidi: no.

Questo del web 2.0 è solo uno dei segnali che mi hanno portato ad una riflessione molto più ampia e, sicuramente, ancora da mettere a fuoco. Ma magari scrivere aiuta.

Questi ragazzi, ripeto, non sono bimbiminkia. Tra tre mesi, glielo auguro, andranno a fare dei colloqui nelle aziende e nelle agenzie di comunicazione. Ma si porteranno dietro la loro cultura della comunicazione digitale, che non corrisponde a quella delle aziende e delle agenzie. Ho visto perciò tre gradi di separazione tra loro e il loro futuro nella comunicazione:

1. le aziende, che dicono 2.0 e si sentono molto fighe, che chiamano internet “nuovi media”;
2. le agenzie, che dicono anche loro 2.0 ma è routine, che chiamano internet “nuovi media” ma sanno che tanto nuovi non sono, che, infine, adattano le loro parole ai loro clienti, e chissà se lo fanno per piaggeria o perché ci credono davvero;
3. una nicchia di gente che lavora sul e per il web, che l’ha visto nascere e crescere, che ne ha introiettato la storia oltre le regole e che quotidianamente ne scrive la cronaca (e dice 2.0 e nuovi media solo per farsi capire e con un crampo allo stomaco mentre lo fa).

Infine ci sono questi ragazzi, che con il web sono nati, per i quali non esiste storia, regola, cronaca, perché usano il web come noi usiamo il telefono.

Qualche post fa parlavo della ricerca di Duepuntozero (arieccolo, il 2.0) sui giovani, e pur essendo completamente d’accordo con l’assunto per cui questa generazione non considera internet come altro da sé (la parabola dei pesci e dell’acqua), non avevo mai avuto la percezione di quanto questo fosse vero fino alla scoperta del vuoto nei loro occhi. Non hanno le parole perché non hanno il fenomeno: quello che noi abbiamo scoperto sentendoci dei pionieri, attaccando il modem nel cuore della notte e sentendo quel rumore che per noi era come il teletrasporto di Star Trek. Loro non devono “andare in internet”, perché ci sono già. Loro non sanno che cosa significa web 2.0 perché sono nati dopo. Loro non parlano di nuovi media perché questi sono i soli media che conoscono. E per avvicinarsi agli altri, alle altre tre categorie di persone che lavorano con il web, dovrebbero fare un lavoro di archeologia – non di storia, non di cronaca, ma proprio scavare con la pala.

Ovviamente hanno ragione loro. Perché sono loro che verranno, non noi, non le agenzie, non le aziende, ciascuno con le sue parole. Però tra tre mesi loro andranno a fare dei colloqui di lavoro senza avere le parole per farli. E le parole sono pensiero, azione.

Credo anche che questo dovrebbe far riflettere non l’università (le sento le voci che dicono che l’università non prepara al lavoro: sciocchezze, qui si parla di modelli culturali, non di technicalities, che si possono imparare in qualunque momento), ma le agenzie e le aziende. Che non hanno ragione oggi, perché non possono parlare con (a) questi ragazzi (provate a vendergli qualcosa con le vostra parole, se ne siete capaci), e non avranno ragione domani, quando questi ragazzi saranno quello che c’è fuori, il loro “target” – e i loro colleghi.

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Dovrei ma non voglio

Una delle cose che mi hanno colpito in occasione del ballottaggio per le primarie del centrosinistra è stata la difficoltà che ho trovato in alcune persone di razionalizzare la scelta di uno dei due candidati. Difficoltà superata con motivazioni tutto sommato superficiali – non parlo naturalmente di chi aveva sostenuto fin dall’inizio questo o quel contendente. Ho avuto anch’io questa difficoltà, tanto che ho passato la settimana a documentarmi,  leggere, chiedere ai più convinti di convincermi, si spiegarmi perché votare il loro candidato, possibilmente fugando i miei dubbi. Compito arduo, essendo i miei dubbi tutt’altro che definiti. Alla fine mi sono data una scadenza, una linea del Piave: il confronto su Rai 1. Quella sera avrei deciso.

Non è stato così. Ho continuato ad arrovellarmi fino alla fine. Ma – anche in vista di una possibile collaborazione di Renzi ad un eventuale governo Bersani (che solo la quantità di dubitative fa venire la pelle d’oca, ma insomma) – ho usato gli strumenti che conosco. Ho preso tutto il materiale che ho trovato e ho analizzato quel confronto. E ho trovato delle risposte.

Ho scoperto perché Renzi non mi convinceva (“come persona”, dicevo, beh, non è esattamente così) e Bersani non mi andava né su né giù (“è per l’apparato che si porta dietro”, anche in questo caso non esattamente).

L’ho spiegato in un pugno di slide, queste.

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