Un po’ di fatti miei, tanto per cambiare.

L’ultima volta che ho aggiornato il mio profilo LinkedIn non ho disattivato le notifiche, e ho ricevuto un sacco di messaggi di congratulazioni – o di sconcerto, quasi in ugual misura – da parte della mia rete. A qualcuno ho risposto in forma estesa, altri li ho ringraziati e basta.

La notizia, in sintesi, è che per una quota sostanziosa del mio tempo collaboro con un’agenzia. Lo sconcerto veniva da chi mi ha sentito ripetere più volte che “in agenzia, mai più!”. Però c’è agenzia e agenzia. Questa è piccola (anche se sta crescendo), ma soprattutto ha dentro un team veramente straordinario. Io sono la più vecchia, una specie di zia, con il titolo di Head of Strategy e molta voglia di portare dentro quello che ho imparato e di imparare da chi potrebbe essere mio nipote (ehm, qualcuno anche figlio, per dirla tutta).

L’agenzia si chiama KIWI (scritto così, tutto maiuscolo), ha fatto un sacco di cose belle e altre ne sta – ne stiamo – facendo. Per chi avesse curiosità di conoscerci, visto che ci siamo appena rifatti il look, sappiate che il 27 il 10 novembre ci sarà l’inaugurazione della nuova sede, quindi vi aspetto.

home_kiwi

Lavorare in un’agenzia ha un grande vantaggio: ti costringe a sporcarti le mani tutti i giorni. Praticamente un bagno di realtà che da freelance uno rischia di dimenticarsi, concentrato com’è su una quotidianità scandita da obiettivi e produttività che non devono scontrarsi con tante altre teste che vanno, almeno sulla carta, nella stessa direzione, anche se seguendo percorsi diversi. Quindi KIWI per me è anche un serbatoio di “vita vera”, relazioni (mamma mia quanto mi mancava andare a pranzo con i colleghi!), osservazione del mondo anche attraverso gli occhi di altre persone. E un lavoro fuori casa, un’organizzazione più rigorosa, un confronto continuo.

Tutte cose che servono un sacco per svolgere meglio le altre attività, che ovviamente non ho abbandonato.

Prima di queste attività è il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED (anche qui tutto maiuscolo. A un certo punto mi firmerò GIULIANA). Stiamo lavorando alacremente al nuovo anno accademico, in partenza il 24 novembre. L’anno scorso ho avuto moltissime soddisfazioni da questa esperienza: una squadra di docenti spettacolare, studenti fantastici che sono entrati ragazzi e sono usciti professionisti, bei progetti realizzati, una varietà praticamente infinita di cose provate. La novità di quest’anno è che sono affiancata da un co-coordinatore, nientepopodimenoche Marco Massarotto. Che presto mi bannerà, temo. Se invece resisterà allo stalking al quale lo sto sottoponendo, anche stavolta sarà bellissimo.

fb_master

L’agenzia e lo IED non hanno fermato le mie attività di formazione e consulenza, che esercito come sempre, magari con meno intensità ma non con meno passione. Attività che, oltre a quelle regolarmente retribuite, comprendono il volontariato nelle scuole medie, a parlare a ragazzi, genitori e docenti di educazione al digitale. Ce n’è un bisogno disperato, le scuole non hanno soldi, quindi si fa quel che si può, ognuno per quello che sa. Io so fare questo.

E infine c’è il libro. L’ho presentato, attraverso una bella intervista, al PF Expo di Roma lo scorso 29 settembre. Una trasferta velocissima ma molto interessante nel favoloso mondo dell’economia e della finanza. Ecco il video dell’intervista.

Il 25 ottobre, invece, terrò un workshop allo SMAU di Milano, in cui parlerò principalmente di quello che serve sapere e fare prima di imbarcarsi in una strategia digitale. Se passate di là venite a farmi ciao.

1 Commento

Archiviato in eventi, varie ed eventuali

La ricerca su Snapchat dei masteristi in Social Media and Digital PR IED [orgoglio di prof]

snapchat

Il mio impegno principale, l’anno scorso, è stato il coordinamento del Master in Social Media and Digital PR dello IED. Tanto lavoro (ma proprio tanto) ma anche tante soddisfazioni. Ho visto entrare dei ragazzi e ho visto uscire dei professionisti: non credo si possa chiedere di più.

E naturalmente ho insistito molto perché la loro impostazione mentale fosse il più rigorosa possibile. “Social” è una parola vuota, se dietro non c’è un obiettivo aziendale, un obiettivo di marketing, una strategia di comunicazione. È una parola vuota se non sappiamo che, aggiornando una pagina Facebook o pubblicando uno scatto su Instagram, stiamo facendo comunicazione: stiamo cioè attivando un processo che prevede un emittente, il quale elabora un messaggio, che passerà attraverso un canale, che sarà disturbato da un rumore, giungerà a un destinatario e questi dovrà decodificare quello che riceve in base alla lingua che parla, all’esperienza e alla cultura che possiede, all’attenzione che è disposto a porre. In altre parole, social è una parola vuota tutte le volte che la usiamo come se stessimo condividendo le foto delle nostre vacanze, anche se stiamo gestendo la pagina di un brand.

Non solo. Per occuparsi di social bisognerà entrare in relazione con una serie di altre figure professionali e di discipline: che bisogna conoscere anche se non diventeranno il nostro mestiere.

Come strategist, la mia formazione nasce dalla ricerca. È un percorso che a me è venuto naturale, perché a un certo punto, come ricercatrice, vivevo quella che ho chiamato, col tempo, la “sindrome del ricercatore”: vedere grandi costruzioni concettuali ma non poterne seguire la realizzazione. Ma naturalmente non ho mai smesso di fare ricerca, né perdo mai l’occasione di mostrare quanto sia fondamentale per chi lavora nella comunicazione.

Perciò, quando con il Master di quest’anno abbiamo affrontato il secondo progetto, abbiamo deciso che era necessario avere qualche informazione in più. L’azienda era Ceres, la richiesta era la creazione di una strategia social che comprendesse un nuovo strumento, Snapchat. Ma su Snapchat avevamo solo dati quantitativi, mentre ci interessava sapere anche come le persone utilizzano Snapchat, perché (e perché no), chi seguono: insomma, informazioni utili a costruire una strategia.

I ragazzi hanno perciò creato una survey alla quale hanno risposto circa mille persone, dalla quale emergono molti spunti interessanti che riguardano l’uso di Snapchat – e anche il suo non uso.

Dal punto di vista dell’uso, sappiamo adesso che quando Snapchat non è usata è perché non la si conosce (è così per il 35% del campione interrogato) oppure perché è “difficile da usare” (36%). Possiamo pensare che questa situazione sia in parte cambiata – la survey è stata realizzata tra maggio e giugno 2016 – ma che sia ancora un oggetto di nicchia è innegabile.

Chi l’ha adottata, invece, la considera prima di tutto una chat per comunicare con gli amici (45%) e molto meno come una fonte di informazione da parte di influencer (19%) e brand (10%); se però è un brand che ci parla, è importante che ci dia qualcosa di esclusivo, che altrove non possiamo trovare, come contenuti esclusivi e anteprime. Il che apre il sempre attuale capitolo sulla rilevanza dei contenuti condivisi dalle aziende e sulla reale influenza esercitata, appunto, dagli influencer.

Questi solo degli assaggi. L’infografica è questa, ed è stata realizzata dagli studenti del Master in Socia Media and Digital PR 2015/16: Alessandro Marchesi, Alessandro Riva, Alex Valenti, Camilla Carrarini, Cristina Alessi, Francesca Casale, Giada Angelica Morgillo, Giulia Bestetti, Laura Bettelli, Morena Mazzoli, Sara Marchioni, Simona Belluccio. La realizzazione grafica è di Antonio Disilvestro e Laura Scapin.

snapchat-italia-infografica-ied-20162

Lascia un commento

Archiviato in #strategiadigitale, educazione, formazione, ricerche di mercato, social

Strategia Digitale. La seconda edizione

Strategiadigitale2Ogni libro, quando nasce, ha una storia. Poi, la seconda edizione esce e basta. Al massimo puoi raccontare di quando, un giorno, l’editore ha chiamato dicendo “È arrivato il momento di fare la seconda edizione”. E allora emozione, pacche sulla spalla, ma pensa, che bello, diamoci dei tempi. Il libro viene pubblicato, lo annunci, dici in cosa è diverso dal primo, sipario.

Stavolta no. Stavolta anche la seconda edizione ha una storia, a qualcuno nota, ad altri no. Eccola, questa storia.

Roberto Venturini e io abbiamo iniziato a lavorare verso la fine dell’anno. Con il solito sistema: un solo file condiviso, si scriveva e si lasciavano appunti, note, osservazioni per l’altro. Con i soliti tempi e modi: lui che scriveva tantissimo e in ordine sparso, ogni volta che aveva 5 minuti, io che dovevo seguire una logica e mettere giù le cose già perfette, e soprattutto avere del tempo a disposizione, ché 5 minuti non mi bastavano.

Verso metà marzo eravamo a buon punto. Ancora quel centinaio di commenti da smarcare (hai presente i post it che mette word nei testi in cui vuoi lasciare un commento? Ecco, quelli) e poi si sarebbe potuto consegnare. Non sapevamo ancora come regolarci con la prefazione, ma un giorno Roberto mi manda un messaggio in cui dice che teniamo quella vecchia. Per me va bene, lo interpreto come un “diamoci una mossa” che non mi disturba.

Qualche giorno dopo, poche ore dopo aver discusso su uno di quei commenti più rognoso degli altri, Roberto ha deciso che per lui era basta. Mica solo col libro, proprio con tutto.

La mattina dopo speravo che fosse uno scherzo, un errore, un’omonimia: qualunque cosa ma non una vera uscita di scena. Ho pianto molto, ma questo si sa già.

L’editore è stato molto comprensivo. Io ci ho messo tre settimane prima di riuscire a riaprire il file e rimettere mano ai commenti. Il problema più grosso era non poter più chiedere chiarimenti a nessuno. Come essere rimasta senza un braccio.

E a quel punto mi sono detta che no, una prefazione, per giunta vecchia, proprio non ci stava più. Ho pensato a diverse possibilità, ho chiesto consigli, ho proposto all’editore pronta a sentirmi dire di no: quello che avevo in mente non era molto ortodosso.

Undici persone, amici e colleghi di Roberto, hanno creato la prefazione corale che avevo in mente. Con partecipazione, affetto e infinita disponibilità. Sono Elena Antognazza, Paolo Barbesino, Gigi Beltrame, Andrea Boaretto, Federico Capeci, Mafe De Baggis, Paolo Guadagni, Antonio Incorvaia, Marco Massarotto, Pepe Moder (già autore della prima prefazione), Zeno Tomiolo. E Paolo Iabichino, che mi ha regalato la postfazione.

Non li ringrazierò mai abbastanza. Credo che a Roberto sarebbe piaciuto.

E dopo la storia, quello che si fa di solito: che cosa è cambiato rispetto alla prima edizione?

La prima parte è stata interamente rivista, considerato il cambiamento di scenario del digitale negli ultimi due anni. E nonostante tutto ci siamo persi la giusta dimensione di alcuni fenomeni, cresciuti in pochi mesi. E i Pokèmon, naturalmente. Peccato.

Nella parte che riguarda la metodologia abbiamo cambiato i case study e tutti i riferimenti che andavano attualizzati. Abbiamo inserito un esempio di strategia digitale, inventandoci un’azienda che fa hamburger e li consegna a domicilio, per ora solo a Milano, poi chissà.

Abbiamo modificato in modo significativo anche l’ultima parte, relativa alle professioni, perché anche qui molte cose sono cambiate – magari non nella forma, ma nella sostanza sì.

Il libro è disponibile sia in formato cartaceo che digitale e ha una pagina Facebook che gli fa da appendice. Su Amazon trovate un estratto, giusto per sentire com’è.

Ci si vede di là.

Buona lettura.

2 commenti

Archiviato in #strategiadigitale, libri

Ciao Roberto

robertoIeri è stato un giorno tristissimo. Ci siamo trovati in tanti, al cimitero di Lambrate, a salutare Roberto Venturini. Alcuni di noi, su invito della moglie Stefania, hanno raccontato qualcosa di lui: un ricordo, un saluto. Il mio è molto breve, non avevo molte parole che potessero descrivere la gioia di aver condiviso un pezzo di strada così importante con lui e il dolore di continuare sapendo che lui è da qualche altra parte.

Eccole.

Quando ho conosciuto Roberto ho impiegato circa 30 secondi a decidere che lo trovavo insopportabile. Era l’aperitivo di saluto per gli autori di un libro scritto in tanti, il che era la condizione ideale per lui: un pubblico selezionato sul quale esercitare il suo fascino.

Una quindicina d’anni più tardi l’ho ritrovato, per un lavoro da fare insieme. Stavolta lontano da un palcoscenico. E così ho scoperto un altro Roberto. Ironico, divertente, sempre pronto a sdrammatizzare e a prendere poco sul serio questo nostro mondo che a volte non si rende conto di esistere solo se c’è la corrente elettrica. E naturalmente di una competenza infinita.

Decidere di scrivere un libro a quattro mani è stato un attimo. Stavolta scrivere insieme non significava solo far parte dello stesso gruppo di autori, ma proprio fare in modo che non si sentisse il passaggio da una mano all’altra. Perciò abbiamo avuto lunghe discussioni, siamo venuti a patti (tu scrivi così ma poi io scrivo cosà – l’ultima di queste trattative ha avuto luogo lunedì), abbiamo lavorato e rilavorato così tanto che ci è diventato difficile capire chi avesse scritto cosa. Scoprendo che scrivere con qualcuno vuol dire scambiarsi tanto, e non tutto necessariamente su un foglio di carta.

Roberto, sono arrabbiata con te. Perché non era ancora finita, avevamo ancora un sacco di progetti. E un pranzo in sospeso più o meno da Natale. E presentazioni da fare, amici da andare a trovare con la scusa del libro. Una cena con le famiglie. Dovevamo suonare insieme, anche. Il tuo blues. E andare in barca. Ecco, e adesso?

Roberto, è stato bello condividere questo pezzo di strada con te. Sarà impossibile dimenticarti. Riposa in pace, noi ce ne faremo una ragione. E se non sapremo proprio come fare, come ci hai insegnato tu, ci metteremo un gattino.

Giuliana

Lascia un commento

Archiviato in #strategiadigitale, libri, professionisti del web

Terzo tempo

Terzo tempo, Annamaria Anelli, Emmabooks

Uno degli errori più comuni a tutti – ma proprio tutti – è quello di credersi unici. Unici nel bene e nel male: nei successi come nei problemi quotidiani, nell’aver organizzato una festa che rimarrà negli annali come nel magone di quando i figli dimostrano di avere progetti di vita che non coincidono con quelli che abbiamo noi per loro. Unici anche come freelance. Donne. E mamme.

Terzo tempo di Annamaria Anelli è dedicato esplicitamente alle freelance mamme (o mamme freelance, non è esattamente la stessa cosa). Perché il mondo ne è pieno, di queste pazze. Tipe che hanno pensato, chissà per quale assurdo motivo, che essere freelance avrebbe consentito loro di poter fare meglio anche i figli, di poter gestire il proprio tempo, di poter seguire i propri ritmi. Cavolate. Eppure.

Poi c’è questo libro. Uno di quei libri che una dovrebbe portarsi dietro come una specie di tisana (o di birra, se preferisce, per rimanere in tema e anche per uscire da una certa iconografia della mamma, diciamolo) e tirare fuori ogni volta che cade nel tranello. Di sentirsi unica. E allora si ricorda che c’è un modo per uscirne: per esempio con una bugia ben piazzata (ma noi non siamo quelle che insegnano ai figli che le bugie non si dicono? Sì, ok, ma noi siamo grandi e possiamo), con una sessione di trucco e parrucco (Annamaria, vale lo stesso per quei giorni in cui più che il make up ci vorrebbe Photoshop?), oppure prendendosi una vacanza di due ore.

Ma il tema che più mi ha stretto il cuore è quello che riguarda il lavoro quando non c’è. L’ozio creativo, in un certo senso, poiché come Annamaria fa notare quando un freelance non lavora fa un sacco di altre cose. Ecco, quello per me è da sempre un momento difficilissimo, che si colora di ansia e rende difficile qualunque movimento. Di volta in volta elaboro una strategia per uscirne, e qualcuna è tra quelle di cui parla il libro. A volte funziona, a volte ci vuole un intervento più profondo. Ma ecco, sapere di non essere unica aiuta, a prescindere, sempre.

Terzo tempo si legge velocemente perché far scorrere la lettura – e la scrittura– è il mestiere della sua autrice. Ci si rispecchia tanto, qua e là ti verrebbe da intervenire dicendo “anch’io faccio così!” oppure “ma sei fuori? Non ce la potrei mai fare” ma poi non se ne fa niente perché parlare da sole in metropolitana non contribuisce alla reputazione. Ma l’effetto birretta è garantito sempre.

Terzo tempo è edito da Emmabooks e scritto da Annamaria Anelli, che ha anche un bel blog.

E brava Anna!

Lascia un commento

Archiviato in libri, professionisti del web

Quando diciamo Real Estate…

Il 18 febbraio scorso si è tenuto a Milano un convegno dedicato al Marketing del Real Estate. Il settore immobiliare, a dispetto delle mie attività professionali abituali, ogni tanto torna nella mia vita. Attraverso articoli per riviste cartacee, per lo più, ogni volta tarati verso un pubblico che non ha ancora trovato una sua strada per comunicare in modo digitale.

Il Marketing nel Real Estate

Il Marketing nel Real Estate, Milano, 18 febbraio 2016

Sono stata interpellata per fare un intervento dedicato appunto al digitale, in termini quasi di istruzioni per l’uso. Io non sono molto brava nel trasmettere cose del tipo “10 strategie digitali infallibili per vendere i 500 appartamenti che ti sono rimasti sul groppone a 9.000 € al metro” e così ho preferito dare un taglio che spiegasse soprattutto il perché e alcune regole di base – è inutile, io rimarrò per sempre legata alla base – per tentare delle sortite fuori dalle brochure.

Ritratto di relatore con stampelle

Sì, avevo le stampelle. Ma così mi hanno coccolato tutti🙂

Il settore, in realtà, si è evoluto moltissimo negli ultimi due anni. Ho seguito relazioni estremamente interessanti in cui si è parlato di cliente al centro, di strategie originali, di big data. Confesso che più volte avrei voluto intervenire per porre la mia candidatura come consulente. Poi ho pensato che non fosse il momento. Neanche fisicamente, ero un po’ impedita, diciamo.

Io invece ho parlato delle cose che si possono fare attraverso il digitale, di che cosa significhi essere rilevanti, di che cosa significhi e come mettersi in ascolto. Perché l’ascolto, così centrale nelle attività di chiunque voglia offrire qualcosa a qualcun altro, è la condizione necessaria per poter costruire la propria comunicazione e la propria narrazione.

Ascolto

Internet è il più grande panel del mondo, usiamolo

 

 

Ho citato Paola Faravelli senza dirglielo – ne avevo accennato ad Annamaria Anelli perché ricordavo che avevano fatto un corso insieme -: ecco, Paola, te lo dico adesso, come le racconti tu le case, nessuno.

Infine due cose su che cosa significa intraprendere un cammino nel digitale e le cose che non possiamo più fare.

Spazi digitali

La casa delle persone, non delle aziende

Ecco le slide, come sempre.

Lascia un commento

Archiviato in #strategiadigitale, eventi

Un’intervista su Strategia Digitale

Questa volta è Guida Digitale che fa a me e a Roberto Venturini un sacco di domande sul nostro libro.

Al solito, ogni volta possiamo aggiungere un pezzetto in più: perché le cose cambiano in fretta, perché certe intuizioni si sono precisate con il tempo, perché infine anche noi abbiamo avuto modo di riflettere e di approfondire alcuni aspetti che fino ad ora ci erano sembrati non particolarmente rilevanti.

Come sempre è stato un piacere, perciò grazie a Giulio Gaudiano e Sara Veltri di Guida Digitale. E a Roberto che ha fatto anche il publiredazionale🙂

Ecco qui l’intervista:

Lascia un commento

Archiviato in #strategiadigitale, libri, presentazioni

Quando base vuol dire base

 

open

Nell’ultimo anno mi sono dedicata molto alla formazione.  Si è trattato di formazione di base finalizzata a creare familiarità con gli strumenti social per persone che in alcuni casi, oltre a non avere alcuna presenza online, non avevano mai visto Facebook (per dirne una) o non avevano idea di che cosa fossero le parole precedute da un cancelletto che spesso appaiono in sovrimpressione durante i programmi televisivi. In alcuni casi, non sempre.

Persone molto diverse tra loro, peraltro: impiegati di una catena di grande distribuzione che devono ricollocarsi, genitori di preadolescenti in angoscia per bambini esposti al cyberbullismo e dio solo sa a quale altra malvagità umana, promotori finanziari, lavoratori del terzo settore, persone in mobilità o in cassa integrazione alla ricerca di un’opportunità, neolaureati. E così via.

La formazione di base su questi argomenti, però, mi ha messo di fronte ad una realtà che un po’ mi ha spiazzata: base vuol dire proprio base. L’ABC. Mediamente dato per scontato in tutto quello che si produce sul tema, dai libri ai blog, ai gruppi LinkedIn e chi più ne ha più ne metta.

So che a questo punto ci sarà la solita osservazione: “è l’Italia”, pensandola magari già divisa in aree Nielsen. E invece no. La prima cosa che ho imparato è che i fattori geografici non sono rilevanti. Mi sono sentita fare le stesse domande a Padova e a Napoli, a Vicenza e a Palermo, a Roma e a Milano. E sapete cosa? Mi sono convinta che la vera discriminante è nelle persone. Quelli che con questa roba ci vivono e quelli che la usano solo per organizzare le cene di classe, quelli scettici e quelli convinti, quelli che si sentono troppo vecchi e quelli entusiasti solo perché sono giovani. E siccome, appunto, da nord a sud alle isole il panorama è identico, non ho visto fattori che possano influenzare questo stato di cose al di fuori dei confini nazionali.

Intendiamoci: non è un lamento per questo stato di cose. Al contrario, è una presa di coscienza di responsabilità. Che implica diverse cose.

1.Le cose che scriviamo in rete rimangono in rete. Quindi, detta con alcuni miei illustri colleghi tra i più illuminati, noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo. Se vogliamo fare cultura – oltre che offrire cassette degli attrezzi – dobbiamo andare fuori, dove le persone non sono come noi. Dove le persone fanno cose bellissime, talmente belle che credono che in rete sarebbe tutto “virtuale” e quindi non gli interessa. Le cassette degli attrezzi verranno dopo;

2. A volte mi è stato riportato di altri corsi, precedenti al mio ma simili per promessa, che ricalcavano sostanzialmente quanto di solito è oggetto, appunto, di trattazione nei blog, nei libri, eccetera eccetera. Con risultati nulli. Ecco, questo è frustrante sia per chi insegna che per chi dovrebbe imparare. Quindi, come formatori, impariamo a metterci nei panni di chi non sa niente, ma proprio niente, della cosa di cui stiamo parlando;

3. Prima di avvicinarci ai contenuti, dobbiamo capire le persone che abbiamo davanti. Chi sono, che cosa fanno, quali sono le loro ansie, le loro convinzioni, i loro pregiudizi. Valutiamo il loro dichiarato rispetto a quello che già sanno, perché non sempre la loro percezione è corretta. Perdiamo anche tanto tempo nella comprensione delle loro aspettative nei nostri confronti: può essere quello che fa la differenza tra una formazione che lascia qualcosa e una formazione che si vivrà, a posteriori, come una perdita di tempo;

La rete è una grande opportunità

Capire le ansie delle persone che ci stanno davanti è il primo passo per una formazione di valore.

4. Partire dalle basi vuol dire partire dalla comprensione del contesto. Dal cosa prima che dal come. Significa spiegare che la rete non è un mondo virtuale, ma uno spazio in cui le persone, tutte le persone, fanno delle cose. Che la tua timeline è il frutto delle persone che ci metti dentro, non un covo di vipere che vuole farsi i fatti tuoi. Che Facebook non si inventa niente, riporta solo quello che tu gli hai detto di riportare. Che la privacy non è un concetto astratto e che può essere difesa. E così via;

Internet non è un media

Inizio spesso da questa slide. Così ho modo di parlare del contesto cancellando prima i pregiudizi.

5. Dopo il contesto, ci sono le parole. Spiegare le parole è fondamentale. Darsi un vocabolario comune è la condizione di base per capire quello che poi diremo. Sembra scontato ma non lo è: timeline, hashtag, network, profilo, account, sono solo suoni più o meno familiari, già sentiti, ma mai associati a dei significati. Quindi esplicitiamo il significato di ogni parola che usiamo;

Hashtag

Anche se pensiamo che l’hashtag sia un oggetto familiare, la maggior parte delle persone non ha idea di cosa sia. E io non posso spiegarglielo in questo modo.

6. Altra cosa importantissima sono le ragioni. Perché dovrei aprire una pagina Facebook per la mia attività? Perché dovrei avere un profilo LinkedIn? Perché non mi basta un gruppo Wathsapp per parlare con i miei clienti? Ecco, se riusciamo a trasferire in modo chiaro tutti i perché, saremo a metà dell’opera, e i per come verranno praticamente da soli;

7. Infine, la precisione. Non possiamo usare indifferentemente le parole newsfeed, timeline, bacheca; oppure pagina, fanpage, profilo: le persone non capiranno, penseranno che ci riferiamo a cose diverse e andranno in confusione. Scontato? Mica tanto. Quando mi sono resa conto che la maggior parte delle persone “di livello intermedio” facevano confusione tra un profilo e una pagina Facebook ho iniziato a scrivere ogni volta alla lavagna una tabella elencando le differenze tra le due cose. Avrei fatto meglio a fare direttamente una slide? No, perché così, parola dopo parola, mi seguivano meglio. Poi magari un giorno mi deciderò a farla, però, la slide, se no ogni volta viene fuori una tabella diversa – per la differenza tra gruppi e pagine l’ho fatta, per dire, ma in quel caso il pubblico era “avanzato”.

Profilo vs Pagina

Una tabella che ogni volta è diversa, per avere il tempo di illustrare le parole e i concetti uno per uno.

Un po’ meno di sacro fuoco, un po’ più di capacità di calarsi nei panni degli altri. Di persone che fino a quel momento hanno fatto a meno di internet e hanno vissuto comunque benissimo. Di persone che non hanno la più pallida idea di chi siamo noi e di cosa facciamo per vivere – e quando glielo spieghiamo ci guardano come per dire: e lavorare no? E ci guardano come noi guarderemmo un bimbominkia, ma senza sapere che esiste la parola bimbominkia.

bimbominkia

Lascia un commento

Archiviato in educazione, formazione, professionisti del web

Master in Social Media and Digital PR, ci siamo quasi!

img_coverEssere la coordinatrice del Master in Social Media and Digital PR dello IED è sicuramente la mia avventura più importante di quest’anno. In partenza a fine novembre, ho avuto la possibilità di pensarlo dall’inizio alla fine, scegliendomi le persone, definendo il taglio, selezionando ogni cosa in base all’obiettivo più importante di tutti: fare in modo che le persone che lo frequentano trovino lavoro. in tempi ragionevoli, possibilmente.

Per quanto mi riguarda, il mondo del digitale – non solo il Social e non solo le Digital PR: del resto non si parlerà solo di questo durante il Master – non è il futuro, è il presente. Un presente che senz’altro si misura con metri diversi: per mia zia un SMS può essere un problema (ma Skype no), per molte delle persone che ho avuto in aula negli ultimi due anni le paroline precedute da un cancelletto durante le trasmissioni televisive non hanno alcun senso, per i socialscettici “Facebook ti ruba l’identità”, per Nicholas Negroponte presto impareremo l’inglese ingoiando una pillola (lui non sa con quanta impazienza sto aspettando quel giorno!). Tutti plausibili, questi metri, anche solo perché esistenti. E noi dobbiamo tenerli presenti tutti.

tweet_negroponte

Perciò si guarderà avanti, molto avanti, durante il Master. Andando spesso fuori a vedere chi sono le persone vere che vanno al mercato, partecipano agli eventi e prendono i mezzi pubblici, tutto insieme e tutti i giorni. Parlando con le aziende, imparando la differenza che c’è tra il guardare una cosa da fuori e starci dentro. Confrontandoci con professionisti diversi, tutti fantastici ma con idee spesso agli opposti: perché il mondo là fuori è così. Di tutte queste cose ho parlato anche qui, quando mi è stato chiesto di raccontare la mia visione del Master.

Io mi occuperò di due cose che mi stanno molto a cuore: le teorie della comunicazione, tema che, mi rendo conto, magari non è dei più attrattivi, ma è assolutamente fondamentale (il perché lo spiego qui) e di strategia digitale (no, non nel senso del libro :-)).

Il programma del Master è disponibile qui: si può anche scaricare una brochure, se siete amanti della carta. Come si vedrà, le materie sono tante, perché tante sono le cose che serve sapere quando si va a lavorare in questo ambito.

Abbiamo anche una pagina Facebook, in cui parliamo di argomenti attinenti il digitale e ricordiamo gli eventi (quanti sono!) in IED.

OpenDay Master

Per un assaggio delle cose bellissime che faremo al Master in Social Media and Digital PR, giovedì ci sarà l’ultimo open day. Un pomeriggio dedicato ai Master e alla Formazione Continua, che si chiuderà in bellezza con un incontro con alcune YouTubeStar e un DJ Set. Se vi pare poco!

 

Lascia un commento

Archiviato in educazione, eventi, professionisti del web, social, web

Del Real Time Marketing e del prendere posizione

Ho seguito appassionatamente la parabola che ha portato in questi giorni il Real Time Marketing dal massimo della figaggine a un espediente per esserci a tutti i costi ma magari a sproposito. Di tutto il materiale prodotto, una giusta sintesi credo sia costituita da questo post: Qualche dubbio sul social celolunghismo.

In realtà trovo meraviglioso che un’azienda sia capace di cavalcare un’onda invece di perdersi e di costruirne solo di sue, di onde. Trovo estremamente efficace che un brand sappia entrare in modo naturale nel flusso delle timeline dei suoi follower, a continuarne un discorso, invece che a interromperlo magari con argomenti fuori contesto.

Aspettando l'onda

Lo trovo bellissimo perché alla fine questo “stare dentro il momento” è un’estensione del “prendere posizione”, la cosa che secondo tutti gli strategist deve fare un’azienda che comunica. Un’estensione perché, ovvio, se produco bulloni non ha proprio senso che dica la mia sul vertice Obama-Putin o su Miss Italia.

Certo, una cosa è dirlo, altro è farlo. Con alcuni miei clienti ho avuto modo di fare una riflessione approfondita sul tema del “prendere posizione”, che vorrei condividere qui.

Innanzitutto, che cosa significa prendere posizione? Significa fare in modo che i valori dichiarati diventino tangibili attraverso non solo l’operato dell’azienda (i prodotti, le strategie aziendali, le politiche sulle risorse umane, la responsabilità sociale e così via) ma anche le opinioni che esprime quotidianamente attraverso i suoi canali di comunicazione.

Infatti, una grande differenza tra la costruzione di un’organizzazione aziendale e dei suoi processi e l’adozione di una strategia di comunicazione è che la comunicazione vive nel mondo ogni giorno. Cioè: posso definire un processo aziendale e portarlo avanti per un tempo lungo a piacere (finché non diventerà obsoleto, per esempio, o fino a quando eventi di vario genere intervengano a richiedere di modificarlo), ma la comunicazione deve misurarsi con il qui e ora, con la cultura, gli avvenimenti della cronaca, le cose che succedono giorno dopo giorno. Dunque, al di là dei capisaldi del piano dei contenuti, sono le espressioni estemporanee che fanno emergere meglio di ogni altra cosa “la posizione” di un brand, il suo modo di stare nel mondo.

Il social è forse la parte della comunicazione di un brand su cui si esercita meglio questa concretizzazione dei valori, perché non è pensato in ottica broadcast e perché per sua natura si basa sull’interazione in tempo reale (o quasi). Poi, ovvio, ci sono quelli bravissimi che lo fanno anche con l’adv. Ma quelli sono, appunto, bravissimi.

Un approccio di questo tipo non è affatto banale, perché presuppone una grande chiarezza. Nei fini, nei toni e nelle opinioni.

  • Nei fini: perché cavalcare un’onda deve essere comunque un’attività che va verso un obiettivo.
  • Nei toni: perché al variare di un oggetto di discussione non deve variare il modo in cui ci si esprime.
  • Nelle opinioni: perché i valori sono quelli che dichiariamo, ma le radici ideali da cui nascono sono spesso sottostanti e invisibili – considerate implicite, ma è chiaro che non basta.

Mentre la condivisione di fini e toni è piuttosto semplice da affrontare, non altrettanto si può dire per le opinioni. Che devono essere abbastanza condivise da non richiedere un processo di approvazione troppo lungo per rispondere all’esigenza di real time. Ma siccome siamo umani, un modo può essere circoscrivere l’ambito entro il quale intervenire.

Per definire quest’ambito, io parto da un insieme grezzo di contenuti, valori, modalità operative del brand. Lavorando su questo insieme vado a definire gli universi semantici di riferimento, che sono gli insiemi di parole che si riferiscono ad un certo significato. Per esempio, se uno dei miei concetti di partenza è “bambini” e l’ambito di attività è una ONLUS che si occupa di assistenza all’infanzia, le parole che formeranno il mio universo semantico saranno: educazione, scuola, condizioni sanitarie, maternità, aree geografiche di riferimento e così via.

Una volta definita questa “nuvola”, sarà (abbastanza) facile individuare le occasioni in cui sarà corretto inserirsi e le modalità, in termini di valori e toni, da utilizzare.

Alla luce di questo ragionamento, mi sono interrogata parecchio su questo intervento:

Plasmon e Miss Italia

e ho concluso che se proprio si doveva cavalcare quest’onda, meglio farlo così:

NatGeoTv e Miss Italia

Perché alla fine si fa veramente fatica a capire quali possano essere gli obiettivi di Plasmon e che cosa questa comunicazione aggiunga a ciò che sappiamo del brand. Mentre si capisce benissimo che NatGeo è supponente e acido come una colica epatica. Chissà se era quello che volevano dire.

Lascia un commento

Archiviato in #strategiadigitale, professionisti del web, social, web