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Quando base vuol dire base

 

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Nell’ultimo anno mi sono dedicata molto alla formazione.  Si è trattato di formazione di base finalizzata a creare familiarità con gli strumenti social per persone che in alcuni casi, oltre a non avere alcuna presenza online, non avevano mai visto Facebook (per dirne una) o non avevano idea di che cosa fossero le parole precedute da un cancelletto che spesso appaiono in sovrimpressione durante i programmi televisivi. In alcuni casi, non sempre.

Persone molto diverse tra loro, peraltro: impiegati di una catena di grande distribuzione che devono ricollocarsi, genitori di preadolescenti in angoscia per bambini esposti al cyberbullismo e dio solo sa a quale altra malvagità umana, promotori finanziari, lavoratori del terzo settore, persone in mobilità o in cassa integrazione alla ricerca di un’opportunità, neolaureati. E così via.

La formazione di base su questi argomenti, però, mi ha messo di fronte ad una realtà che un po’ mi ha spiazzata: base vuol dire proprio base. L’ABC. Mediamente dato per scontato in tutto quello che si produce sul tema, dai libri ai blog, ai gruppi LinkedIn e chi più ne ha più ne metta.

So che a questo punto ci sarà la solita osservazione: “è l’Italia”, pensandola magari già divisa in aree Nielsen. E invece no. La prima cosa che ho imparato è che i fattori geografici non sono rilevanti. Mi sono sentita fare le stesse domande a Padova e a Napoli, a Vicenza e a Palermo, a Roma e a Milano. E sapete cosa? Mi sono convinta che la vera discriminante è nelle persone. Quelli che con questa roba ci vivono e quelli che la usano solo per organizzare le cene di classe, quelli scettici e quelli convinti, quelli che si sentono troppo vecchi e quelli entusiasti solo perché sono giovani. E siccome, appunto, da nord a sud alle isole il panorama è identico, non ho visto fattori che possano influenzare questo stato di cose al di fuori dei confini nazionali.

Intendiamoci: non è un lamento per questo stato di cose. Al contrario, è una presa di coscienza di responsabilità. Che implica diverse cose.

1.Le cose che scriviamo in rete rimangono in rete. Quindi, detta con alcuni miei illustri colleghi tra i più illuminati, noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo. Se vogliamo fare cultura – oltre che offrire cassette degli attrezzi – dobbiamo andare fuori, dove le persone non sono come noi. Dove le persone fanno cose bellissime, talmente belle che credono che in rete sarebbe tutto “virtuale” e quindi non gli interessa. Le cassette degli attrezzi verranno dopo;

2. A volte mi è stato riportato di altri corsi, precedenti al mio ma simili per promessa, che ricalcavano sostanzialmente quanto di solito è oggetto, appunto, di trattazione nei blog, nei libri, eccetera eccetera. Con risultati nulli. Ecco, questo è frustrante sia per chi insegna che per chi dovrebbe imparare. Quindi, come formatori, impariamo a metterci nei panni di chi non sa niente, ma proprio niente, della cosa di cui stiamo parlando;

3. Prima di avvicinarci ai contenuti, dobbiamo capire le persone che abbiamo davanti. Chi sono, che cosa fanno, quali sono le loro ansie, le loro convinzioni, i loro pregiudizi. Valutiamo il loro dichiarato rispetto a quello che già sanno, perché non sempre la loro percezione è corretta. Perdiamo anche tanto tempo nella comprensione delle loro aspettative nei nostri confronti: può essere quello che fa la differenza tra una formazione che lascia qualcosa e una formazione che si vivrà, a posteriori, come una perdita di tempo;

La rete è una grande opportunità

Capire le ansie delle persone che ci stanno davanti è il primo passo per una formazione di valore.

4. Partire dalle basi vuol dire partire dalla comprensione del contesto. Dal cosa prima che dal come. Significa spiegare che la rete non è un mondo virtuale, ma uno spazio in cui le persone, tutte le persone, fanno delle cose. Che la tua timeline è il frutto delle persone che ci metti dentro, non un covo di vipere che vuole farsi i fatti tuoi. Che Facebook non si inventa niente, riporta solo quello che tu gli hai detto di riportare. Che la privacy non è un concetto astratto e che può essere difesa. E così via;

Internet non è un media

Inizio spesso da questa slide. Così ho modo di parlare del contesto cancellando prima i pregiudizi.

5. Dopo il contesto, ci sono le parole. Spiegare le parole è fondamentale. Darsi un vocabolario comune è la condizione di base per capire quello che poi diremo. Sembra scontato ma non lo è: timeline, hashtag, network, profilo, account, sono solo suoni più o meno familiari, già sentiti, ma mai associati a dei significati. Quindi esplicitiamo il significato di ogni parola che usiamo;

Hashtag

Anche se pensiamo che l’hashtag sia un oggetto familiare, la maggior parte delle persone non ha idea di cosa sia. E io non posso spiegarglielo in questo modo.

6. Altra cosa importantissima sono le ragioni. Perché dovrei aprire una pagina Facebook per la mia attività? Perché dovrei avere un profilo LinkedIn? Perché non mi basta un gruppo Wathsapp per parlare con i miei clienti? Ecco, se riusciamo a trasferire in modo chiaro tutti i perché, saremo a metà dell’opera, e i per come verranno praticamente da soli;

7. Infine, la precisione. Non possiamo usare indifferentemente le parole newsfeed, timeline, bacheca; oppure pagina, fanpage, profilo: le persone non capiranno, penseranno che ci riferiamo a cose diverse e andranno in confusione. Scontato? Mica tanto. Quando mi sono resa conto che la maggior parte delle persone “di livello intermedio” facevano confusione tra un profilo e una pagina Facebook ho iniziato a scrivere ogni volta alla lavagna una tabella elencando le differenze tra le due cose. Avrei fatto meglio a fare direttamente una slide? No, perché così, parola dopo parola, mi seguivano meglio. Poi magari un giorno mi deciderò a farla, però, la slide, se no ogni volta viene fuori una tabella diversa – per la differenza tra gruppi e pagine l’ho fatta, per dire, ma in quel caso il pubblico era “avanzato”.

Profilo vs Pagina

Una tabella che ogni volta è diversa, per avere il tempo di illustrare le parole e i concetti uno per uno.

Un po’ meno di sacro fuoco, un po’ più di capacità di calarsi nei panni degli altri. Di persone che fino a quel momento hanno fatto a meno di internet e hanno vissuto comunque benissimo. Di persone che non hanno la più pallida idea di chi siamo noi e di cosa facciamo per vivere – e quando glielo spieghiamo ci guardano come per dire: e lavorare no? E ci guardano come noi guarderemmo un bimbominkia, ma senza sapere che esiste la parola bimbominkia.

bimbominkia

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#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

Da alcuni anni lavoro spesso con “ragazzi” tra i venti e i trent’anni: la maggior parte di loro è laureata, alcuni hanno già avuto esperienze lavorative, tutti sono con me per imparare delle cose. E l’inizio è stato parecchio traumatico: non ci capivamo proprio. Cioè: io credevo che loro non capissero me. Non condividevamo un linguaggio, un territorio, un approccio. Mi guardavano come se fossi stata una marziana e io mi arrabbiavo. Poi le cose sono cambiate, anzi, sono cambiata io. Oggi condividiamo linguaggio, territori, approccio. Che sono, più o meno, quelli descritti in questo #Generazione 2.0. Chi sono, cosa vogliono, come dialogare con loro, di Federico Capeci.

Avevo seguito con interesse questo argomento quando era ancora la presentazione di una ricerca, a maggior ragione l’ho ripreso adesso che è un libro. Ricco, come libro, perché offre, oltre a, appunto, i risultati di anni di ricerche, anche una serie di esempi e di strumenti utilissimi per chi con i Gener 2.0 (come li chiama Federico) ci lavora – perché sono colleghi o perché sono target: in fondo non cambia niente, perché è cambiato tutto.

Mi sono segnata un sacco di cose che mi piacerebbe approfondire sui contenuti del libro, le metto “in ordine di apparizione”, che poi una gerarchia saranno loro a trovarsela da sole.

1. L’idea che la libera circolazione delle opinioni sia un collante fortissimo indipendentemente dal fatto che le opinioni siano le medesime

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

2. L’analisi storica di questa generazione, figlia “di padri disorientati, in balia del crollo di fiducia verso le istituzioni, la politica, l’economia tecnologica occidentale”

generazione

una generazione che non ha niente in comune con la precedente

3. La percezione della privacy, che per noi diventa quasi un’ossessione mentre per loro è solo una serie di norme da accettare – il più delle volte senza leggerle – per poter poi cavalcare liberamente nelle praterie dei social

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

4. Le dimensioni spaziale e temporale e il modo di definirle attraverso il linguaggio: “lontano” non è lontano nello spazio, ma può essere semplicemente un file molto pesante

come cambia il significato delle parole

come cambia il significato delle parole

5. Le modalità di fruizione dei contenuti – l’analisi vs la sintesi, gli atomi vs i bit, e così via

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

Per ogni passaggio cruciale, ovviamente, tanti esempi concreti ci danno la possibilità di comprendere in modo tangibile quello che il libro ci sta dicendo. Infine, mi sono piaciute moltissimo le check list per le voci dello S.T.I.L.E (Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza), che costituiscono uno strumento molto pratico e di sicura utilità.

Se lavorate con/per/contro chi ha dai 18 ai 30 anni questo libro può aiutarvi sicuramente. Soprattutto se pensate di sapere tutto di costoro 😉

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Quella palingenetica obliterazione dell’io cosciente. Di IMU e di intellettuali

L’arte è una palingenetica obliterazione dell’io cosciente, che si infutura in un archetipo prototipo del polimorfismo umano.

La spacciavamo per vera definizione dell’arte presa da un dizionario, in quarta-quinta elementare. Non ho mai approfondito, non so se davvero esista una cosa del genere e in fondo non so neanche bene che cosa significhi davvero (su Google non ho trovato risultati pertinenti, per dire).

Fatto sta che tutte le persone che ricevono un messaggio, gli si avvicinano con la loro enciclopedia. Che non è la Treccani, ma

un postulato (non descrivibile cioè nella sua totalità) semiotico, l’insieme registrato di tutte le interpretazioni concepibile oggettivamente come la libreria delle librerie, il cui contenuto è inclassificabile, con la totalità delle interpretazioni. Ogni singolo individuo possiede un’enciclopedia della propria cultura e del proprio tempo, alcune porzioni sono possedute da tutti (elementi di base: riconoscere un cane ed un gatto), altri aspetti riguardano competenze specialistiche, tecniche, popolari o tradizionali” (U. Eco).

Insomma, io ascolto un discorso e lo comprendo grazie (e in base) a tutto quello che so, che ho vissuto, che conosco.

Ora. Il mio portinaio, accanito sostenitore di Berlusconi, ha capito perfettamente il messaggio “vi restituisco l’IMU”. Forse ha capito anche “1.000 euro al mese come reddito garantito”, ma già ha dovuto fare uno sforzo. Il mio portinaio non capirà mai i palingenetici di Bersani e neanche l’empatia di Monti e men che meno il dadaismo di Giannino. Perché la sua enciclopedia non prevede niente di tutto questo.

È possibile che tutti costoro (Bersani, Monti, Giannino) avessero capito il paese, è tuttavia innegabile che non ne condividano l’enciclopedia. E non è questione di programmi, non è questione di nuovo o non nuovo, non è questione di giaguari, è solo questione di arrivarci oppure no. Al mio portinaio.

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Le parole dei ggiovani sul web e i tre gradi di separazione culturale

Stele di Rosetta

Non parlerò dei bimbiminkia, no. Parlerò di ragazzi che stanno per laurearsi in Scienze della Comunicazione.

La mia amica Chiara mi invita a tenere una lezione al Politecnico sui Social Media. Sarà tutta discesa, mi dico, abituata alle aziende. Lei mi dice no, occhio, non sono molto partecipativi, soprattutto durante la lezione frontale non si scoprono. Vabbè, faccio io, vediamo che succede.

Succede che effettivamente non sono di quelli che ti bombardano di domande, anche se, opportunamente stimolati, partecipano. Fino a quando pronuncio l’espressione “web 2.0” (la pronuncio, peraltro, per dire che non la amo, non ha più senso, ma il motivo non rileva). Dico “web 2.0” e vedo il vuoto negli occhi di chi fino a un attimo prima mi seguiva. Ho la sensazione di essere caduta in una sacca spazio-temporale. E chiedo: sapete che cosa significa? E loro, candidi: no.

Questo del web 2.0 è solo uno dei segnali che mi hanno portato ad una riflessione molto più ampia e, sicuramente, ancora da mettere a fuoco. Ma magari scrivere aiuta.

Questi ragazzi, ripeto, non sono bimbiminkia. Tra tre mesi, glielo auguro, andranno a fare dei colloqui nelle aziende e nelle agenzie di comunicazione. Ma si porteranno dietro la loro cultura della comunicazione digitale, che non corrisponde a quella delle aziende e delle agenzie. Ho visto perciò tre gradi di separazione tra loro e il loro futuro nella comunicazione:

1. le aziende, che dicono 2.0 e si sentono molto fighe, che chiamano internet “nuovi media”;
2. le agenzie, che dicono anche loro 2.0 ma è routine, che chiamano internet “nuovi media” ma sanno che tanto nuovi non sono, che, infine, adattano le loro parole ai loro clienti, e chissà se lo fanno per piaggeria o perché ci credono davvero;
3. una nicchia di gente che lavora sul e per il web, che l’ha visto nascere e crescere, che ne ha introiettato la storia oltre le regole e che quotidianamente ne scrive la cronaca (e dice 2.0 e nuovi media solo per farsi capire e con un crampo allo stomaco mentre lo fa).

Infine ci sono questi ragazzi, che con il web sono nati, per i quali non esiste storia, regola, cronaca, perché usano il web come noi usiamo il telefono.

Qualche post fa parlavo della ricerca di Duepuntozero (arieccolo, il 2.0) sui giovani, e pur essendo completamente d’accordo con l’assunto per cui questa generazione non considera internet come altro da sé (la parabola dei pesci e dell’acqua), non avevo mai avuto la percezione di quanto questo fosse vero fino alla scoperta del vuoto nei loro occhi. Non hanno le parole perché non hanno il fenomeno: quello che noi abbiamo scoperto sentendoci dei pionieri, attaccando il modem nel cuore della notte e sentendo quel rumore che per noi era come il teletrasporto di Star Trek. Loro non devono “andare in internet”, perché ci sono già. Loro non sanno che cosa significa web 2.0 perché sono nati dopo. Loro non parlano di nuovi media perché questi sono i soli media che conoscono. E per avvicinarsi agli altri, alle altre tre categorie di persone che lavorano con il web, dovrebbero fare un lavoro di archeologia – non di storia, non di cronaca, ma proprio scavare con la pala.

Ovviamente hanno ragione loro. Perché sono loro che verranno, non noi, non le agenzie, non le aziende, ciascuno con le sue parole. Però tra tre mesi loro andranno a fare dei colloqui di lavoro senza avere le parole per farli. E le parole sono pensiero, azione.

Credo anche che questo dovrebbe far riflettere non l’università (le sento le voci che dicono che l’università non prepara al lavoro: sciocchezze, qui si parla di modelli culturali, non di technicalities, che si possono imparare in qualunque momento), ma le agenzie e le aziende. Che non hanno ragione oggi, perché non possono parlare con (a) questi ragazzi (provate a vendergli qualcosa con le vostra parole, se ne siete capaci), e non avranno ragione domani, quando questi ragazzi saranno quello che c’è fuori, il loro “target” – e i loro colleghi.

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Le tassonomie e le parole del web nell’A.D. 2012

Tempo fa ho avuto l’opportunità di partecipare alla giuria di un premio di comunicazione “storico”, che esiste da 17 anni. L’occasione è stata importante per fare, oltre a due chiacchiere sempre interessanti con gli altri giurati, qualche riflessione sullo stato dell’arte del web visto dalla parte di chi lo fa e, di conseguenza, attribuisce un riconoscimento ai colleghi. La giuria era formata da professionisti del web: molte agenzie e anche alcuni responsabili web di aziende. Una precisazione: il premio è organizzato per categorie della comunicazione (per il web ce ne sono due, Internet e Adv online), a loro volta suddivise in tipologie di progetti. Ad ogni progetto si attribuisce un voto generale e uno specifico per le singole professionalità che vi hanno contribuito. I giurati decidono all’inizio la o le (massimo due) professionalità per le quali esprimeranno un voto.

Prima riflessione: le tipologie di progetti – o la tassonomia
Una prima grande suddivisione è tra “Internet” in generale, che significa in pratica siti, e “adv online”, che significa campagne. Salta agli occhi una mancanza, quella del social, che in realtà viene trattato come una tipologia all’interno di adv.

Da cui la prima domanda: il social è davvero solo una modalità di adv? Secondo me, e nella mia esperienza, no. Social è uno dei modi per creare la presenza in rete di una marca, che può comprendere o no l’uso di social network (uno dei progetti rientrava in questo caso: una campagna di promozione di un servizio che ha coinvolto diversi stakeholder senza far ricorso a Facebook. La maggioranza dei giurati ha valutato che, non essendo stata condotta sui social media, non fosse adeguata a rientrare nella tipologia social. Parliamone) e che può essere o no finalizzata all’adv (è social anche la cocreazione, per dirne solo una, e, al di là della notiziabilità di un’operazione di questo genere non si può dire che sia sempre finalizzata all’adv.

La seconda domanda è più ampia: siamo sicuri che, per quello che è il web oggi, e cioè un ambiente più che un media, queste due categorie siano sufficienti? Anche in questo caso sono convinta che non sia così. Attraverso Internet si può vendere, informare, farsi conoscere, discutere, condividere. Come possono tutte queste attività diverse – per tipologia e per pubblici coinvolti – rientrare nella dicitura “Internet”, che valuta siti e tool, quindi strutture “chiuse” – oppure “adv online”, in cui sono presenti dai banner alle pagine Facebook?

Forse è tempo di rivedere le tassonomie del web, per lo meno nelle situazioni in cui di tassonomie c’è bisogno.

Seconda riflessione: le parole dell’agenzia

La valutazione di ciascun progetto era preceduta dalla presentazione che di questo progetto aveva fatto l’agenzia o l’azienda che lo aveva candidato. Mi sono sgorgate lacrime di commozione. Ho rivisto parole che passavano sulla mia scrivania nel 1998, come se nel frattempo nessuno avesse avuto il tempo di adeguarle agli anni che sono passati.

Alcuni esempi che, ne sono certa, tutti i professionisti del web si vedono davanti più volte nella loro vita lavorativa:

  • “Un’esperienza immersiva” – nel 2001 avevo come cliente un’azienda alimentare molto importante. Il mio brief ai creativi, come strategist, fu conciso e “off the records”: “quando entro in questo sito mi devo sporcare la camicia di sugo”. Ovviamente non era vendibile in questi termini (benché molto efficaci), per cui al cliente venne venduto come esperienza immersiva. Prima e dopo di questa, negli stessi anni ho venduto innumerevoli altre esperienze immersive, per automobili, comunità, persino ecommerce. Ma a un certo punto ho smesso di chiamarle così. Una volta persino Word mi disse che era un termine logoro e abusato.
  • “Fortemente impattante”, “emotivamente coinvolgente”, “uso emozionale delle immagini”, “presentazione accattivante” – in una parola, bello da vedere. La sensazione è di avere, tanto tempo fa, travestito l’ovvio con una patina culturale fatta di parole roboanti, e di non essere più stati capaci di vedere quello che c’era dietro – l’ovvio, appunto.
  • “Soluzioni tecnologiche innovative” – qui si aprirebbe tutto un capitolo sull’innovazione, su cosa è e cosa non è innovativo. Per me innovativo è qualcosa che cambia la vita ai fruitori e anche ai creatori. È un cambiamento nel processo, anche, purché sia percepibile. I blog, quando sono usciti, erano innovativi: coniugavano la pubblicabilità e la leggibilità dei siti con l’estemporaneità dei newsgroup, consentendo a chiunque di diventare editore proprio come un’azienda. Flash era innovativo, per chi programmava e per chi visitava il sito. Eccetera. Tuttavia non è sull’innovazione che volevo concentrarmi, ma proprio sulle parole. Sapere che da quindici anni si continua ad usare la stessa terminologia sarà senz’altro rassicurante per qualcuno, ma personalmente mi fa un po’ ridere.
  • “Creare engagement sulla comunità (degli investitori, dei consumatori, degli appassionati, ecc.)” – anche qui, concentriamoci solo sulle parole. E soprattutto sulla frequenza con cui si usano. Ogni sito è finalizzato a questo, non ce ne siamo accorti?

Alla fine, vista una presentazione, viste tutte.

Le parole sono espressione del pensiero. Quando non si evolvono vuol forse dire che non si è evoluto neanche il pensiero? Facciamoci qualche domanda (e diamoci qualche risposta).

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