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A lezione di Marche

Questo post non è esattamente di lavoro. Parla delle mie vacanze, anzi, di alcune cose che ho pensato a proposito delle Marche, dove sono stata in vacanza. Cose che magari non sembra ma hanno a che fare con il mio lavoro.

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E ovviamente ho ricevuto un sacco di consigli. Grazie a questo post, inoltre, ho trovato una casa in cui passare le mie 3-settimane-3 di ferie.

La premessa fondamentale è che le Marche sono una regione meravigliosa. Bello il paesaggio, bellissime le città e i borghi, simpatica la gente… da farmi chiedere perché non ci sono andata prima.

Perciò, ad uso dei posteri, ho pensato di mettere giù un po’ di indicazioni. Perché le Marche si devono imparare, anche 😉

1. Le guide e le informazioni
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Ho comprato due guide, la Lonely Planet e quella del Touring. Quella del Touring l’ho presa perché era l’unica che parlasse solo delle Marche, l’altra perché, alla fine dei conti, era parecchio più smart.

La Touring va bene per le informazioni: notizie storiche, documentazione sulle opere d’arte, per lo più. Ottima per capire il contesto, ma più utile se si studia a casa che quando sei sul posto.

La Lonely invece è proprio da portarsi dietro. Non ti puoi aspettare molto approfondimento, ma per gli itinerari, i suggerimenti, le cose da fare e da vedere, è più stimolante e pratica.

La vera differenza però la fa l’Ufficio del Turismo. In quello di Porto San Giorgio, dove sono stata, ho trovato una persona estremamente disponibile, che mi ha dato così tante informazioni e materiali che ho preso quelle per la sola prima settimana. Perché l’altra cosa da sapere è che, oltre ai luoghi da vedere, le Marche sono iperattive dal punto di vista degli eventi e delle iniziative.

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2. Educazione civica
E qui iniziano le lezioni vere e proprie. La prima cosa che noti è che il livello di educazione dei cittadini è molto alto. Per esempio nel supermercato trovi questo cartello:

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Ma, per qualcosa che hai, qualcosa devi dare. E allora ecco l’esame di Marchigiano 1: la raccolta differenziata.

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Ci sono 7 tipi di raccolta diversa (indifferenziato, carta, plastica, vetro, umido, alluminio, pannolini), che già ti mettono un po’ in difficoltà sugli spazi, diciamo. Poi c’è il calendario. Ogni giorno puoi mettere fuori un tipo di rifiuto diverso (la raccolta è porta a porta, si possono mettere fuori i sacchi dalle 21 del giorno prima alle 5 del giorno in cui avviene la raccolta di quel tipo di rifiuto), ad eccezione del vetro e dell’alluminio, che vanno conferiti nei cassonetti appositi.

Ovviamente io non ho trovato ‘sti benedetti cassonetti, quindi il vetro, come anche tutti i sacchi di rifiuti diversi da quello del giorno in cui sono partita, sono rimasti bellamente nella casa che avevo preso. Con molta vergogna da parte mia, ma diciamo che se ho passato l’esame per la parte istituzionale (anche grazie alle dritte della nostra amica Monica, che lì c’è nata e quindi non si fa intimidire), ho cannato pesantemente sulla parte monografica.

Una conseguenza di questa, come dire?, attenzione al rifiuto urbano è che ci sono pochissimi cestini per i rifiuti per strada. Se ti bevi una Coca, per dire, poi ti tiri dietro la lattina vuota e la butti via a casa, nell’apposito sacchetto.

Insomma, molto bello ma un po’ complesso da gestire, se non ci vivi.

3. La segnaletica
Sono stata molto indecisa su come intitolare questo paragrafo. Un’alternativa sarebbe stata “l’iconografica”, ma magari risultava scoraggiante. Eppure.

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Ecco, a me questi cartelli mettono un’ansia che signora mia, anche se sono laureata, ho un master e ho pure scritto un libro che non è esattamente chick lit. Credo che Sheldon Cooper apprezzerebbe molto, perché descrivono la realtà esattamente come dovrebbe essere, come sarebbe giusto che fosse. E magari lui, se solo sapesse guidare, forse riuscirebbe anche a parcheggiare così. Ma i comuni mortali no, loro parcheggiano a muzzo, rendendo vani questi tentativi di ordine.

Un altro esempio di segnaletica ad effetto ma magari un filo complicata è quella di Recanati. Recanati è un borgo bellissimo. Così bello che quando ci sei dentro ti chiedi che cosa avesse Leopardi da lamentarsi tanto. E appunto Leopardi è protagonista assoluto delle passeggiate. Non sono c’è un’intera strada tappezzata di brani delle sue poesie

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(che, in perfetto stile marchigiano, non sono titolate, così il gioco è riconoscere la poesia da cui è tratto il brano), ma la segnaletica turistica comprende anche i luoghi delle sue poesie. In pratica:

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Il codice colore, una volta capito, è un vantaggio, aiuta. Prima no, fa simpatia e basta. Ma avete notato, fra le indicazioni azzurre, il simbolo dell’infinito? Fichissimo, trovo. Complicato, alquanto. Per esempio non ho capito a quale poesia si riferisce la ruota – ignoranza mia, eh. Il passero invece no, facilissimo, se hai capito la differenza tra le indicazioni. Se no pensi che è una postazione di birdwatching, tipo.

Insomma, ecco, che non vi venga in mente di andare impreparati 😉

4. L’informazione

I quotidiani che spopolano sono Il Messaggero e Il Resto del Carlino.

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(per la cronaca, la festa è stata rovinata dal furto di salsicce e arrosticini).

Ma se volete davvero un’esperienza superiore non potete non leggere Il Corriere Adriatico.

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La cronaca ovviamente è la parte più sviluppata, ed è bellissima.

Conclusioni

Durante la settimana di Ferragosto le spiagge erano piene (curiosità linguistica: gli stabilimenti balneari si chiamano chalet, come quelli di montagna :)), tanto che l’impressione era che non ci sarebbe stato spazio per più persone. La settimana successiva sono arrivati i milanesi: lo capivi da come parlavano e da quello che dicevano. Capivi anche quali tra di loro erano milanesi tornati a casa e quali amici di chi tornava a casa.

Il fatto di aver visto tanto turismo interno mi ha fatto chiedere dove fossero tutti gli altri, quelli che vanno in Toscana, per esempio. Un territorio così bello se lo potrebbe permettere (ok, il mare è l’Adriatico, e se non sei sulla Riviera del Conero è come stare in Romagna, va bene). Forse non vuole, semplicemente.

E allora ho pensato a tutti gli altri posti d’Italia che meriterebbero, certo, ma che non entrano nella nostra top ten delle destinazioni di vacanza. Su questa cosa ci sto ancora pensando, magari qualcuno tra di voi ha un’idea…

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#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

Da alcuni anni lavoro spesso con “ragazzi” tra i venti e i trent’anni: la maggior parte di loro è laureata, alcuni hanno già avuto esperienze lavorative, tutti sono con me per imparare delle cose. E l’inizio è stato parecchio traumatico: non ci capivamo proprio. Cioè: io credevo che loro non capissero me. Non condividevamo un linguaggio, un territorio, un approccio. Mi guardavano come se fossi stata una marziana e io mi arrabbiavo. Poi le cose sono cambiate, anzi, sono cambiata io. Oggi condividiamo linguaggio, territori, approccio. Che sono, più o meno, quelli descritti in questo #Generazione 2.0. Chi sono, cosa vogliono, come dialogare con loro, di Federico Capeci.

Avevo seguito con interesse questo argomento quando era ancora la presentazione di una ricerca, a maggior ragione l’ho ripreso adesso che è un libro. Ricco, come libro, perché offre, oltre a, appunto, i risultati di anni di ricerche, anche una serie di esempi e di strumenti utilissimi per chi con i Gener 2.0 (come li chiama Federico) ci lavora – perché sono colleghi o perché sono target: in fondo non cambia niente, perché è cambiato tutto.

Mi sono segnata un sacco di cose che mi piacerebbe approfondire sui contenuti del libro, le metto “in ordine di apparizione”, che poi una gerarchia saranno loro a trovarsela da sole.

1. L’idea che la libera circolazione delle opinioni sia un collante fortissimo indipendentemente dal fatto che le opinioni siano le medesime

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

2. L’analisi storica di questa generazione, figlia “di padri disorientati, in balia del crollo di fiducia verso le istituzioni, la politica, l’economia tecnologica occidentale”

generazione

una generazione che non ha niente in comune con la precedente

3. La percezione della privacy, che per noi diventa quasi un’ossessione mentre per loro è solo una serie di norme da accettare – il più delle volte senza leggerle – per poter poi cavalcare liberamente nelle praterie dei social

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

4. Le dimensioni spaziale e temporale e il modo di definirle attraverso il linguaggio: “lontano” non è lontano nello spazio, ma può essere semplicemente un file molto pesante

come cambia il significato delle parole

come cambia il significato delle parole

5. Le modalità di fruizione dei contenuti – l’analisi vs la sintesi, gli atomi vs i bit, e così via

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

Per ogni passaggio cruciale, ovviamente, tanti esempi concreti ci danno la possibilità di comprendere in modo tangibile quello che il libro ci sta dicendo. Infine, mi sono piaciute moltissimo le check list per le voci dello S.T.I.L.E (Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza), che costituiscono uno strumento molto pratico e di sicura utilità.

Se lavorate con/per/contro chi ha dai 18 ai 30 anni questo libro può aiutarvi sicuramente. Soprattutto se pensate di sapere tutto di costoro 😉

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Al Mashable Social Media Day di Milano, 9 cose da sapere prima di mettere mano a una strategia digitale

Confesso che, se parlare in pubblico non mi turba (più) moltissimo, il format dell’ignite invece mi da un’ansia che lèvati. Perché l’idea di non avere il controllo del momento, la possibilità di dilungarmi se lo ritengo necessario, quella, al contrario, di saltare allegramente una slide, quest’idea, ecco, non mi mette a mio agio. L’ignite, per chi non lo sapesse, è una modalità di presentazione molto rigida: 5 minuti a disposizione, 20 slide temporizzate, 15 secondi a slide. Quindi niente spazio all’improvvisazione.

E invece il Mashable Social Media Day di Milano, organizzato dallo IED, è fatto proprio così. E la postazione degli speaker ci impediva di guardare le slide da monitor, avendo lo schermo alle spalle.

La crudeltà dell'ignite

La mia presentazione era a due voci, naturalmente, poiché ho diviso il microfono con Roberto Venturini.

Abbiamo parlato di quello che viene prima di iniziare a scrivere una strategia digitale, delle cose da tenere presente, delle idee preconcette di cui liberarci. Insomma, una sorta di introduzione alla strategia digitale, cose da sapere indipendentemente dal fatto di leggere o no il libro.

Sull’evento vi segnalo lo Storify di ad Mingle Italia e quello di Enrico Giubertoni, che raccontano in modo molto completo la serata.

Le nostre slide, invece, sono queste. Buona lettura!

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Al Meet Magento. In contumacia.

Mesi fa la mia amica Emanuela mi ha mostrato un’email che l’aveva lasciata senza parole. Il testo dell’email era questo:

Ciao Emanuela
Nella lounge del nostro ufficio, accanto ai massicci divani in pelle su cui sediamo con aria estremamente seria, si trova il nostro amato grammofono e, alla sua destra, il nostro schermo news ticker da 70 pollici, che ci ha appena segnalato l’arrivo del tuo ordine in altissima risoluzione HD. Abbiamo visualizzato il tuo ordine e brindiamo alla tua ottima scelta.

Ora, dopo aver finito di sorseggiare un Dry Martini sulle note di «Papa’s got a brand new bag», ci metteremo subito all’opera per predisporre la spedizione.

Non appena tutti i documenti saranno pronti e il tuo prodotto sarà spedito a Milano, ti ricontatteremo via e-mail.

Nel frattempo, ti ringraziamo con i nostri più distinti saluti.

La tua redazione auto-reply di Zurigo

Tempi di consegna (giorni feriali, dal lunedì al venerdì):
Svizzera: 1-3 giorni
Germania: 4-5 giorni
Grecia: 10-14 giorni
Europa: 4-7 giorni
US & Canada: 3-7 giorni
Giappone: 3-7 giorni
Russia: 14-20 giorni
Resto del mondo: 4-10 giorni

Sotto, la foto della borsa acquistata dalla mia amica

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e un allegato, il video del brano di James Brown


Fantastica!

Ho chiesto a Emanuela di girarmela, e, sorpresa, un paio di giorni dopo me ne ha mandata anche un’altra, stesso mittente, che diceva:

Ce l’abbiamo fatta: il tradizionale rituale d’imballaggio di due ore si è felicemente concluso e in pochi istanti provvederemo a consegnare il pacchetto bello e pronto al corriere di nostra fiducia.

Quest’ultimo, oltremodo orgoglioso di prendere parte a questa esperienza, accorrerà fino a te attraverso l’insorgenza del freddo dell’inverno per poterti consegnare personalmente il tuo nuovo, prezioso acquisto.

Seppur di rado, capita che l’eccitazione e l’affanno rendano il corriere un po’ introverso e incapace di manifestare appieno la sua insita cordialità. In tal caso, ti preghiamo di perdonarlo e di rompere il ghiaccio preferibilmente con una pacca sulla spalla, un piccolo abbraccio o un bacio sulla guancia – te ne sarà grato e, chissà, magari finirete addirittura per festeggiare insieme il glorioso arrivo della tua borsa.

Se la pazienza non è la tua forza è possibile controllare lo stato della tua spedizione con il numero di tracking 1xxxxxxxx in questo link: http://www.xxx.com

Ancora grazie per il tuo acquisto e cordiali saluti da Zurigo
Il FREITAG Online Team

P.S.: abbiamo la colonna sonora perfetta per festeggiare alla grande la consegna della tua borsa:http://www.youtube.com/watch?v=Zv85y08aA2w

Questa volta solo un allegato, il video dei The Turtles.

La raccomandazione di Emanuela era stata di farne buon uso, e l’occasione si è presentata il mese scorso, quando sono stata invitata, insieme a Roberto Venturini, come speaker al Meet Magento, l’evento annuale in cui per due giorni si parla di ecommerce.

Usando le email di Emanuela abbiamo parlato di ecommerce ma soprattutto di come l’ecommerce costituisca una parte della strategia digitale più ampia. Cioè, io ne ho parlato in contumacia, poiché non ho potuto essere presente, con grande dispiacere, all’evento, per cui ne ha parlato Roberto.

Ed ecco le slide. Enjoy!

P.S. Si è capito che le email erano di Freitag, vero?

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Gli stereotipi di genere e la responsabilità della comunicazione d’impresa

I diritti che crescono - Unicef e Mamme Acrobate

Gli incontri sui diritti dei bambini promossi da Unicef e organizzati da Mamme Acrobate

Sabato scorso sono stata invitata da Mamme Acrobate a portare la mia testimonianza in un interessante incontro dal titolo Cose da femmine, cose da maschi: educare alla diversità contro gli stereotipi di genere. Era il terzo di cinque momenti di riflessione organizzati in collaborazione con Unicef sui diritti dei bambini, e ho aderito con entusiasmo. Il tema, del resto, mi è molto caro, non solo come mamma ma anche come professionista, essendo io una convinta sostenitrice della responsabilità della comunicazione delle aziende nella creazione (e mantenimento) della cultura.

Non è la prima volta che ne parlo. Commentando la vicenda che ha visto coinvolto Guido Barilla in un’infelice uscita circa l’opportunità di mostrare famiglie gay nella pubblicità, dicevo che

[…] un vero comunicatore dovrebbe sapere che la comunicazione ha una grandissima responsabilità nella creazione e nel mantenimento del sentire di un Paese, della sua cultura e delle sue categorie di pensiero. E questo vale sempre, anche quando parliamo di donne, di bambini, di gay.

Quella di sabato è stata l’occasione per tornare sull’argomento proprio con una delle categorie più penalizzate da questo atteggiamento di irresponsabilità, le mamme – e, di conseguenza, i bambini.

Come mamma mi preoccupo di dare a mio figlio un’educazione lontana dagli stereotipi di genere. Cosa che non mi riesce molto difficile, dal momento che in famiglia questi stereotipi non esistono, per cui quello che passa è che mamma e papà fanno le stesse cose, hanno la stessa dignità, sono diversi nel loro ruolo affettivo ma non in quello pratico, dei comportamenti. La diversità di genere deve essere una ricchezza, non una penalizzazione.

Mio figlio però vive nel mondo. E nel mondo ci sono molte cose: la scuola, gli amici, la televisione (che la si guardi o no in casa non rileva, la tv entra nelle nostre vite anche se non siamo in grado di usare un telecomando), la pubblicità. E che cosa succede? Che le maestre sono tutte donne (il 98% delle insegnanti fino alla scuola primaria sono donne, poi questa percentuale cala man mano che il livello della scuola si alza – anche questo è un dato sul quale riflettere), che molte mamme sono casalinghe (in Lombardia il 50% delle donne lascia il lavoro alla seconda maternità), che la televisione e la pubblicità ci propongono sempre gli stessi stereotipi di genere (da gennaio a maggio 2013 il 98% dei bambini dai 4 ai 14 anni ha guardato la tv per 3 ore e 24 minuti al giorno, dato Istat).

Teniamo da parte, solo per questa volta, le donne da esposizione, quelle seminude e usate solo come piacevoli accessori d’arredo, provocanti e fortemente sessualizzate. Concentriamoci sulle altre, quelle donne che più o meno dovrebbero somigliare alla maggioranza delle donne reali. Ho scelto spot “normali”, non di quelli che hanno suscitato polemiche,e li ho scelti apposta.

Avete mai fatto caso che le mamme in pubblicità sono sempre in ambienti chiusi, per lo più in casa, mentre i padri sono fuori o stanno per uscire?

E avete fatto caso che quando una donna “normale” si trova fuori casa – in ascensore, in ufficio, per strada – di solito è una che ha qualche problema, un malanno, un disagio, come minimo il ciclo (la qual cosa la spinge a volte a compiere scelte bizzarre, tipo vivere in una stazione spaziale che è anche un gineceo, evidentemente off limits per gli uomini).

L’ambiente chiuso porta a volte alla follia (arrivando così a unire la mamma schiava alla povera crista piena di acciacchi), cosicché in alcuni casi troviamo mamme che, un po’ alla Don Chisciotte, conducono lotte senza quartiere – e senza speranza – contro “i nemici dell’igiene”.

Questi i modelli che ci propone la pubblicità. La quale ritiene di non potersi assumere responsabilità culturali, poiché, dice, si limita a seguire e riproporre i modelli esistenti – in fondo il “target” è spesso identificato con uno stereotipo, quindi ovvio che sarà quello ad essere usato.

Beh, io non sono d’accordo. La cultura è fatta di tutto quello che ci circonda: i libri che leggiamo, i film che guardiamo, la scuola che frequentiamo, la religione, la musica, la città – intesa proprio come urbanistica, struttura fisica -, il quartiere, e anche, a maggior ragione, la comunicazione alla quale siamo esposti. Dalla cultura nella quale cresciamo dipende il futuro che riusciamo ad immaginarci. E noi quale futuro facciamo immaginare ai nostri figli?

I prossimi incontri:

IV incontro – 17 maggio 2014
Imparare a Imparare: la scuola amica dei bambini
Chiara Zanetti – specialista educazione ai diritti UNICEF Italia
Errica Maggio – ideatrice di Compidù e professional counselor
Chiara Menozzi – professional counselor Skills
Elena Salomoni – fondatrice MammeInRadio.it

V incontro – 24 maggio 2014
Partecipo anche io! Prevenire e contrastare il bullismo
Nicola Iannacone – psicologo, Asl Città di Milano
Barbara Laura Alaimo – pedagogista, Straordinariamentenormale.it
Jolanda Restano – Fondatrice Filastrocche.it e Blogmamma.it

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Insegnare Facebook ai genitori per aiutare i figli. Com’è andata

Tempo fa avevo parlato del mio miniprogetto per avvicinare i genitori ai social, iniziando da Facebook. Anche se ci ho messo un po’, alla fine l’ho fatto. Un dopocena con una decina di persone, a casa mia. Tutto molto informale, mi interessava soprattutto capire se il tema poteva interessare e quale fosse il taglio giusto.

Mi sono fatta aiutare da qualche slide, ma solo per avere una guida, perché il succo del discorso si è svolto navigando.

Le persone che ho invitato erano di provenienze diverse – dal punto di vista dell’abitudine ai social: una coppia di esperti, una coppia di contrari-fino-alla-morte, una di possibilisti, una di “noi Facebook ce l’abbiamo ma un sacco di cose non ci sono chiare”. E poi io e il marito, naturalmente, e ben tre ragazzini di 10-11 anni per chiarirci i dubbi che man mano venivano fuori.

La chiacchierata è durata un paio di ore e ha spaziato molto: dal perché un povero genitore che non gliene potrebbe fregare meno deve stare su Facebook a perdere tempo, alle regole di galateo (le abbiamo chiamate proprio così) dei social ma anche dell’email. Ma la cosa che mi stava più a cuore di tutto era far passare l’idea che i social non sono una realtà parallela e virtuale, che le reti sociali che creiamo attraverso questi strumenti sono reali quando quelle dei nostri amici, delle persone che incontriamo davanti alla scuole, dei colleghi. E questa cosa naturalmente è la più difficile da accettare.

I feedback sono arrivati dopo qualche giorno. Uno, a sorpresa, via WhatsApp, in cui mi si faceva notare come l’allievo avesse superato il maestro 🙂

E poi un’osservazione più o meno comune, che si può semplificare così: “Anche se a me non interessa e anzi non mi piace, questo mondo è il mondo in cui vivrà mio figlio. Quindi non posso ignorarlo”.

Ecco, è più o meno quello che volevo. Missione compiuta.

Le slide sono qua:

Devo ringraziare molte persone per queste due ore che sono state, in realtà, a lungo meditate. Ma siccome so già che qualcuno lo dimenticherei, i ringraziamenti li farò personalmente – via Facebook, insomma.

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Il mio libro! Strategia Digitale. Il manuale per comunicare in modo efficace su internet e social media

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È arrivato oggi in libreria, si intitola Strategia Digitale. Il manuale per comunicare in modo efficace su internet e social media, lo pubblica Hoepli e l’abbiamo scritto io e Roberto Venturini.

È proprio quello che dichiara di essere, un manuale. Per chi lavora nel digitale, per chi coordina gente che lavora al digitale, per chi deve fare digitale in azienda ma non sa da dove cominciare. L’obiettivo è quello di mettere ordine in un’esperienza ormai quasi ventennale, ma con un panorama che a volte somiglia molto al Far West (e qui non mi dilungo sulle presenze digitali costruite dal nipote che è ggiovane e me lo fa aggratis, perché se ne è parlato fino alla noia).

Mettere ordine nel senso che, se per i singoli pezzi di digitale come il SEO/SEM, le Digital PR, il Social, sono stati scritti fiumi di parole, la parte che viene prima di tutto questo, la strategia digitale, appunto, non è mai stata considerata. O meglio, ciascuno si è costruito il suo modo di procedere, la sua metodologia, sulla base dell’esperienza e dell’esigenza del momento, ma tutto ciò non è mai stato codificato. Ci abbiamo provato noi.

Scrivere con Roberto è stata una bellissima esperienza, che rifarei altre mille volte. La sua lunga militanza nel marketing e nella comunicazione anche non digitale mi ha costretta a pensare a fondo a molte cose che davo per scontate, e questo mi ha sicuramente arricchita. Inoltre lui è un uomo d’altri tempi, cosa rara e preziosissima 🙂 Perciò un grazie pubblico è d’uopo.

Un altro grazie speciale va a Pepe Moder, che è stato il nostro primo lettore e che ci ha fatto l’onore di scrivere per noi la prefazione del libro.

Insomma, io sono parecchio contenta.

Buona lettura e fatemi sapere!

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Due gradi e mezzo di separazione

Due gradi e mezzo di separazione

Due gradi e mezzo di separazione, il libro di Domitilla Ferrari

Ho conosciuto Domitilla Ferrari durante uno dei primi incontri delle Girl Geek Dinner. Di quel primo incontro ricordo il sorriso, gli occhiali rossi, la chiacchera inarrestabile. Poi la vera conoscenza è arrivata quando lei, Mariela De Marchi Moyano e io siamo state coinvolte da Marco Massarotto di Hagakure nell’organizzazione del primo MomCamp.

Siamo amiche? Non so, mi piace pensare di sì. Abbiamo lavorato insieme più di una volta, abbiamo preso diversi caffè e alcuni aperitivi, abbiamo fatto colazione e pranzato, anche. Poi siccome non sempre sono possibili queste belle cose, di sicuro ci intercettiamo. Come quella volta che cercavo i confetti la Prima Comunione di mio figlio e mi ha indicato lei la fabbrica dove comprarli (buonissimi, per la cronaca. In un’ottica di servizio pubblico, si tratta della Manganini, Fabbrica di Confetti, Viale Jenner 14, Milano).

Tutto questo per dire che mentre leggevo Due gradi e mezzo di separazione (Sperling & Kupfer), il libro fresco fresco di Domitilla, cercavo di capire come applicarlo, anche. Con l’enorme vantaggio di chi legge libri scritti da persone che conosce: immaginandosi la voce dell’autore – il suo timbro, i suoi toni, il colore del suo parlato.

Tweet Domitilla ci sei o ci fai

Domitilla, tu ci sei o ci fai? Massimo Russo

Due gradi e mezzo di separazione è un libro sul networking – non è un libro sui social media, perché in realtà i social media sono trattati, qui dentro, alla stregua di quello che dovrebbero essere, degli strumenti e non dei fini. È un libro su che cosa significa fare networking, come si fa, da cosa si comincia, che cosa ci si può aspettare e cosa no.

E mi è piaciuto perché:

  • è un libro solare. Dove non c’è spazio per la negatività. Il che non significa che sia un libro tutto fatine e unicorni;
Tweet Dedico parte del mio tempo a cose che mi fanno stare bene.

Dedico parte del mio tempo a cose che mi fanno stare bene.

  • è un libro semplice. Domitilla parla così: nel suo blog, dal vivo, nelle presentazioni, su Twitter. E ha il raro dono di riuscire ad affrontare argomenti “difficili” con un linguaggio talmente comprensibile che ti rendi conto dopo della difficoltà del tema;
Basta parlare di vita online e offline, non c'è una doppia vita

Basta parlare di vita online e offline, non c’è una doppia vita

  • è un libro diretto. Ti dice “se vuoi ottenere questo, devi fare così”: ordina, prescrive, non ti illude che sia facile, ma ti incoraggia;
Essere snob (on line ma anche nella vita) migliora la qualità del tempo

Essere snob (on line ma anche nella vita) migliora la qualità del tempo

  • è un libro che parla di umanità e non di tecnologia. Ci sei tu come persona al centro della storia, con i tuoi pregi e le tue virtù, le tue doti e le tue pigrizie. Che, incidentalmente, puoi rendere visibili a un sacco di persone (anzi, a tutti, considerati quanti pochi sono i gradi che ti separano dal resto del mondo) facendoti aiutare dalla tecnologia;
Non ho scritto un libro su Internet

Non ho scritto un libro su Internet

  • è un libro che riprende grandi temi. Senza farli diventare temi pesanti. L’economia del dono, il valore dell’attenzione, la reputazione, la condivisione, per esempio. Alla fine il messaggio è uno: sii generoso, se no non funziona;
sempre + desiderio di condividere privatamente, rete pubblica per valorizzare vita privata

Sempre + desiderio di condividere privatamente, rete pubblica per valorizzare vita privata

  • è un libro che tira le orecchie. A chi non seleziona i suoi contatti e poi si lamenta della noia; a chi fa i conti da ragioniere prima di concedersi; a chi dice di non avere tempo; e così via.
Il tempo di un caffè

Se davvero non hai tempo per la rete, hai il tempo che dedicheresti alla tazzina di caffè al bancone

Poi, anche se l’autrice dice il contrario, per funzionare come si deve, per il networking bisogna esserci tagliati, almeno un po’. Ma questo è un altro discorso.

Brava!

Brava!

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Phygital e retail. Capitolo 5, con cosa deve fare i conti il retail

(I capitoli precedenti si trovano qui).

Dopo questa lunga carrellata su come cambia il retail quando incontra il phygital, cerchiamo di tirare le fila e comprendere che cosa questo comporti sul piano pratico. Le tecnologie digitali hanno sconvolto l’inamovibile universo del retail tradizionale. Il processo di selezione e di acquisto di prodotti e servizi, fin qui sostanzialmente lineare, si confronta con una dimensione aggiuntiva, quella costituita dalla possibilità di sovrapporre al piano fisico il “di più” reso accessibile dal digitale. Dimensione che non incide solo in astratto su questi processi, ma che concretamente modifica il nostro comportamento: banalmente, tempo e spazio non sono più variabili determinanti per il nostro shopping, poiché possiamo tranquillamente scegliere e decidere da casa – e poi recarci nel punto vendita o farci raggiungere da quello che abbiamo deciso di acquistare.

(Da notare che questi comportamenti non sono relegati all’acquisto di prodotti particolari, ad esempio quelli più costosi – il caso da cui sono partita, l’acquisto del mio computer, rientrava in parte in questa categoria -, ma sono anzi completamente trasversali. Un esempio è il settore beauty. Secondo un sondaggio condotto nel marzo 2012 da AT Kearney, le persone hanno speso online dal 33 al 45% del loro budget per il beauty. Quindi negozi fisici e ecommerce si trovano in un rapporto di equilibrio, la gente acquista in entrambi e non ci sono più grandi differenze di volumi, come qualche anno fa).

Il report di Retail Systems Research (RSR), intitolato The Great Leveler: eCommerce’s Next Move, ci parla di come sia cruciale che gli sforzi del marketing vadano in una direzione fortemente orientata alla multicanalità, in modo da raggiungere i clienti in qualunque touchpoint essi si trovino. I retailer sono schiacciati tra la strada tracciata da Amazon, che li obbliga a ripensare la loro presenza digitale, e i clienti stessi, la cui influenza è molto più marcata di quanto non fosse solo pochi anni fa.

La più grande difficoltà, in fondo, è proprio la comprensione del consumatore: anzi, di colui che solo ieri era solo un consumatore e oggi è un individuo dal pensiero complesso. Per i retailer, dunque, la possibilità di cogliere nuove opportunità non significa solo accogliere ed integrare nuovi strumenti tecnologici: significa soprattutto capire le persone. Che non è più, solo, comprendere il comportamento dei propri clienti.

Le domande che bisogna porsi, oggi, sono diverse e spesso complesse. Dove vanno le persone per scoprire e raccogliere informazioni sui prodotti? Che ruolo svolgono nel loro processo decisionale la ricerca, i contenuti, i commenti, le recensioni? Quanto pesa la facilità di accesso a questi contenuti? Ma soprattutto: come fa un retailer a crearsi un quadro completo del comportamento del consumatore, considerate le interazioni tra i diversi touchpoint?

Andrea Boaretto, Head of Marketing Projects della School of Management Politecnico di Milano, mette al primo posto nella lista delle cose da fare la necessità di un approccio strategico al phygital da parte del retail. Approccio strategico che parte dalla definizione degli obiettivi. “Vendere” non è più una buona formulazione. Meglio precisare:
• Aumento dell’engagement
• Catturare l’attenzione del cliente e invogliarlo ad entrare nel punto vendita
• Rendere l’esperienza d’acquisto più divertente
• Migliorare l’orientamento dei clienti nel negozio
• Fornire informazioni contestualizzate sui prodotti
• Aumentare il numero delle visite dei clienti
• Rendere l’offerta più chiara

E così via.

Perché il punto vendita è solo la punta dell’iceberg, come illustra Antonio Bosio, Head of Product & Solutions di Samsung Electronics Italia:

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Insomma, i giochi sono ancora tutti da fare.

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Comunicazione mon amour. Cartoline dall’agenzia. L’ebook! Con tanti auguri :)

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Un altro ebook natalizio? Sì.

Cioè. Chiamarlo ebook è un po’ esagerato, si tratta solo di un .pdf homemade. Ma il pensiero è quello. Perché volevo farti un regalo, e al momento quello che mi viene meglio regalare è parole scritte (e anche un po’ disegnate, in questo caso).

A partire da un certo punto che non saprei datare, sul mio (primo) blog, Mamma in corriera, ho iniziato a scrivere di comunicazione, argomento che oltre ad essere il mio mestiere è la mia passione. Fondamentalmente ho sentito il bisogno di esternare le mie osservazioni su questo mondo spesso autoreferenziale, che di sicuro si prende sempre troppo sul serio. Perciò ho provato a guardarlo da un altro punto di vista.

Ne è nata subito una galleria di personaggi, una serie di figure archetipiche con le quali tutti noi prima o poi abbiamo a che fare o delle quali indossiamo i panni.

Altri post sono diventati “miti, riti e altre storie”: il racconto della quotidianità in agenzia, travestito da… qualcos’altro.

A tutti questi scritti sono affezionata, ma i toni e i modi non si adattano più a quello che cerco di fare adesso su questo blog. Perciò ho pensato di recuperare una parte di quelle elucubrazioni “leggere” e immetterle in un circuito che di leggerezza ha un gran bisogno, quello delle abbuffate natalizie.

Da scaricare qui: comunicazione_monamour o su Slideshare.

Con tanti auguri di un sereno Natale e di un Anno Nuovo spettacolare, in cui si riesca tutti a prendersi un po’ in giro, anche solo per non rimanere schiacciati.

Credits: un grazie speciale va ad Annalisa Toniatti, che ha disegnato le illustrazioni di queste pagine. Annalisa è una mia studentessa del corso di Social Media per la Comunicazione d’impresa di Fidia, Trento. Oltre ai disegni sa fare altre cose, che trovate nel suo profilo LinkedIn. Grazie, stella!

 

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