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#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

Da alcuni anni lavoro spesso con “ragazzi” tra i venti e i trent’anni: la maggior parte di loro è laureata, alcuni hanno già avuto esperienze lavorative, tutti sono con me per imparare delle cose. E l’inizio è stato parecchio traumatico: non ci capivamo proprio. Cioè: io credevo che loro non capissero me. Non condividevamo un linguaggio, un territorio, un approccio. Mi guardavano come se fossi stata una marziana e io mi arrabbiavo. Poi le cose sono cambiate, anzi, sono cambiata io. Oggi condividiamo linguaggio, territori, approccio. Che sono, più o meno, quelli descritti in questo #Generazione 2.0. Chi sono, cosa vogliono, come dialogare con loro, di Federico Capeci.

Avevo seguito con interesse questo argomento quando era ancora la presentazione di una ricerca, a maggior ragione l’ho ripreso adesso che è un libro. Ricco, come libro, perché offre, oltre a, appunto, i risultati di anni di ricerche, anche una serie di esempi e di strumenti utilissimi per chi con i Gener 2.0 (come li chiama Federico) ci lavora – perché sono colleghi o perché sono target: in fondo non cambia niente, perché è cambiato tutto.

Mi sono segnata un sacco di cose che mi piacerebbe approfondire sui contenuti del libro, le metto “in ordine di apparizione”, che poi una gerarchia saranno loro a trovarsela da sole.

1. L’idea che la libera circolazione delle opinioni sia un collante fortissimo indipendentemente dal fatto che le opinioni siano le medesime

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

2. L’analisi storica di questa generazione, figlia “di padri disorientati, in balia del crollo di fiducia verso le istituzioni, la politica, l’economia tecnologica occidentale”

generazione

una generazione che non ha niente in comune con la precedente

3. La percezione della privacy, che per noi diventa quasi un’ossessione mentre per loro è solo una serie di norme da accettare – il più delle volte senza leggerle – per poter poi cavalcare liberamente nelle praterie dei social

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

4. Le dimensioni spaziale e temporale e il modo di definirle attraverso il linguaggio: “lontano” non è lontano nello spazio, ma può essere semplicemente un file molto pesante

come cambia il significato delle parole

come cambia il significato delle parole

5. Le modalità di fruizione dei contenuti – l’analisi vs la sintesi, gli atomi vs i bit, e così via

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

Per ogni passaggio cruciale, ovviamente, tanti esempi concreti ci danno la possibilità di comprendere in modo tangibile quello che il libro ci sta dicendo. Infine, mi sono piaciute moltissimo le check list per le voci dello S.T.I.L.E (Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza), che costituiscono uno strumento molto pratico e di sicura utilità.

Se lavorate con/per/contro chi ha dai 18 ai 30 anni questo libro può aiutarvi sicuramente. Soprattutto se pensate di sapere tutto di costoro 😉

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Comunicazione mon amour. Cartoline dall’agenzia. L’ebook! Con tanti auguri :)

guru

Un altro ebook natalizio? Sì.

Cioè. Chiamarlo ebook è un po’ esagerato, si tratta solo di un .pdf homemade. Ma il pensiero è quello. Perché volevo farti un regalo, e al momento quello che mi viene meglio regalare è parole scritte (e anche un po’ disegnate, in questo caso).

A partire da un certo punto che non saprei datare, sul mio (primo) blog, Mamma in corriera, ho iniziato a scrivere di comunicazione, argomento che oltre ad essere il mio mestiere è la mia passione. Fondamentalmente ho sentito il bisogno di esternare le mie osservazioni su questo mondo spesso autoreferenziale, che di sicuro si prende sempre troppo sul serio. Perciò ho provato a guardarlo da un altro punto di vista.

Ne è nata subito una galleria di personaggi, una serie di figure archetipiche con le quali tutti noi prima o poi abbiamo a che fare o delle quali indossiamo i panni.

Altri post sono diventati “miti, riti e altre storie”: il racconto della quotidianità in agenzia, travestito da… qualcos’altro.

A tutti questi scritti sono affezionata, ma i toni e i modi non si adattano più a quello che cerco di fare adesso su questo blog. Perciò ho pensato di recuperare una parte di quelle elucubrazioni “leggere” e immetterle in un circuito che di leggerezza ha un gran bisogno, quello delle abbuffate natalizie.

Da scaricare qui: comunicazione_monamour o su Slideshare.

Con tanti auguri di un sereno Natale e di un Anno Nuovo spettacolare, in cui si riesca tutti a prendersi un po’ in giro, anche solo per non rimanere schiacciati.

Credits: un grazie speciale va ad Annalisa Toniatti, che ha disegnato le illustrazioni di queste pagine. Annalisa è una mia studentessa del corso di Social Media per la Comunicazione d’impresa di Fidia, Trento. Oltre ai disegni sa fare altre cose, che trovate nel suo profilo LinkedIn. Grazie, stella!

 

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E il Kloutscore si impenna. So what?

klout-score

Il Kloutscore, croce e delizia dei social marketer, ha fatto discutere fin dal momento in cui si è manifestato per la prima volta. Solo la scorsa settimana sono stati pubblicati due post in proposito, entrambi molto interessanti. E allora perché tornarci? Perché, secondo me, c’è un altro modo di guardare la questione: il problema non è il numero in sé e l’algoritmo che lo calcola, ma la capacità di spiegare qual è il ruolo che una persona può interpretare nel grande gioco della conversazione online.

Klout afferma più volte che il suo algoritmo è finalizzato alla valutazione dell’influenza delle persone in rete, non della loro attività. Tuttavia, se per alcuni questo è abbastanza evidente (Obama non ha certo bisogno di twittare notte e dì, la sua influenza, valutata con un ricco 99, è scontata), la domanda che mi sento di pormi come professionista è che cosa spiega davvero questo numero e in che modo mi possa aiutare.

Il fatto è che il numero non parla. Fino a qualche tempo fa, accanto al numero, c’era una descrizione del profilo, ottenuta, immagino, attraverso una cluster analysis, che raccontava il modo di stare in rete della persona a cui quel numero si riferiva. Questa descrizione sì che aveva un senso (sempre che non fosse attribuita, ancora una volta, solo sulla base del numero: per dire, da 0 a 30 sei il profilo X, da 31 a 40 sei Y, e così via. In questo caso sì, si poteva anche togliere, tanto eravamo al punto di partenza). Perché le persone non si comportano sempre nello stesso modo, e soprattutto non si comportano allo stesso modo su tutti gli strumenti. C’è chi decide di esprimersi soprattutto su Twitter, chi elegge a sua base operativa il più sobrio (insomma, una volta lo era) Linkedin, chi ha un canale YouTube e da lì diffonde il suo verbo. Costoro possono essere anche molto influenti, ma su un singolo canale. Su quello, magari, sono anche più influenti di Obama. Quindi, per non replicare la brutta storia occorsa al signor Fiorella e raccontata da Wired, serve fare un passo ulteriore. (Del resto, confessate, non avete mai fatto qualche esperimento per vedere se il vostro kloutscore saliva? Io sì, ed è salito, grazie ad una presenza ossessiva sui social che ho associato al mio profilo. Poi, tornata alla mia attività normale, il fatidico numerino è calato. Peccato. Eppure in quella settimana non sono stata affatto più influente, semplicemente più nevrotica).

Qual è questo passo ulteriore? È un passo qualitativo che integri quello quantitativo. Il singolo numero esprime un ranking che può servire al massimo a stilare una classifica, ma che mi aiuta poco a capire in che modo le persone ad esso associato mi possono aiutare. Il vero salto, come azienda, lo farei se l’informazione che ricevo da Klout fosse relativa a come intercettare esattamente le persone che mi interessano. Ad esempio, a capire se la persona che mi interessa è un’accumulatrice di contatti e basa la sua attività sui gattini o se è una fissata dell’approfondimento ed è un’autorità nel suo settore ma pressoché sconosciuta ai più (che magari era il caso di Mr. Fiorella).

L’influenza non è un indice uguale per tutti, perché chiunque può essere influente in un campo specifico. Un ranking generale non spiega le differenze. Che sono quello che fa la differenza.

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Le parole dei ggiovani sul web e i tre gradi di separazione culturale

Stele di Rosetta

Non parlerò dei bimbiminkia, no. Parlerò di ragazzi che stanno per laurearsi in Scienze della Comunicazione.

La mia amica Chiara mi invita a tenere una lezione al Politecnico sui Social Media. Sarà tutta discesa, mi dico, abituata alle aziende. Lei mi dice no, occhio, non sono molto partecipativi, soprattutto durante la lezione frontale non si scoprono. Vabbè, faccio io, vediamo che succede.

Succede che effettivamente non sono di quelli che ti bombardano di domande, anche se, opportunamente stimolati, partecipano. Fino a quando pronuncio l’espressione “web 2.0” (la pronuncio, peraltro, per dire che non la amo, non ha più senso, ma il motivo non rileva). Dico “web 2.0” e vedo il vuoto negli occhi di chi fino a un attimo prima mi seguiva. Ho la sensazione di essere caduta in una sacca spazio-temporale. E chiedo: sapete che cosa significa? E loro, candidi: no.

Questo del web 2.0 è solo uno dei segnali che mi hanno portato ad una riflessione molto più ampia e, sicuramente, ancora da mettere a fuoco. Ma magari scrivere aiuta.

Questi ragazzi, ripeto, non sono bimbiminkia. Tra tre mesi, glielo auguro, andranno a fare dei colloqui nelle aziende e nelle agenzie di comunicazione. Ma si porteranno dietro la loro cultura della comunicazione digitale, che non corrisponde a quella delle aziende e delle agenzie. Ho visto perciò tre gradi di separazione tra loro e il loro futuro nella comunicazione:

1. le aziende, che dicono 2.0 e si sentono molto fighe, che chiamano internet “nuovi media”;
2. le agenzie, che dicono anche loro 2.0 ma è routine, che chiamano internet “nuovi media” ma sanno che tanto nuovi non sono, che, infine, adattano le loro parole ai loro clienti, e chissà se lo fanno per piaggeria o perché ci credono davvero;
3. una nicchia di gente che lavora sul e per il web, che l’ha visto nascere e crescere, che ne ha introiettato la storia oltre le regole e che quotidianamente ne scrive la cronaca (e dice 2.0 e nuovi media solo per farsi capire e con un crampo allo stomaco mentre lo fa).

Infine ci sono questi ragazzi, che con il web sono nati, per i quali non esiste storia, regola, cronaca, perché usano il web come noi usiamo il telefono.

Qualche post fa parlavo della ricerca di Duepuntozero (arieccolo, il 2.0) sui giovani, e pur essendo completamente d’accordo con l’assunto per cui questa generazione non considera internet come altro da sé (la parabola dei pesci e dell’acqua), non avevo mai avuto la percezione di quanto questo fosse vero fino alla scoperta del vuoto nei loro occhi. Non hanno le parole perché non hanno il fenomeno: quello che noi abbiamo scoperto sentendoci dei pionieri, attaccando il modem nel cuore della notte e sentendo quel rumore che per noi era come il teletrasporto di Star Trek. Loro non devono “andare in internet”, perché ci sono già. Loro non sanno che cosa significa web 2.0 perché sono nati dopo. Loro non parlano di nuovi media perché questi sono i soli media che conoscono. E per avvicinarsi agli altri, alle altre tre categorie di persone che lavorano con il web, dovrebbero fare un lavoro di archeologia – non di storia, non di cronaca, ma proprio scavare con la pala.

Ovviamente hanno ragione loro. Perché sono loro che verranno, non noi, non le agenzie, non le aziende, ciascuno con le sue parole. Però tra tre mesi loro andranno a fare dei colloqui di lavoro senza avere le parole per farli. E le parole sono pensiero, azione.

Credo anche che questo dovrebbe far riflettere non l’università (le sento le voci che dicono che l’università non prepara al lavoro: sciocchezze, qui si parla di modelli culturali, non di technicalities, che si possono imparare in qualunque momento), ma le agenzie e le aziende. Che non hanno ragione oggi, perché non possono parlare con (a) questi ragazzi (provate a vendergli qualcosa con le vostra parole, se ne siete capaci), e non avranno ragione domani, quando questi ragazzi saranno quello che c’è fuori, il loro “target” – e i loro colleghi.

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Le tassonomie e le parole del web nell’A.D. 2012

Tempo fa ho avuto l’opportunità di partecipare alla giuria di un premio di comunicazione “storico”, che esiste da 17 anni. L’occasione è stata importante per fare, oltre a due chiacchiere sempre interessanti con gli altri giurati, qualche riflessione sullo stato dell’arte del web visto dalla parte di chi lo fa e, di conseguenza, attribuisce un riconoscimento ai colleghi. La giuria era formata da professionisti del web: molte agenzie e anche alcuni responsabili web di aziende. Una precisazione: il premio è organizzato per categorie della comunicazione (per il web ce ne sono due, Internet e Adv online), a loro volta suddivise in tipologie di progetti. Ad ogni progetto si attribuisce un voto generale e uno specifico per le singole professionalità che vi hanno contribuito. I giurati decidono all’inizio la o le (massimo due) professionalità per le quali esprimeranno un voto.

Prima riflessione: le tipologie di progetti – o la tassonomia
Una prima grande suddivisione è tra “Internet” in generale, che significa in pratica siti, e “adv online”, che significa campagne. Salta agli occhi una mancanza, quella del social, che in realtà viene trattato come una tipologia all’interno di adv.

Da cui la prima domanda: il social è davvero solo una modalità di adv? Secondo me, e nella mia esperienza, no. Social è uno dei modi per creare la presenza in rete di una marca, che può comprendere o no l’uso di social network (uno dei progetti rientrava in questo caso: una campagna di promozione di un servizio che ha coinvolto diversi stakeholder senza far ricorso a Facebook. La maggioranza dei giurati ha valutato che, non essendo stata condotta sui social media, non fosse adeguata a rientrare nella tipologia social. Parliamone) e che può essere o no finalizzata all’adv (è social anche la cocreazione, per dirne solo una, e, al di là della notiziabilità di un’operazione di questo genere non si può dire che sia sempre finalizzata all’adv.

La seconda domanda è più ampia: siamo sicuri che, per quello che è il web oggi, e cioè un ambiente più che un media, queste due categorie siano sufficienti? Anche in questo caso sono convinta che non sia così. Attraverso Internet si può vendere, informare, farsi conoscere, discutere, condividere. Come possono tutte queste attività diverse – per tipologia e per pubblici coinvolti – rientrare nella dicitura “Internet”, che valuta siti e tool, quindi strutture “chiuse” – oppure “adv online”, in cui sono presenti dai banner alle pagine Facebook?

Forse è tempo di rivedere le tassonomie del web, per lo meno nelle situazioni in cui di tassonomie c’è bisogno.

Seconda riflessione: le parole dell’agenzia

La valutazione di ciascun progetto era preceduta dalla presentazione che di questo progetto aveva fatto l’agenzia o l’azienda che lo aveva candidato. Mi sono sgorgate lacrime di commozione. Ho rivisto parole che passavano sulla mia scrivania nel 1998, come se nel frattempo nessuno avesse avuto il tempo di adeguarle agli anni che sono passati.

Alcuni esempi che, ne sono certa, tutti i professionisti del web si vedono davanti più volte nella loro vita lavorativa:

  • “Un’esperienza immersiva” – nel 2001 avevo come cliente un’azienda alimentare molto importante. Il mio brief ai creativi, come strategist, fu conciso e “off the records”: “quando entro in questo sito mi devo sporcare la camicia di sugo”. Ovviamente non era vendibile in questi termini (benché molto efficaci), per cui al cliente venne venduto come esperienza immersiva. Prima e dopo di questa, negli stessi anni ho venduto innumerevoli altre esperienze immersive, per automobili, comunità, persino ecommerce. Ma a un certo punto ho smesso di chiamarle così. Una volta persino Word mi disse che era un termine logoro e abusato.
  • “Fortemente impattante”, “emotivamente coinvolgente”, “uso emozionale delle immagini”, “presentazione accattivante” – in una parola, bello da vedere. La sensazione è di avere, tanto tempo fa, travestito l’ovvio con una patina culturale fatta di parole roboanti, e di non essere più stati capaci di vedere quello che c’era dietro – l’ovvio, appunto.
  • “Soluzioni tecnologiche innovative” – qui si aprirebbe tutto un capitolo sull’innovazione, su cosa è e cosa non è innovativo. Per me innovativo è qualcosa che cambia la vita ai fruitori e anche ai creatori. È un cambiamento nel processo, anche, purché sia percepibile. I blog, quando sono usciti, erano innovativi: coniugavano la pubblicabilità e la leggibilità dei siti con l’estemporaneità dei newsgroup, consentendo a chiunque di diventare editore proprio come un’azienda. Flash era innovativo, per chi programmava e per chi visitava il sito. Eccetera. Tuttavia non è sull’innovazione che volevo concentrarmi, ma proprio sulle parole. Sapere che da quindici anni si continua ad usare la stessa terminologia sarà senz’altro rassicurante per qualcuno, ma personalmente mi fa un po’ ridere.
  • “Creare engagement sulla comunità (degli investitori, dei consumatori, degli appassionati, ecc.)” – anche qui, concentriamoci solo sulle parole. E soprattutto sulla frequenza con cui si usano. Ogni sito è finalizzato a questo, non ce ne siamo accorti?

Alla fine, vista una presentazione, viste tutte.

Le parole sono espressione del pensiero. Quando non si evolvono vuol forse dire che non si è evoluto neanche il pensiero? Facciamoci qualche domanda (e diamoci qualche risposta).

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