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Questione di format

Da un po’ di tempo mi sto occupando, per lavoro, di YouTube. Mondo per me pressoché ignoto finora, se non per sporadiche visite a singoli video segnalati su altri social che frequento con più assiduità (in realtà non amo il video in generale, perché mi costringe a dedicare tutta la mia attenzione, se pure per una manciata di minuti, ad una cosa sola, senza poter nel frattempo scrivere una mail, visitare un sito di informazione, al limite anche giocare. Problema mio). Perciò ho dovuto imparare da zero, e anche velocemente.

Frequentare youtubers nel loro territorio mi ha offerto vari spunti di riflessione, primo fra tutti il fatto che gli youtubers non sono semplici performer, più o meno in gamba nel loro settore e più o meno specializzati. Il loro valore principale, in realtà, è quello di essere creatori di format.

Significa che i vari Clio Make Up, Willwoosh, Zoro, hanno ricavato il successo che gli conosciamo per il modo in cui hanno costruito il loro stile di creare video, con una certa regia, una particolare fotografia, dei testi che li distinguono, una durata dei video più o meno standard, e così via. Questo sia che si tratti di performer, ossia di personaggi che recitano un copione basato su episodi inventati, sia che si tratti di tutor, gente che insegna a fare delle cose ad altra gente. In un certo senso, proprio come i blogger sono editori, loro sono case di produzione.

Faccenda impegnativa, questa. Perché implica una difficoltà grossa nel momento in cui volessero uscire dalla rete. I tre che ho nominato sopra ce l’hanno fatta, ma hanno dovuto attraversare vari step, il primo dei quali è un’accoglienza non entusiastica. Fa eccezione Zoro, perché, si ci pensiamo, ha preso parte ad una trasmissione televisiva (Parla con me della Dandini) proprio nel ruolo di blogger: un format ha accolto il suo format, senza modificare niente e anzi sottolineando la sua natura originaria (poi la presenza di Diego Bianchi in tv si è evoluta, ma quasi un’ulteriore conferma: al momento in cui va in onda Gazebo, sono passati anni dalle sue prime apparizioni televisive).

Il fatto è che se prendete uno youtubers e lo sbattete in tv, assegnandogli uno spazio pensato da altri, lo snaturate. Perché questo significherà:

  • Perdere il loro pubblico di riferimento e andare alla conquista di un pubblico molto diverso (non è come radio e tv: chi sta sul web ha una relazione molto intensa con le persone che lo seguono, e non è affatto banale entrare in un ambiente in cui Mario, Agnese, Franco, non potranno dare un feedback a quello che lo youtuber proporrà loro);
  • Perdere la loro autonomia nella gestione dei tempi e degli spazi: i tempi televisivi sono diversi da quelli del web, e spesso incompatibili, proprio come incompatibile è una cameretta nella quale creare video con attrezzature basic è diverso da uno studio televisivo;
  • Perdere il loro ruolo onnipotente rispetto alla loro produzione, perché ci saranno degli autori (altri) che li inseriranno in un qualche contenitore, e qualche volta saranno costretti a recitare un ruolo. Che magari gli appartiene, magari no.

Da queste considerazioni ci siamo poi spinti oltre, alla ricerca di quello che abbiamo chiamato l’algoritmo del successo degli youtubers. Velleitario, pensavamo, ma alla fine qualcosa di interessante è saltato fuori. Dallo studio fatto è nata la presentazione che Duepuntozero Research ha fatto all’Assirm durante l’ultimo convegno, che è questa.

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#csxfactor vs #ilconfrontoSkyTg24. Una storia di hashtag

Tanto tempo fa mi sono trovata a dover spiegare la semiotica ai miei colleghi dell’istituto di ricerche di mercato per il quale lavoravo. Ho cercato di farlo nel modo più semplice possibile, a costo di banalizzare, perché volevo che capissero che non si trattava di magia nera, come più o meno la percepivano. A questa presentazione, che ho condiviso su SlideShare, avrebbe dovuto seguire un’altra, e magari un’altra ancora. Cosa che non è stata perché nel frattempo avevo preso strade diverse. A distanza di anni, un amico colto dalla febbre del quadrato semiotico mi ha chiesto cosa ne fosse delle puntate successive. Ho pensato che fosse il caso di produrle, ma nel frattempo mi stavo appassionando ad un oggetto semiotico molto particolare, l’hashtag. Il cancelletto, insomma, che è sempre più presente anche fuori da Twitter, dove è nato e prospera.

Questa è l’ultima delle presentazioni sull’hashtag. Sono andata a leggermi la storia di due hashtag rivali, #ilconfrontoSkyTg24 e #csxfactor.

Il 12 novembre 2012 Sky Tg 24 ha trasmesso il confronto tra i candidati alle primarie del centro sinistra. Un evento destinato sia dall’inizio ad essere ampiamente commentato su Twitter, tanto che vengono subito lanciati gli hashtag ufficiali, #ilconfrontoSkyTg24 e #unirm2factchecking. Ma ancora prima dell’inizio della trasmissione, la comunità degli utenti di Twitter sceglie un hashtag alternativo, #csxfactor.

Ho analizzato i due hashtag per comprendere le ragioni per le quali il secondo ha avuto più successo del primo, ma anche per capire in che modo l’analisi degli hashtag è utile quando progettiamo un evento che vivrà anche sui social.

Ne sono emerse alcune informazioni importanti:
L’hashtag è un buttadentro e un buttafuori della conversazione, un cancello reale che si apre (o si chiude) a seconda di come lo si sceglie;
– La rete TV che sceglie un hashtag ufficiale per un evento lo fa con la preoccupazione di affermare la propria paternità; quando però l’evento esce dalla TV e va su Twitter, diventa “proprietà” degli utenti di Twitter, che a loro volta si affermano attraverso l’uso di un hashtag diverso;
I criteri che muovono il promotore dell’evento sono diversi da quelli che useranno le persone, una volta immerse nella conversazione. Occorre cercare nell’immaginario collettivo, nella descrizione che prende posizione, nei codici di appartenenza e, naturalmente, nei protagonisti della conversazione, per disegnare correttamente il DNA di un hashtag.

Comprendere il meccanismo che sta alla base della creazione, selezione e scelta di un hashtag significa facilitare il passaggio di contenuti da un canale all’altro, cosa sempre più importante per garantirsi il ruolo di promotore di conversazione oltre che di broadcaster. Insomma, quello che dovrebbe diventare la TV.

Ed ecco la presentazione.

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