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Social media policy per chi ha una doppia vita (o del delicato equilibrio tra privato e professionale nei social)

IMG_1610Durante i miei corsi arriva sempre il momento in cui si deve parlare delle social media policy e di solito è un momento difficile. Perché immediatamente si formano i due partiti, quello dei liberisti che “trasparenza, trasparenza, trasparenza” e quello dei reazionari che “diamo il buongiorno con una tazzina di caffè e poi spariamo la nostra pubblicità”. Ovviamente nessuno dei due approcci ha senso, da cui la difficoltà del momento.

Ma se non è un’azienda a doversi dare delle regole? Se siamo noi? O meglio: nel momento in cui vogliamo/dobbiamo usare i social professionalmente, possiamo usarli anche in modo personale? In che modo?

Ho molti colleghi che hanno deciso di fare dei social un uso solo professionale. Io non ce l’ho mai fatta. In fondo il mio uso della rete è stato prima di tutto personale, perciò cancellare del tutto questa parte significherebbe per me cancellare anche la parte “solo” divertente. Era più o meno il tema di un vecchio post che credo sia ancora valido, nella sostanza, in cui si parlava di blog e di blogger.

Per i social (diversi dal blog), ho provato a mettere giù le regole che, in modo del tutto inconsapevole, mi sono data. Sapendo bene che le scuole di pensiero sono molte e curiosa di conoscere le altre.

In generale
Innanzitutto devo specificare una cosa: io sui social mi diverto. Mi piace proprio. Non tanto farmi i fatti degli altri (che secondo me è un concetto proprio sbagliato, se ci riferiamo alla condivisione della nostra esistenza. Il più delle volte quando parliamo dei fatti nostri è per uno sfogo, per cercare solidarietà o per chiedere un parere, quindi è tutto voluto e mancano i presupposti concettuali per il pettegolezzo), quanto proprio stare in ascolto di quello che succede, degli umori, dell’agenda. Delle persone, del “paese reale” – come dice la tv ma con un senso tutto diverso -, della mia città. Questi spezzoni di vite sono segni di sensibilità dei singoli tanto quanto termometri dell’animo condiviso, tracce dei fantasmi individuali e dell’immaginario collettivo. E io amo leggere i segni, seguire le tracce. Ma questo si può fare solo se la mia conversazione sui social è di tipo personale, se comprende la mia sensibilità e i miei fantasmi: la reciprocità è obbligatoria.

Quindi in rete ci metto anche i fatti miei. Comprese le opinioni politiche, religiose, eccetera eccetera. Tanto al limite mi evitano di essere coinvolta professionalmente da persone con le quali non andrei d’accordo.

E questo è il presupposto. Per il resto ho poche regole generali sulle quali però sono inflessibile. In particolare (l’ordine non è di importanza):

  1. Non pubblicare foto o video in cui compare mio figlio o altri bambini. Per estensione, neanche foto in cui sia riconoscibile la sua scuola e gli altri ambienti che frequenta. Mai, per nessun motivo e in nessun social. Credo nel valore della privacy (anche se di una persona piccola) e ovviamente non metterei mai a repentaglio la sua sicurezza rendendolo rintracciabile.
  2. Non parlare di clienti e progetti, soprattutto se in corso, a meno che il progetto stesso non lo richieda o il cliente non abbia piacere di rendere pubblica la nostra collaborazione. Intendiamoci, alla fine si sa (più o meno) con chi lavoro e cosa faccio, ma nel momento in cui i progetti partono preferisco evitare la pubblicità. Poi, dopo, se ne discute e se non ci sono problemi si condivide.
  3. Non parlare mai dei fatti degli altri, dove per altri intendo anche le persone che mi sono più vicine. Ho condiviso molti momenti difficili, ma erano quei momenti a cavallo tra privato e pubblico in cui riportavo il mio stato d’animo, mentre molti altri mi sono rimasti nella punta delle dita, anche se hanno inciso molto su di me e sulle mie attività, però avrebbero coinvolto qualcun altro e quindi meglio tacere.
  4. Non lamentarsi mai per questioni di lavoro. Nella foga della scrittura possono venir fuori indizi minimi che rendono riconoscibile il cliente per il quale sto lavorando, e sarebbe oltremodo sgradevole sia per lui che per me. Inoltre, dare dell’imbecille a un cliente è poco educato (oltre che poco professionale) e l’overload non fa figo da una decina di anni.

Gli strumenti
Gli strumenti non sono tutti uguali. Se è chiaro che LinkedIn è un oggetto solo professionale, gli altri oscillano molto tra i due mondi. Perciò ecco come uso quelli principali per stare in equilibrio (e di LinkedIn non parlo, quello è un post a parte che chissà se scriverò).

  • Facebook – è il più misto degli strumenti, essendo anche il più ecumenico. Non uso le liste (che pure ho creato) e lascio tutto lì. Ma prima di pubblicare mi accerto che il contenuto sia conforme alla “regola della nonna”: non pubblicare niente che non vorresti fosse letto da tua nonna (so che è una citazione, ma non so di chi, mea culpa). Non ho regole rigide sulle persone da aggiungere ai miei amici. Molti non li conosco direttamente, ma ne seguo il lavoro, per esempio, e tanto basta. E, in questo fritto misto globale di amici, in cui ci sono amici veri e gente mai incontrata, colleghi ed ex capi, clienti e vicini di casa, il mio linguaggio non cambia mai, sono io e basta. A rischio e pericolo di chi si avventura. Una regola alla quale tengo abbastanza è quella di partecipare alle conversazioni nella stessa misura in cui posto stati ai quali mi aspetto che gli altri rispondano (avete notato che ci sono persone che non intervengono mai, a meno che non abbiano aperto loro il thread? Ecco, a me questa cosa qua fa venire l’orticaria. Ovviamente parlo di un equilibrio complessivo, mica mi metto a contare).
  • Twitter – cerco di usarlo principalmente come strumento di curation e di opinione più seria/professionale, ma costituisce per me sempre una fortissima tentazione nel momento in cui, che so, mi metto a seguire X Factor. In questo caso derogo dalla regola generale, ma poi mi rimetto in riga. Non uso la stellina dandole lo stesso valore del like su Facebook: un tweet che entra nei miei preferiti è un tweet che rimane lì, perciò è qualcosa che “mi voglio segnare”, ricordare; il classico è il link interessante che mi andrò a leggere più tardi (poi raramente lo faccio, confesso, ma l’intenzione è sempre quella). Uso massicciamente Twitter per seguire gli eventi: anche se non si tratta di vero livetwitting, trovo utile scambiare opinioni sia con chi è presente che con chi sta seguendo da fuori – o non sta seguendo affatto ma inciampa nell’evento e lo trova interessante anche solo per il tempo di 140 caratteri.
  • Instagram – non ho un buon rapporto con le immagini, non so fare belle foto e la cosa che mi manda più in panico è farmi fotografare. Perciò non sono particolarmente prolifica su Instagram. Tranne che durante le vacanze o in situazioni particolari. Niente persone, però. E niente di professionale.
  • Pinterest – mi dispiace molto non riuscire mai a lavorare su Pinterest quanto vorrei, perché può essere uno strumento potente dal punto di vista professionale, se usato bene. Prima o poi lo farò, ma nel frattempo ho aperto una marea di board personali e solo una professionale (non è vero, ce n’è un’altra ma è chiusa, avrei dovuto metterla in piedi bene e poi renderla pubblica, rientra nel “prima o poi”), che seguo con entusiasmo che definire moderato è un eufemismo. Anche in questo caso, quindi, l’uso è quasi del tutto personale.

Naturalmente queste “regole” vanno bene per me e per le scelte che ho fatto riguardo alla condivisione dei miei contenuti. Voi che cosa ne pensate?

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#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

#Generazione 2.0

Da alcuni anni lavoro spesso con “ragazzi” tra i venti e i trent’anni: la maggior parte di loro è laureata, alcuni hanno già avuto esperienze lavorative, tutti sono con me per imparare delle cose. E l’inizio è stato parecchio traumatico: non ci capivamo proprio. Cioè: io credevo che loro non capissero me. Non condividevamo un linguaggio, un territorio, un approccio. Mi guardavano come se fossi stata una marziana e io mi arrabbiavo. Poi le cose sono cambiate, anzi, sono cambiata io. Oggi condividiamo linguaggio, territori, approccio. Che sono, più o meno, quelli descritti in questo #Generazione 2.0. Chi sono, cosa vogliono, come dialogare con loro, di Federico Capeci.

Avevo seguito con interesse questo argomento quando era ancora la presentazione di una ricerca, a maggior ragione l’ho ripreso adesso che è un libro. Ricco, come libro, perché offre, oltre a, appunto, i risultati di anni di ricerche, anche una serie di esempi e di strumenti utilissimi per chi con i Gener 2.0 (come li chiama Federico) ci lavora – perché sono colleghi o perché sono target: in fondo non cambia niente, perché è cambiato tutto.

Mi sono segnata un sacco di cose che mi piacerebbe approfondire sui contenuti del libro, le metto “in ordine di apparizione”, che poi una gerarchia saranno loro a trovarsela da sole.

1. L’idea che la libera circolazione delle opinioni sia un collante fortissimo indipendentemente dal fatto che le opinioni siano le medesime

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

le conseguenze della libera circolazione di opinioni per la generazione 2.0

2. L’analisi storica di questa generazione, figlia “di padri disorientati, in balia del crollo di fiducia verso le istituzioni, la politica, l’economia tecnologica occidentale”

generazione

una generazione che non ha niente in comune con la precedente

3. La percezione della privacy, che per noi diventa quasi un’ossessione mentre per loro è solo una serie di norme da accettare – il più delle volte senza leggerle – per poter poi cavalcare liberamente nelle praterie dei social

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

piuttosto che scandalizzarci su come percepiscono la privacy, perché non rivediamo le norme per le aziende?

4. Le dimensioni spaziale e temporale e il modo di definirle attraverso il linguaggio: “lontano” non è lontano nello spazio, ma può essere semplicemente un file molto pesante

come cambia il significato delle parole

come cambia il significato delle parole

5. Le modalità di fruizione dei contenuti – l’analisi vs la sintesi, gli atomi vs i bit, e così via

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

la fruizione dei contenuti deve adeguarsi ad un sistema di informazione diverso

Per ogni passaggio cruciale, ovviamente, tanti esempi concreti ci danno la possibilità di comprendere in modo tangibile quello che il libro ci sta dicendo. Infine, mi sono piaciute moltissimo le check list per le voci dello S.T.I.L.E (Socialità, Trasparenza, Immediatezza, Libertà, Esperienza), che costituiscono uno strumento molto pratico e di sicura utilità.

Se lavorate con/per/contro chi ha dai 18 ai 30 anni questo libro può aiutarvi sicuramente. Soprattutto se pensate di sapere tutto di costoro 😉

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Al Mashable Social Media Day di Milano, 9 cose da sapere prima di mettere mano a una strategia digitale

Confesso che, se parlare in pubblico non mi turba (più) moltissimo, il format dell’ignite invece mi da un’ansia che lèvati. Perché l’idea di non avere il controllo del momento, la possibilità di dilungarmi se lo ritengo necessario, quella, al contrario, di saltare allegramente una slide, quest’idea, ecco, non mi mette a mio agio. L’ignite, per chi non lo sapesse, è una modalità di presentazione molto rigida: 5 minuti a disposizione, 20 slide temporizzate, 15 secondi a slide. Quindi niente spazio all’improvvisazione.

E invece il Mashable Social Media Day di Milano, organizzato dallo IED, è fatto proprio così. E la postazione degli speaker ci impediva di guardare le slide da monitor, avendo lo schermo alle spalle.

La crudeltà dell'ignite

La mia presentazione era a due voci, naturalmente, poiché ho diviso il microfono con Roberto Venturini.

Abbiamo parlato di quello che viene prima di iniziare a scrivere una strategia digitale, delle cose da tenere presente, delle idee preconcette di cui liberarci. Insomma, una sorta di introduzione alla strategia digitale, cose da sapere indipendentemente dal fatto di leggere o no il libro.

Sull’evento vi segnalo lo Storify di ad Mingle Italia e quello di Enrico Giubertoni, che raccontano in modo molto completo la serata.

Le nostre slide, invece, sono queste. Buona lettura!

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Al Meet Magento. In contumacia.

Mesi fa la mia amica Emanuela mi ha mostrato un’email che l’aveva lasciata senza parole. Il testo dell’email era questo:

Ciao Emanuela
Nella lounge del nostro ufficio, accanto ai massicci divani in pelle su cui sediamo con aria estremamente seria, si trova il nostro amato grammofono e, alla sua destra, il nostro schermo news ticker da 70 pollici, che ci ha appena segnalato l’arrivo del tuo ordine in altissima risoluzione HD. Abbiamo visualizzato il tuo ordine e brindiamo alla tua ottima scelta.

Ora, dopo aver finito di sorseggiare un Dry Martini sulle note di «Papa’s got a brand new bag», ci metteremo subito all’opera per predisporre la spedizione.

Non appena tutti i documenti saranno pronti e il tuo prodotto sarà spedito a Milano, ti ricontatteremo via e-mail.

Nel frattempo, ti ringraziamo con i nostri più distinti saluti.

La tua redazione auto-reply di Zurigo

Tempi di consegna (giorni feriali, dal lunedì al venerdì):
Svizzera: 1-3 giorni
Germania: 4-5 giorni
Grecia: 10-14 giorni
Europa: 4-7 giorni
US & Canada: 3-7 giorni
Giappone: 3-7 giorni
Russia: 14-20 giorni
Resto del mondo: 4-10 giorni

Sotto, la foto della borsa acquistata dalla mia amica

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e un allegato, il video del brano di James Brown


Fantastica!

Ho chiesto a Emanuela di girarmela, e, sorpresa, un paio di giorni dopo me ne ha mandata anche un’altra, stesso mittente, che diceva:

Ce l’abbiamo fatta: il tradizionale rituale d’imballaggio di due ore si è felicemente concluso e in pochi istanti provvederemo a consegnare il pacchetto bello e pronto al corriere di nostra fiducia.

Quest’ultimo, oltremodo orgoglioso di prendere parte a questa esperienza, accorrerà fino a te attraverso l’insorgenza del freddo dell’inverno per poterti consegnare personalmente il tuo nuovo, prezioso acquisto.

Seppur di rado, capita che l’eccitazione e l’affanno rendano il corriere un po’ introverso e incapace di manifestare appieno la sua insita cordialità. In tal caso, ti preghiamo di perdonarlo e di rompere il ghiaccio preferibilmente con una pacca sulla spalla, un piccolo abbraccio o un bacio sulla guancia – te ne sarà grato e, chissà, magari finirete addirittura per festeggiare insieme il glorioso arrivo della tua borsa.

Se la pazienza non è la tua forza è possibile controllare lo stato della tua spedizione con il numero di tracking 1xxxxxxxx in questo link: http://www.xxx.com

Ancora grazie per il tuo acquisto e cordiali saluti da Zurigo
Il FREITAG Online Team

P.S.: abbiamo la colonna sonora perfetta per festeggiare alla grande la consegna della tua borsa:http://www.youtube.com/watch?v=Zv85y08aA2w

Questa volta solo un allegato, il video dei The Turtles.

La raccomandazione di Emanuela era stata di farne buon uso, e l’occasione si è presentata il mese scorso, quando sono stata invitata, insieme a Roberto Venturini, come speaker al Meet Magento, l’evento annuale in cui per due giorni si parla di ecommerce.

Usando le email di Emanuela abbiamo parlato di ecommerce ma soprattutto di come l’ecommerce costituisca una parte della strategia digitale più ampia. Cioè, io ne ho parlato in contumacia, poiché non ho potuto essere presente, con grande dispiacere, all’evento, per cui ne ha parlato Roberto.

Ed ecco le slide. Enjoy!

P.S. Si è capito che le email erano di Freitag, vero?

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